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Crisi economica e crisi etica

Creato il 22 dicembre 2011 da Elvio Ciccardini @articolando

Crisi economica e crisi eticaPer quanto sia poco empatico, per quanto sia poco comunicativo è una delle poche voci autorevoli di questo inizio millennio e, nonostante sia facile pensar male della Chiesa e del Vaticano, sulle idee e sui pensieri di Papa Benedetto XVI c’è poco da dissentire. E’ uomo di intelletto sensibile e di lungimiranza, nonché di coraggio. Qualità poco diffuse nell’umanità di poteri e potentati odierni…

Il riferimento è alle dichiarazioni di oggi, in cui il Papa parla della crisi economico e finanziaria che minaccia il Vecchio Continente, cioè l’Europa. Non ha molti dubbi nel riconoscere come tale crisi “in ultima analisi si fonda sulla crisi etica che minaccia il Vecchio Continente”. “Anche se valori come la solidarietà, l’impegno per gli altri, la responsabilità per i poveri e i sofferenti sono in gran parte indiscussi”, nell’Europa di oggi, “manca spesso la forza motivante, capace di indurre il singolo e i grandi gruppi sociali a rinunce e sacrifici”.

Ancor più dura è la denuncia delle persone che ricoprono diversi livelli di responsabilità che, in nome di interessi personali, oscurano la conoscenza, non essendo motivati e non dando motivazione ad impegni di solidarietà. E’ così che la conoscenza indebolita non è in grado di rinfrancare la volontà.

Nella realtà, osserva il Pontefice, “la conoscenza e la volontà non vanno necessariamente di pari passo. Perciò da questa crisi emergono domande molto fondamentali: dove è la luce che possa illuminare la nostra conoscenza non soltanto di idee generali, ma di imperativi concreti? Dove è la forza che solleva in alto la nostra volontà?”.

Ascoltando queste affermazioni è impossibile non ricordare quella parte del dibattito economico della seconda metà del 1800, in cui la centralità dell’uomo, nell’economia sociale, veniva posta come unico e solo rimedio ad un abbrutimento sociale che derivava da modelli e teorie spesso troppo contraddittorie ed imprecise.

Se da più parti l’economia veniva considerata come una scienza, nella realtà essa era, ed è, indagata e studiata come fosse una mera tecnica. I modelli economici, per quanto validi dal punto di vista matematico, oggi econometrico, non spiegano nulla sulla vera natura dell’agire economico e sulle sue leggi universali. Ammesso che un artificio umano possa essere retto da leggi universali.

Fin quando le fondamenta dell’agire economico continueranno ad avere nel loro DNA un concetto di “utilità” mutevole ed interpretabile in chiave prettamente individuale, nessun ragionamento scientifico potrà essere di pertinenza della materia “economia”. Inoltre, fino a che i modelli saranno tanto generali quanto imprecisi, l’economia non potrà che essere una “conoscenza empirica” basata sull’interpretazione, per tentativi ed errori, di relazioni causa ed effetto che nulla hanno a che vedere con il concetto di “legge” inteso in termini scientifici.

Ed è, a maggior ragione, per questo motivo, che l’economia non può non sottostare alle norme del diritto naturale, a cui tutti gli uomini sottostanno, così come a cui tutte le diverse forme di organizzazione sociale dovrebbero sottostare. Quale è il fine ultimo dell’agire economico? Perchè gli uomini devono organizzarsi in forme di produzione e di scambio?

Non certo per raggiungere la massima utilità, tra l’altro concetto indefinito e talmente tanto soggettivo che, nell’ambito delle spinte motivazionali, non trova sempre constatazione. A che pro produrre, consumare e creare sistemi di intervento pubblico sull’economia?

Se l’economia fosse realmente uno strumento naturale per garantire la sussistenza, il benessere e la crescita individuale, allora non sarebbero i modelli ed i sistemi economici odierni utili al raggiungimento di tali finalità. Non dimentichiamo che il capitalismo, figlio storpio del colonialismo, necessita di schiavi e di povertà altrui, per produrre ricchezza per alcuni.

L’uomo non è un mero individuo alla ricerca del proprio benessere. L’uomo è il titolare di diritti naturali, in primis il diritto alla vita, che non sono assolutamente considerati nei ragionamenti economici e, purtroppo, nemmeno nell’evoluzione del progresso tecnologico.

Basta pensare a quella casistica del processo di evoluzione tecnologica industriale, in cui l’innovazione si è trasformata in “malattia”, salvo poi l’essere dovuti intervenire con normative che mettevano al bando il “veleno di turno”.   In altri contesti, le esternalità negative che opprimono gli uomini, tipiche di molti mercati, non trovano ancora nessun rimedio nell’interpretazione di leggi economiche. Se non essere rilevate attraverso modelli matematici che ne stimano gli impatti in termini di spesa. L’intero settore della produzione di energia ne è l’esempio. Questo settore è il motore di ogni altra attività economica. Così si afferma che le energie alternative non sono competitive con quelle dei combustibili tradizionali, poichè non raggiungono la soglia di parità di 8 centesimi di euro per Kw. Ma nel costo di mercato di un Kw di energia prodotto con i combustibili fossili, non sono contemplati i costi di esternalità, che non ricadono sul produttore, ma sulla collettività, che contemplano spese mediche per la cura di malattie legate all’inquinamento dell’aria, i costi legati alle mutazioni climatiche e allo smaltimento dei residui. Quale è il modello economico sottostante a tale mercato è evidente e semplice da comprendere. E’ meno evidente quale legge della scienza economica giustifichi tale aberrazione del diritto naturale. A cui fa seguito una incoscienza politica che vuole sostenere con politiche pubbliche di incentivazione il mercato delle energie alternative, poichè considerato non competitivo rispetto a quelle dei combistibili fossili. Quale legge economica afferma il primato di un’attività economica sulle altre, rinnegando la matematica della sottrazione tra ricavi e costi, in nome di un’arbitrarietà di calcolo che danneggia, con la complicità dell’attore pubblico, l’uomo?

Forse è il caso di ri-cominciare a porsi il problema…

Il Papa riconduce la crisi economica e sociale ad una crisi di fede e di valori. E’ evidente che questo messaggio è rivolto ai cattolici. Ma l’universalità del suo discorso e delle problematiche affrontate dovrebbe, almeno a detta di chi scrive, prescindere dalla confessione religiosa, poiché riguarda l’uomo che, in quanto tale, prescinde da ogni altra connotazione culturale, sociale, razziale. L’uomo (che la cultura porta a declinare al maschile) è un soggetto di diritto naturale universale.

In un’Italia dalla politica incolta e parruccona, dai tecnici efficaci ed efficienti, ma incapaci di seminare nuove idee, poiché troppo contaminati dalle leggi meccaniche di motori inquinanti, le poche voci, dall’intelletto felino, che cercano semi di nuova civiltà ed umanità non possono che essere rispettate e accolte.


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