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Gianna Manzini, Rive remote

Da Paolorossi

Curioso: la nonna era la “cupola del Bramante” a Pistoia. In tanti anni non me n’ero accorta; e davvero c’era da stupirsene, perché si vedeva subito e chiunque l’avrebbe capito: dignitosa e sontuosa accoglienza, cola e rotonda dal collo fino all’orlo della sottana , era proprio la cupola della mia chiesa: infatti le si muovevano gli altri intorno , lei stava ferma: come sempre.

Mischiando impaccio e contento, comincia a giocherellare coi ciondoli raccolti in fondo alla catena che le scendeva dal colli. Si ripeté identico lo stato d’animo d’un giorno lontano. Io, bambina, in un giardino pubblico, al lato della sua gonnella nera rogata di lucido raso, a trastullarmi con quei portafortuna pendenti dalla lunga collana. Lei immobile, grande, addirittura solenne, parlando con alcune amiche.

Ad un tratto cadde dalla sua bocca una parola nuova: “simmetrie”; rimbalzò fino alla mia anima: la presi, la tenni, vi provai adagio la voce, poi la spensi dentro di me, la inghiottii; e prima fece lieve brusìo, e infine s’aperse come una farfalla su una pagina: mi esaltò: chiarissima, palmare, specchiava tutto l’equilibrio tranquillante del giardino

(Gianna Manzini, Rive remote, 1949)
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