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Donne senegalesi /Spazio Società

Creato il 30 ottobre 2014 da Marianna06

 

 

Alphabetisation

 

Le incontriamo quasi sempre sulle nostre spiagge, in estate, con le loro mercanzie. O nei mercatini rionali, quando capita,  in differenti periodi dell’anno.

Qualche volta ci fermiamo a parlare con loro dopo avere acquistato magari qualche paglia colorata per ripararci dal sole impietoso d’agosto, se siamo in spiaggia. Oppure qualche copriletto multicolore in città per le nostre case. 

Copriletti e biancheria varia  di cui sono cariche ma che portano seco , nonostante il peso del negozio ambulante, con un’ eleganza decisamente invidiabile nella camminata.

Sono di solito giovani e belle. Coloratissime ed estrose nell’abbigliamento.

Talora ce ne sono avanti negli anni, ma quasi sempre di un’età  indefinibile.

Il fatto certo è, però, che di loro sappiamo niente o quasi niente.

Sappiamo quel poco che può  apparire dall’esterno per cui le ammiriamo o quello che esse desiderano che si possa sapere, se siamo noi a fare loro delle domande.

Quelle che ho incontrato io, mi hanno sempre detto di avere una famiglia in Italia, quasi sempre in una città del nord come Milano, Verona o Torino, o in Senegal, generalmente a Dakar (pensano forse che così sia più facile per noi localizzarle geograficamente),  e di avere un marito e dei figli e, magari, una anziana madre disponibile a custodire i bambini in una specie di famiglia allargata, in attesa del loro rientro a casa.

Nessuna mi ha mai parlato (e giustamente) della reale condizione femminile della donna senegalese. Che, invece, è una condizione abbastanza difficile. E lo è specie quando la famiglia, in patria, è numerosa.

Ci sono cioè molti bambini da allevare e non ci sono entrate sufficienti per gestire il menage.

La giovane sposa se per caso, non sentendosela di mettere al mondo l’ennesima creatura,un’altra bocca da sfamare, arrivata magari per imprudenza, dovesse ricorrere ad un aborto, che laggiù è letto come infanticidio, ha chiuso con l’esistenza.

In poche parole l’accusa è pesante e comporta la pena del carcere. Il marito ripudia la moglie ma anche la famiglia d’origine della donna allontana definitivamente la figlia.

I bambini, cioè i figli minori, in carcere con la madre possono rimanere fino ai due anni compiuti. Dopo per essi c’è solo la strada in quanto è difficile che padre o nonni li prendano con sé.

Inoltre molte di queste donne,che spesso non hanno un mestiere per sostentarsi, vivono malissimo il periodo di detenzione in quanto il sostentamento nelle carceri senegalesi deve venire dall’esterno perché la struttura penitenziaria, persino nella capitale, non riesce affatto a provvedere in proprio ai detenuti e alle detenute.

Chi non ha famiglia all’esterno è in seri guai.

Ecco allora che una Ong americana,o meglio statunitense, la Tostan si fa carico da anni di migliorare le condizioni di vita dei detenuti e delle detenute in ben cinque carceri del Senegal.

Si tratta di carceri nelle città di Thiès, di Rufisque e di Dakar.

Migliorare le condizioni di vita significa poi insegnare un mestiere a uomini, donne e persino minori.

Il mestiere servirà dopo, quando questi saranno persone libere, ma intanto attraverso canali prestabiliti i prodotti del loro lavoro possono essere commercializzati e rendere denaro.

Denaro, che viene accantonato e che sarà utile al detenuto o alla detenuta per ogni possibile evenienza.

E, ancora, c’è tutto l’impegno dei volontari di Tostan per favorire ovviamente il reinserimento graduale nella società civile, grazie a piccoli e prudenti passi, una volta finita di scontare la pena.

Ciò che fa riflettere (certamente noi condanniamo l’infanticidio ) è la condizione femminile che si trovano a dover vivere le donne di cui sopra.

Condizione che spinge  certe giovani donne a un gesto che non commetterebbero mai (a detta loro) se avessero un minimo d’ istruzione (sanno poco o niente persino del funzionamento del loro stesso corpo),istruzione che significherebbe  anche autonomia economica. E, soprattutto, se non fossero sottomesse da sempre al maschio di famiglia. Padre, fratello,  marito che sia. E, talvolta, anche al cognato, se per caso si tratta di vedove.

In conclusione un grande “grazie” di certo a Tostan e all’impegno dei suoi volontari ma a noi ecco che s’apre lo scenario di un’ ennesima sfida per fare in modo, ora che sappiamo, che in Senegal, o a anche casa nostra, queste donne siano in società  davvero e per sempre persone libere.

Mai più solo delle “Vù cumprà ?”.

Ricercare le modalità non è impossibile quando si vuole che le cose cambino. E che cambino in meglio.

   

TOSTAN LOGO

                                         Marianna Micheluzzi (Ukundimana)

 

ndr.) Per approfondire leggere la corrispondenza di Marta Gatti da Dakar su “Nigrizia” di ottobre 2014


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