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Emilio, o dell’evoluzione

Creato il 15 settembre 2012 da Lundici @lundici_it
Emilio, o dell’evoluzione

Emilio Fede (Barcellona Pozzo di Gotto, 24 giugno 1931)

Non mi sono mai sentito tanto a casa come quando, appena atterrato a Malpensa rientrando dalle vacanze, ho ricevuto la notizia che Emilio Fede aveva fondato un partito “Eccolo il mio paese, ora lo riconosco!” è una ricostruzione plausibile di quello che dev’essere stato il mio primo pensiero – e che contrariamente a quella volta in cui circolò la notizia che Gerry Scotti in veste di anti-Grillo fosse il nuovo candidato premier del PDL, la cui successiva smentita fu per me una concente delusione e, allo stesso tempo, una grande conferma della validità delle mie attribuzioni di realtà, questa volta non si trattava di una bufala – era tutto vero, nella sua comica assurdità.

Certo anch’io, come presumibilmente qualche milione di italiani, mi sono chiesto che tipo di persona possa decidere di votare non ironicamente “Vogliamo Vivere”, il partito – o “movimento d’opinione”, come a lui piace chiamarlo – di Emilio Fede. Ma questa è una questione irrilevante. Il punto fondamentale su cui riflettere è un altro: il fatto che quando pensiamo alla possibilità che persone come Emilio Fede (o Renzo Bossi, o Nicole Minetti, o altri, a discrezione del lettore) diventino o possano diventare i protagonisti della politica italiana, tale eventualità ci sembra implicare un necessario abbruttimento della politica, e il fatto che ciò non sia vero per nulla.

Emilio, o dell’evoluzione

Enrico Berlinguer (1922-1984), storico segretario del Partito Comunista Italiano (PCI)

La realtà è che quando ci si lamenta che i vari Grillo, Santanché, Calderoli & co. non possono e non potranno mai reggere il confronto con un De Gasperi o un Berlinguer, quando si contrappongono la cultura, la competenza e la preparazione dei politici di una volta rispetto all’ignoranza, all’incompetenza e all’inettitudine di quelli attuali, quando si paragona nostalgicamente il nuovo linguaggio della politica, composto principalmente da urla e volgarità, ad un mos maiorum fatto di pacatezza, correttezza e argomentazioni razionali, si trascura un punto fondamentale: il fatto che il linguaggio (ogni linguaggio) è uno strumento.

Il linguaggio politico, in particolare, è uno strumento per conseguire determinati obiettivi e come tale può essere modificato o sostituito all’occorrenza: la statura di un politico non sta nella bellezza dello strumento che usa, bensì nel suo saper scegliere il più efficace tra quelli a sua disposizione. Siccome non è per nulla detto che cultura, pacatezza e capacità di argomentare razionalmente a favore della propria tesi debbano sempre rivelarsi, sul terreno dello scontro politico, armi più efficaci di urla e volgarità, non bisogna dare per scontato che lo siano, e soprattutto che lo siano in virtù di una presunta superiorità morale. “Moral victory is for minor league coaches” direbbe Jay-Z.

I campioni di questo nuovo modo di fare politica non hanno nulla da invidiare ai loro grandi predecessori, cui li si paragona con l’intento di mettere in luce, tramite la contrapposizione, tutta la loro inadeguatezza: né sono piuttosto gli eredi naturali, la loro progenie che si è evoluta per adattarsi al meglio ai cambiamenti del suo ambiente naturale. Non c’è differenza tra gli uni e gli altri in quanto a padronanza degli strumenti che utilizzano, ma solo tra gli strumenti utilizzati,  il cui valore è dato soltanto dalla loro efficacia: un De Gasperi o un Berlinguer, se si ritrovassero a fare politica oggi, lo capirebbero e si adeguerebbero.

Ma cosa c’entra con tutto questo il “movimento d’opinione” di Emilio Fede? C’entra perché documenta – come già il Partito della Bellezza di Sgarbi, il fenomeno Grillo, i Circoli della Libertà, e così via – l’evoluzione della politica italiana e del suo linguaggio, e l’ulteriore diminuizione, nel suo DNA, dei geni-politica in favore dei geni-comunicazione – non certo per il peso politico del suo fondatore.

Emilio, o dell’evoluzione

Giuseppe Piero Grillo, meglio noto come Beppe Grillo (Genova, 21 luglio 1948)

Infatti è molto probabile – se non assolutamente certo – che un partito come “Vogliamo Vivere”, il cui bacino elettorale è formato principalmente da anziani (la qual cosa io personalmente la trovo di un’ironia deliziosa) scontenti della “real-politik” del governo Monti e nostalgici di quel mondo fiabesco che era l’ultimo governo Berlusconi, non vada politicamente da nessuna parte – esattamente come il Partito della Bellezza, il Movimento Nazionalista Lombardo e la vasta schiera di tutti i vari movimenti politici auto-caricaturali apparsi e rapidamente scomparsi negli anni. Ma non è quello il suo ruolo storico, né, presumibilmente, il suo obiettivo politico, ammesso che esso abbia effettivamente un obiettivo politico.

Non mi sono mai sentito tanto a casa come quando, uscendo da Malpensa nella notte e sotto la pioggia, ho ricevuto la notizia che, nonostante tutto, l’Italia in cui ero appena ritornato era ancora l’Italia che conoscevo.


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