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GABA oolong: un tè penniente poetico (però dice che fa benissimo)

Da Lasere

Chissà se era già capitato anche a voi di sentir nominare questo particolare tipo di tè oolong: il fantomatico GABA. A me, sì.

Anni orsono, all’incirca quand’ero nel pieno di quella delicata e vagamente psicotica fase che potremmo chiamare “fase del voglio provare tutti i tè del mondo e tutti insieme grazie!”, feci scivolare nel mio primo (e a tutt’oggi unico) ordine presso il rivenditore Tea from Taiwan un colorato bustino di GABA oolong, questo sconosciuto.

Essendo passato molto tempo, ed essendo che all’epoca non avevo ancora un apposito blog in cui perpetuare i volubili moti dell’animo mio, non serbo alcun ricordo di quel primo incontro: è una storia ben triste; proprio per questo, quando mesi fa il tè in questione è giunto in Italia tramite TeaWay (tra l’altro in veste biologica, il che non dispiace), sono stata nuovamente preda della curiosità di provarlo, nonché di riparare al mancato eternamento di volubili moti dei tempi che furono.
E dunque, infine, riprovato lo ho.

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Piantagione di tè a Taiwan, Alishan, una delle più rinomate zone di produzione di oolong “Gao Shan” (tè semi-ossidato d’alta montagna), di norma usato come materia prima di base per la creazione del GABA oolong. L’immagine è tratta dal blog Taiwan in Cycles, e da questo post in particolare.

Comincio col dire che il GABA è un tè che sembra nato per far la gioia degli ipocondriaci (quale io, modestamente, sono), in quanto promette di portare sollievo a circa i due terzi dei malanni cui può andar soggetto un corpo umano, e fors’anche non umano, in misura assai maggiore rispetto a qualsiasi altra tipologia di foglia; un tè, insomma, programmaticamente orientato verso l’aspetto “salutistico” della faccenda – il quale, a dispetto della conclamata ipocondria di cui sopra, di norma tende a interessarmi quasi niente. Epperò: placet experiri, come scrisse Colui. (a proposito di Colui: l’avete mai letta La montagna incantata di Mann? È un mattoncione della peggior specie ma, ah!, quanto ho stra-amato quel libro! Più che lettura, è esperienza di vita) (ma mi pare che qui si stia appenappena divagando: chiedo perdono e rientro nei ranghi ;-))

Tutto ebbe inizio in Giappone, in tempi relativamente recenti: correva l’anno 1987 quando un gruppo di ricercatori giapponesi intento a compiere esperimenti sulla conservazione dei cibi tramite azoto (gas incolore, inodore, insapore e inerte che costituisce il 78% dell’atmosfera terrestre – Wiki docet) ebbe modo di constatare che le foglie di tè oggetto di uno degli esperimenti, al termine del processo, riportavano valori decuplicati di Gamma Amino Butyric Acid, per gli amici nient’altro che GABA.
La scoperta fu lieta, in quanto il suddetto acido gamma amminobutirrico, oltre ad avere un nome buffo da prenderlo in giro, risulta essere il principale neurotrasmettitore inibitorio del nostro sistema nervoso centrale, che qualunque cosa significhi (bere tè non cura l’igniuransa, ahinoi ;-)) è cosa buona e giusta, e, a quanto pare, più ce n’è e meglio ci si sente.

GABA_struttura

Struttura dell’acido γ-amminobutirrico, o GABA; ai miei occhi nient’altro che un grazioso disegnino privo di senso; però simpatico, eh!

Non essendo compito mio il discorrere d’occorrenze mediche, mi limito qui a riferirvi sommariamente alcuni tra i disturbi cui questa sostanza, se assunta con regolarità, parrebbe risolutamente giovare, in forza del suo benefico effetto “calmante” sui neuroni: l’ipertensione, in primo luogo, grazie al rilassamento delle pareti dei vasi sanguigni; il sovrappeso (in quanto naturale inibitore dell’appetito), l’ipoglicemia, la scarsa tonicità muscolare; si dice inoltre capace d’aiuto in caso di fastidi psichici quali ansia, stress, mancanza di concentrazione, stati depressivi di lieve entità – e qui mi fermo, diligentemente rimandandovi a pagine più consone e approfondite, tra cui alcune elencate in calce.

Ciò detto, non sorprende il fatto che, d’allora in poi, il fortuitamente neonato tè GABA sia divenuto oggetto di consapevole riproduzione e conseguente commercializzazione, fino a divenire via via più noto e consumato non tanto in Occidente, dove non se ne era a conoscenza fino a pochi anni fa, quanto in Oriente: a tutt’oggi Taiwan è il suo maggior produttore, il Giappone il più assiduo consumatore.

