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Egitto al voto, controrivoluzione compiuta

Creato il 16 gennaio 2014 da Bloglobal @bloglobal_opi

egitto-referendum

di Giuseppe Dentice

A pochi giorni dal terzo anniversario della caduta del regime trentennale di Hosni Mubarak, l’Egitto prova a dare una svolta alla sua storia recente. In tre anni il Paese nordafricano ne ha passate davvero tante: proteste di piazza, un golpe, tre referendum costituzionali e, per il momento, due elezioni. Così in quello che è sembrato essere il solito giro di valzer tra protagonisti consumati della scena politica egiziana – militari, felul (uomini del vecchio regime) e forze islamiste – e comparse autorevoli ma senza potere – liberali e attivisti laici e secolari – il corso politico egiziano sembra vivere continui deja-vù. Tra rivoluzione e restaurazione, circa 53 milioni di cittadini egiziani si sono dunque recati alle urne il 14 e 15 gennaio per decidere il loro futuro votando la nuova Costituzione nazionale.

La bozza costituita da 247 articoli è stata redatta dal Comitato dei 50 saggi, che annoverava al suo interno varie anime politiche della nazione, eccetto i membri della Fratellanza Musulmana. Tale Costituzione è una riedizione aggiornata e riveduta della Carta fondamentale del 1971 più volte emendata sotto i Presidenti Sadat e Mubarak. Sebbene presenti alcuni punti più controversi e alcune novità – come ad esempio la perdita di centralità della sharia nel diritto e nella vita politica egiziana (art. 2 e abolizione degli artt. 4 e 219 della precedente Costituzione) –, questo documento è ritenuto da molti osservatori un deciso passo in avanti nella tutela generale dei diritti politici e civili delle minoranze e delle donne. I più critici, però, ne sottolineano – a ragione –, gli ampi poteri restaurati o comunque non intaccati dell’esercito – i tribunali militari possono giudicare i civili; il budget militare è secretato; è prevista autonomia del Consiglio Supremo delle Forze Armate nella nomina del Ministro della Difesa (artt. 203, 204 e 234) – e l’abolizione dei partiti di ispirazione islamica (art. 74), norma quest’ultima che ha colpito direttamente i Fratelli Musulmani.

Sebbene non ci siano risultati ufficiali, dai primi dati ufficiosi il referendum sulla nuova Costituzione egiziana avrebbe raggiunto un’ampia maggioranza di “SI”. Un voto scontato e mai in dubbio che secondo i primi dati preannunciano una scontata valanga di sì fra il 95% e il 98%, mentre l’affluenza si dovrebbe attestare intorno al 50% (tra i 23 e i 25 milioni sui 53 aventi diritto). L’unica preoccupazione delle autorità cairote in queste settimane era il dato sull’affluenza più che sull’esito referendario. Non a caso il Presidente ad interim Adly Mansour, il governo nominato dai militari e guidato da Hazem al-Beblawi e lo stesso Generale Abdel Fattah al-Sisi, avevano rivolto accorati appelli ai cittadini per andare a votare a favore della nuova Carta costituzionale. Le autorità non si auspicavano una semplice vittoria come fu quella del 2012 con la Costituzione islamista di Mursi, bensì cercavano un plebiscito che desse sicurezza e legittimità al prossimo esecutivo egiziano. Da settimane radio, televisioni e giornali, di Stato e privati, hanno dato vita ad una campagna martellante ed estenuante per il “SI”, favorita, da un lato, dall’annunciato boicottaggio della Fratellanza Musulmana e, dall’altro, dall’assenza di dissenso. Nessuno o quasi ha potuto fare una campagna a favore del “NO” perché scoraggiato dalla recente approvazione (26 novembre) da parte dell’Esecutivo di una nuova legge che vieta qualsiasi manifestazione non autorizzata e che punisce con il carcere i suoi partecipanti. Vittime illustri del nuovo dispositivo sono stati numerosi attivisti politici e leader della protesta anti-Mubarak come Alaa Abdel-Fattah, Ahmed Douma e Ahmed Maher, rendendo di fatto sempre più aspra la contrapposizione non solo tra islamisti e militari, ma anche tra questi ultimi e laici.

