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Franceschini: restituire il Colosseo alle attività pubbliche e private.

Creato il 13 novembre 2014 da Retrò Online Magazine @retr_online

“L’idea dell’archeologo Manacorda di restituire al Colosseo la sua arena mi piace molto. Basta un po’ di coraggio.” Questo il tweet del Ministro Dario Franceschini, il quale intende promuovere un nuovo uso per il Colosseo facendo riferimento alle ricerche del prof. Daniele Manacorda, docente di Metodologia e tecnica della ricerca archeologica (Roma Tre).

Manacorda lo scorso luglio ha pubblicato sul magazine Archeo immagini e parole provocatorie quanto basta ad innescare proposte, dibattiti e idee sulla ri-arenizzazione del monumento simbolo di Roma. Manacorda sostiene che i sotterranei debbano tornare ad essere tali, nella restituzione di un piano calpestabile che possa essere utilizzato per eventi pubblici e privati tali da rendere il Colosseo un monumento vivo. Ciò comporterebbe appunto un progetto architettonico tale da conferire all’arena l’aspetto che ha mantenuto fino al tardo 800, aspetto immortalato in vedute che il professore ha voluto prendere ad esempio. Svilire il monumento iconico dell’Italia a mero luogo turistico è stata forse una forma di tutela, un preservare il lento disintegrarsi delle sue forme da interventi massicci e invasivi che non avrebbero portato comunque a nulla, considerando che l’ultimo evento risale ad un secolo fa. Scoperchiando l’arena, mettendo a nudo i sotterranei, si sono persi importanti luoghi di memoria, aree di ricerca e di scavo sono scomparse e inevitabilmente, un luogo ha perso la sua identità.

Dario Franceschini, Ministro dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, immagina dunque un futuro diverso per il Colosseo, un futuro attivo e vitale che integrerebbe turismo e cultura nell’incastro di attività pubbliche e private che avrebbero come teatro il teatro per eccellenza. In effetti, ad oggi il monumento è l’esempio stesso del trattamento che l’Italia riserva ai suoi volti migliori. Migliaia di zone archeologiche e altrettante aree più moderne che comprendono chiese, palazzi e opere d’arte sono delle esposizioni maldestramente concepite che ben poco hanno di vivo e interattivo. La conservazione di un bene di interesse storico e culturale deve prescindere dal suo uso e non boicottarne le attività. Manacorda scrive in proposito: ‘Io vorrei che noi rivestissimo questo Grande Ignudo della sua veste più intima, gli restituissimo la possibilità di parlarci a viso aperto, non come chi sta imbarazzato davanti al pubblico con entrambe le mani sul ventre, quasi a chiedere scusa di una colpa non sua’. 

L’Anfiteatro Flavio è una delle sette meraviglie del mondo, conosciuta come simbolo di Roma e dell’Italia. Tra i diversi usi che ne sono stati fatti dal temine dei lavori di costruzione – 80 d.c. – ricordiamo con maggior enfasi le performance dei gladiatori e, ovviamente, le persecuzioni cristiane – non propriamente documentate –  ma venne adoperato anche come castello, deposito d’armi, luogo di sepoltura e di culto, cava di travertino e area di venationes (caccia di animali selvatici e esecuzione dei condannati per via degli attacchi da parte di animali feroci.)

I primi restauri risalgono al 217, successivamente al crollo delle strutture superiori dovuo ad un incendio, nato presumibilmente da un fulmine. Altri lavori di recupero e manutenzione si ebbero nel 250, nel 410 dopo il sacco di Roma, nel 1350 dopo un terremoto di grande entità che causò gravi danni strutturali. Nel 1675 divenne luogo sacro in memoria dei martiri e nel 1744 Benedetto XIV fece allestire le edicole della Via Crucis, per dichiarare il Colosseo chiesa consacrata cinque anni dopo. 

Il violento terremoto del 1806 costrinse Pio VII ad istituire una commissione straordinaria per la pianificazione di un restauro significativo. L’Anfiteatro Flavio venne chiuso da una cancellata per volere di Giuseppe Valadier nel 1823, nel corso del cantiere di restauro da lui diretto e che comportò l’inserimento di materiali e strutture ‘di rottura’ a causa del budget limitato. Nel 1933 fu demolita la Meta Sudans o Fontana Flavia per volere di Benito Mussolini che progettò in quel punto il passaggio della via dell’Impero, ora dei Fori Imperiali.

Studi recenti hanno portato alla luce una situazione strutturale senza dubbio preoccupante, sono state rilevate infatti oltre 3.000 lesioni e un cedimento delle fondamenta ha causato un’inclinazione dell’intero monumento di circa 40 centimetri.

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