Da qualche tempo, per motivi che per lo più ignoro, mi capita di leggere molti romanzi di esordienti. Mi sono fatta un'idea della psicologia dell'esordiente tipo che riporterò solo nella sua parte più superficiale, per non cadere in noiose astrazioni psichiche, prestando attenzione unicamente all'aspetto delle aspirazioni. Capita che io ritrovi puntualmente in ognuno di questi scritti il mio ideale profilo, allo stesso modo in cui accade che il criterio secondo cui leggiamo la realtà, fosse anche il più fallace del mondo, uscisse anche bistrattato di prova in prova, rimane comunque una lente privilegiata da cui guardare e di cui ci fidiamo ciecamente e per sempre (salvo rimescolamenti di coscienza). Quasi sempre - quasi sempre - accade questo: l'uscita del romanzo d'esordio sembra cogliere di sorpresa l'autore; l'esordiente tipo ostenta modestia e incredulità per celare più che può l'ansia da indefinito; si dimostra meravigliato di tanto successo o fatalista nell'accettare una sconfitta di numeri, di vendite, di critica, salvo poi indignarsi di questo con amici e sostenitori con una rabbia spropositata. Nel primo mese che segue la pubblicazione resta volutamente spaesato, e sicuramente lo è, e dà il meglio di sé ancora per poco ancorato al mondo comune fatto di amici d'infanzia, di vita piena di cose da fare, di uno scritto adorato che per ora si è solo mosso tra scrivania, pc e casa editrice. Tempo più o meno un mese e lo scrittore esordiente avrà già fatto un primo salto di qualità stringendo amicizia con questo e quello, potendo dire ma non troppo, seguendo insomma un cliché che è un cliché perché è un cliché. Presentazioni, punti di vista, imposizione virale della copertina del proprio romanzo nei luoghi che contano. Ma di questo ho già parlato una volta, la ripetizione è dovuta a quella fissità interpretativa di cui accennavo più sopra. Insomma nel mese post-esordio lo scrittore in questione perde un po' delle sue particolarità, ciò che di normale c'è nel suo carattere viene messo a tacere e le sue esternazioni prendono a somigliare, per fascinazione e originalità, alle frasi di circostanza che ci si scambia dal parrucchiere o al bar. Molti gli argomenti banditi e molti quelli indispensabili per decidere le sorti dell'anno d'esordio. Tra questi piuttosto importante è decidere in che modo prendere parte alla scena culturale di riferimento: si vuole stare con tutti? Si vuole essere un po' dissidenti? Si vuole essere scrittori d'élite? A chi si desidera piacere?
Ciò che rimane all'interno, che cova in pancia e si aggroviglia nell'Es, è invece un piccolo trauma da debutto. Coccolati dal proprio personale comitato di lettura e dall'editore che ha creduto in noi, ciò che si pensa del proprio scritto è che non potrà non piacere. Certo non a tutti. Non si può piacere a tutti è la frase più usata per rispondere alle critiche ricevute nel primo mese post esordio. Il comitato di lettura, i sostenitori, le sorelle e i fan rispondono indignati alle critiche negative. Poi, se si è fortunati, arriva la recensione di un critico vero che rimpasta un po' di simboli (che magari è annoiato perché deve scrivere cento recensioni di favore) e, a seconda che si tratti di una critica negativa o positiva, l'esordiente tipo risponde a modo, chinando la testa, timido, con le gote rosse o, nel secondo caso, cercando un neo nella vita privata del critico per poi accanirsi su questa debolezza oltre misura. Spesso, purtroppo, il neo del critico di talento è di aver scritto un romanzo strutturalmente e stilisticamente impeccabile ma razionale fino allo strazio e per questo davvero poco letto. E qui scatta l'accusa di invidia. Si scomoda la psicoanalisi e si accusa l'opinionista di avere un'opinione, proiettandogli addosso la propria invidia in un lagnosissimo gioco di rimandi. I litigi tra esordienti insoddisfatti e critici romanzieri sono ciò che di più triste ci offre la scena letteraria italiana uniti agli scannamenti sul nulla che esplodono nel web.
Ecco a me queste persone esordite mettono addosso un gran disagio e una malinconia lunghissima. E le ignoro mettendole nel letterume.
Ma non tutti sono così e non per sempre.
I tre libri esorditi che si trovano sul mio comodino non stanno lì insieme per nessun motivo in particolare. Questo se mai qualcuno sentisse la necessità di tentare parallelismi tra Sortino e Dahlie o tra Delorda e se stesso. E' solo una questione di mobilio e di riti notturni.
Dunque su questo mio comodino siede in trono Elisabeth (Einaudi, 2011), il romanzo d'esordio di Paolo Sortino, persona piena di grazia, davvero commossa e incredula di tanto entusiasmo di critica. Il suo romanzo rimescola l'inconscio, ci parla di felicità e commuove come solo la letteratura sa fare. L'autore risponde agli elogi un po' come il principe Myŝkin risponde alla vita. Ringrazia. E non parla a sproposito di come Proust gli abbia cambiato l'esistenza o del conformismo intellettuale secondo André Schiffrin. No, no. Parla di vita, si interroga sulla felicità. Sortino è un artista.
Sopra ad Elisabeth si posa La serpe nera (Pungitopo, 2011) di Graziano Delorda, una raccolta di racconti piena di una misteriosa sensualità che non si capisce da dove esca ma c'è e che forse è dovuta al nichilismo indolente con cui l'autore getta un'occhiata sul reale, di sbieco, con il sopracciglio alzato. In realtà La serpe nera non è il suo vero esordio, di Delorda è uscito prima un romanzo, Pace, sempre con Pungitopo editore. Nel suo Arbeit Macht Frei, mio racconto preferito insieme a Bill cammina, lo scultore, protagonista della storia, in un travaglio artistico ed estetico e in preda ad un'ossessione di realismo, arriva ad un gesto estremo, simbolico fino alla commozione: cola del metallo fuso su un gruppo di cani vivi. Quanta sincerità in un pensiero così crudele, in quei cani fusi ho sentito il coraggio di dire.
L'ultimo esordiente che sta sul mio comodino è Michael Dahlie, Guida per gentiluomini all'arte di vivere con eleganza (Nutrimenti, 2011); il suo romanzo fa sorridere e lascia incantati per il modo in cui l'autore riesce a rappresentare quel sottile scarto tra dentro e fuori che si crea nell'impatto tra ciò che siamo e la vita di facciata, a forma di ideale, che ci siamo meticolosamente costruiti. Per l'appunto.
Tornare umili una volta passato il primo anno post esordio è patetico e non serve. Che le idee che avete cullato fino al giorno prima del vostro debutto possano rimanere le vostre ossessioni per sempre. Alla letteratura fa bene ciò che siete.