Se i dati venissero confermati sarebbe una vittoria e soprattutto un’investitura per quello che in Egitto viene considerato un nuovo Nasser, ossia il Generale al-Sisi. Un esito più che positivo del referendum potrebbe spingere l’attuale Capo di Stato Maggiore dell’Esercito e Ministro della Difesa a rompere definitivamente le riserve circa la sua candidatura e a correre, incontrastato, per la massima carica politica egiziana. Se non bastasse il riconoscimento popolare – secondo un recente sondaggio Gallup, il 94% degli intervistati vede nei militari l’unica alternativa al caos attuale –, il Generale al-Sisi ha potuto contare anche su una sorta di investitura del suo alleato di ferro, l’Arabia Saudita, che insieme a Emirati Arabi Uniti e Kuwait sono diventati gli sponsor politici e finanziari del “nuovo” corso egiziano al posto di Turchia (con cui a fine novembre si è consumato l’ultimo strappo politico) e Qatar. Oltre al fronte arabo musulmano, un riconoscimento indiretto alle azioni di al-Sisi è giunto anche dagli Stati Uniti, i quali in cambio del ripristino di una politica di convergenza di interessi con Israele basata su stabilità e messa in sicurezza del Sinai, hanno programmano, per il 2014, il consueto invio di 1,3 miliardi di dollari e lo sblocco dei 576 milioni di dollari di aiuti militari bloccati nei mesi scorsi. Una misura, questa, dettata forse dalla contingenza americana di non rimanere totalmente estranei al Medio Oriente visti i rapporti non idilliaci con Israele – si vedano il processo di pace con i Palestinesi e l’accordo sul nucleare iraniano – e la vincente politica estera mediorientale della Russia di Putin.

Tuttavia, nonostante l’esito scontato del referendum, il Paese non sembra essere destinato nel breve periodo a conoscere quiete e stabilità. Quel che più preoccupa è il clima di crescente tensione sociale e contrapposizione politica che sta agitando il Paese e che rischia di favorire un’escalation di violenze anche di sfondo terroristico. L’instabilità politica e gli eventi recenti come gli attentati di Natale al Cairo, Giza e Mansoura, che hanno causato la messa al bando della Fratellanza Musulmana come organizzazione terroristica, sta favorendo una penetrazione dei fenomeni jihadisti e di salafismo armato nell’entroterra egiziano finora ritenuti confinati solo al Sinai. Una situazione che pone all’evidenza di tutti il problema sicurezza. Nei giorni del voto le autorità hanno dispiegato sull’intero territorio 200mila poliziotti e 160mila soldati per prevenire disordini ai seggi ed eventuali attacchi nelle città. Infatti scontri, violenze ed anche morti (al momento 11 secondo il Ministero della Sanità) si sono registrati in tutto il Paese, in particolare al Cairo, Alessandria, Bani Suef, Sohag, Giza, Damietta e in tutta la regione dell’Alto Egitto. Le forze di sicurezza, ha annunciato il Ministero dell’Interno, hanno arrestato 444 persone in due giorni.

Sebbene il varo della Costituzione rappresenti indubbiamente una vittoria importante per l’attuale establishment, il ristagno economico e la quasi totale paralisi che vive il Paese rappresenta, tuttavia, la priorità numero uno che il governo sta cercando di affrontare. Se fino a qualche anno fa veniva l’Egitto veniva considerato da Jim O’Neill come una delle principali economie del futuro [1], il Paese continua ad essere oggi fortemente esposto al default finanziario e al rischio di una nuova ondata di proteste sociali. Infatti in assenza di incisive e radicali riforme economiche e senza l’aiuto politico e finanziario non solo delle plutocrazie arabe del Golfo è a repentaglio la stessa ricerca di stabilità dell’Egitto post-Mursi.

Il Paese in tre anni ha vissuto una rivoluzione permanente animata e condotta principalmente in tre fasi: una contro il regime mubarakiano, la seconda contro il Consiglio Supremo delle Forze Armate e la terza ed ultima contro i Fratelli Musulmani e le forze islamiste. Che sia la volta buona per la quadratura del cerchio e l’inizio di una nuova fase della transizione democratica? Difficile dirlo, sicuramente il voto è la dimostrazione di una voglia di stabilità da parte degli Egiziani.

* Giuseppe Dentice è Dottore in Scienze Internazionali (Università di Siena)
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[1] Nel 2005 Jim O’Neill, Presidente di Goldman Sachs, annoverava l’Egitto come una delle più grandi economie del mondo nel XXI secolo. Per maggiori informazioni si veda Elaine Moore, Civets, Brics and the Next 11, in «Financial Times», June 8, 2012, http://www.ft.com/intl/cms/s/0/c14730ae-aff3-11e1-ad0b-00144feabdc0.html#axzz2qVQZnvQk; Nils-Sjard Schulz, The third wave of development players, Policy Brief FRIDE, n° 60, Novembre 2010, http://www.fride.org/download/PB60_Third_wave_ENG_nov10.pdf.

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