Semplificando quanto più possibile, la produzione di questo tè mira a riprodurre le condizioni di quel primo esperimento, ed è dunque caratterizzata dall’impiego, in fase di parziale ossidazione delle foglie (di norma le stesse destinate a divenire oolong Gao Shan – vedi voce glossario), dell’azoto al posto dell’ossigeno, mediante il seguente procedimento:

«The fresh tea is placed in stainless steel vacuum drums and the oxygen is removed and replaced with nitrogen. The tea leaves are exposed to this nitrogen-rich atmosphere for about 8 hours. The temperature must be kept above 40 degrees Celsius for the duration of the processing. This procedure produces the highest concentrations of natural GABA.» (fonte)

Un’apoteosi di pura poesia, insomma ;-)
E ora che sappiamo quasi tutto di lui, scopriamo che faccia ha questo GABA…

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(foto ingrandibile)

Le foglie asciutte si presentano di un marroncino scuro screziato d’ocra e di raro verde, perlopiù, in forma di pallottoline particolarmente minute e strette; al naso, niente, ma proprio gnentegnente rimanda alla burrosa fiorellinità zuccherata dei Gao Shan propriamente detti, tanto che si potrebbe stentare a credere che la “base” di questo tè sia effettivamente composta da foglie di tale tipologia; epperò noi ci fidiamo sulla parola, pur preparandoci fin d’ora ad un risultato in tazza che niente avrà a che fare con un oolong d’alta quota, forti della consapevolezza che foglie foss’anche della stessa pianta, se sottoposte a lavorazione differente tra loro (qui per esempio è lampante la più elevata percentuale d’ossidazione rispetto a un normale Gao Shan), possono arrivare a differenziarsi nettamente in quanto a “personalità” aromatica e gustativa.

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(foto ingrandibile)

L’aroma, nient’affato sottile bensì denso e “spesso”, non fiori ricorda ma piuttosto cereali, lieviti e pane di segale, quest’ultimo chiamato in mente da una chiara punta d’acidità.
L’infuso, da me ricavato con dosi e tempi da “gong fu cha” (foglie a coprire del tutto il fondo del teierino, 90°, prima infusione di 1 minuto, seconda di 30 secondi, poi a risalire pian piano) è di un limpido arancio non troppo acceso, odoroso di cereali e segale anch’esso, così come di carote e pomodori lessati, e di legno di bambù (avete presente l’odore che rilasciano i cestellini di bambù intrecciato nella cottura a vapore? Ecco: lui :-))
In bocca ho ritrovato una blanda dolcezza vegetale: un gusto per quanto mi riguarda non particolarmente entusiasmante (per quanto non spiacevole, eh), piuttosto “monocorde” e grossolano, quanto un po’ troppo prossimo a quello tipico del Rooibos, che io proprio non gradisco; perciò, se diversamente da me voi amate il sapore dell’arbusto africano, con ogni probabilità apprezzerete molto anche questo GABA.

gaba-oolong_liquor

(foto ingrandibile)

Va detto che, d’infusione in infusione (e ne permette assai numerose), questa melensa mielosità s’inasprisce piacevolmente, la nota acida prevale rendendo il sorso più fresco, vivace, fino a ricordare il soffio agrumato di certi tè neri di Ceylon.

Lo ricomprerò? Mah. Resto incerta. Se lo facessi, sarebbe solo con intenti salutistici (ché effettivamente tendo ad avere valori pressori sopra la giusta media, e “Ansia” è il mio secondo nome), e in tal caso dovrei berne con regolarità, quotidianamente, per sperare d’ottenere effettivi benefìci, altrimenti poco senso avrebbe. E, in tutta sincerità, con tutti i tè che ci sono e che amo, questo è ben lungi dal rientrare tra i miei preferiti… Vedremo.

Quanto a noi, chiedo scusa delle approssimazioni scientifiche impunemente inserite in questo post, augurandomi che chi tra voi fosse interessato alle proprietà di questo tè continui l’approfondimento in luoghi più adeguati; spero comunque che questa piccola introduzione possa esservi stata in qualche modo d’aiuto o “ispirazione”. Alla prossima tazza! :-)

Fonti consultate:


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COMMENTI (1)

Da Giuseppe
Inviato il 20 settembre a 11:18
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Ho trovato questo articolo estremamente interessante