Magazine Attualità

Giornalismo, #socialmedia e barbarie

Creato il 27 maggio 2013 da Intervistato @intervistato
La notte del 27 maggio nelle campagne di Corigliano Calabro Fabiana Luzzi è stata uccisa dal suo fidanzato, in maniera atroce. Non voglio indugiare nei particolari, non è mio compito, non faccio il giornalista. Però invece chi fa questa mestiere, soprattutto se lavora in una testata regionale, ieri è stato attaccato perché avrebbe "oltraggiato la vittima" e difeso l'assassino.
Giornalismo, #socialmedia e barbarie C'è un ragazzo di 17 anni, reo confesso, di cui sono state messe solo le iniziali, perché deve essere tutelato come prevede la legge e anche la deontologia professionale, ho anche linkato la Carta di Treviso, documento che sancisce le norme sulla riservatezza dei minori. Di lei sono state messe anche le foto, anche dai grandi giornali nazionali, solo che con ritardo, ma non per scelta etica. Sta di fatto che parlare male dei giornalisti è uno sport nazionale molto in voga, soprattutto perché porta molti Like e RT, lo sappiamo. C'è una fortissima confusione fra cronaca, che è mestiere, complesso, difficile, e commento, cosa diversa e i social hanno dato una forte illusione, che il giornalismo, sia un mestiere facile, d'altronde tutti lo confondono con il blogging. Cose diverse.
La cosa però è peggiorata, perché qualcuno, di cui non faccio il nome, ha realizzato un post in cui accusava sempre lo stesso quotidiano regionale di aver messo la foto dell'assassino, quasi per sbaglio. Gli è stato spiegato che non era così, che si trattava di un'immagine in una photogallery del luogo del ritrovamento, basta leggere la didascalia. Invece si continuava a insinuare che si poteva essere spinti all'errore nella lettura, il ragazzo comunque pare fosse un amico della vittima, chiamato per il riconoscimento. Una cosa: se davvero un giornale avesse avuto la foto dell'assassino probabilmente l'avrebbe pubblicata, pixellata, ma l'avrebbe messa.
C'è un errore di fondo sul giornalismo, il credere che si tratti di una missione salvifica e civilizzatrice, molto oltre il reale mestiere. Forse sarebbe il caso di aprire le redazione al pubblico per qualche giorno e far capire davvero come si lavora. Pensavo fosse finita, ma stamane sul blog di uno dei grandi giornali trovo una lettera di una donna calabrese, direttrice delle relazione esterne per una multinazionale, che parla della sua regione come se stessimo parlando di non so che posto, neanche l'Iran. Ora, io, per questioni personali, amicizie e conoscenze, ho molti legami e conoscenze con la Calabria, forse esisteranno situazioni del genere, io non ne conosco, e allora perché quella lettera diventa un'analisi antropologica? L'avesse scritta una studentessa dell'Unical o un'impiegata sarebbe stata cosa diversa,non l'avrebbero pubblicata, perché i social vogliono la sociologia e la psicologia facile, che rafforza i luoghi comuni. E' molto più facile!
Di banalità, anzi di barbare banalità, ne ho lette un'enormità ieri. L'unica richiesta era vendetta. Si chiedeva un rituale violento, un'immersione nel sangue stile Apocalypse Now, perché l'assassino, siccome minorenne, non sarebbe andato in galera. Era agghiacciante vedere persone di ogni classe sociale e professione, pronte alla vendetta nel nome di "se fosse successo a mia figlia o a mia nipote ecc". Signori, se fosse successo ad un vostro caro voi non stareste sui social a straparlare e a giurare sangue! Almeno me lo auguro. Però poi siamo pronti a criticare gli americani che fanno le feste per le esecuzioni, a criticare i musulmani che obbligano il burqa alle donne, ci battiamo il petto, firmiamo petizioni online, poi esplodiamo di rabbia negli status dei social. Un'ipocrisia di fondo si agita nel nostro paese, perché siamo anche quelli che andiamo a litigare con gli insegnanti che hanno dato un'insufficienza ai nostri ragazzi e quelli che scendono dall'auto per un diverbio pronti alle botte. Quel ragazzo è figlio nostro, figlio della rabbia delle nostre risposte e questo non è buonismo, è il fatto che se spegniamo il cervello e accendiamo la vendetta allora autorizziamo il massacro. Perché il giorno dopo arriveranno i parenti del giustiziato e faranno fuori noi e così ad libitum!
Gli unici che davvero potevano avere diritto all'odio in questa situazione erano i genitori di Fabiana. Stamattina la madre ha parlato con l'Arcivescovo di Rossano-Cariati, che si era recato a farle visita e ha dichiarato: "Voglio giustizia per mia figlia". Giustizia. Niente di più, niente di meno. Poi, riferendosi, al ragazzo, il reo-confesso, che deve subire un processo, ha detto: "Anche lui è una vittima". Serve altro?
Altro c'è. A Corigliano, il paese dove è avvenuto l'omicidio, c'è stato un corteo per ricordare Fabiana. In testa c'era uno strisione: "La tua storia meritava più ascolto".
Simone Corami | @psymonic


Journalism, social media and barbary
During the night of May 27th, in the countryside of Corigliano Calabro, Fabiana Luzzi was murdered by her boyfriend in an atrocious way. I don't want to go into the details, it's not my job, I'm not a journalist. But those who actually do this job, especially if they're working in a regional newspaper, yesterday was attacked because they "offended the victim" and defended the killer.
There's a 17 year old boy who confessed, whose only initials were published, because he must be protected, as the law and professional code say, I've even linked the Treviso Bill, the document that disciplines privacy norms for minors. Of the girl even pictures have been published, even by big national newspapers, only a bit late - not because of an ethical choice. Point is, speaking ill of journalists is a national sport that is quite popoular, especially because it brings a lot of likes and a lot of retweets, as we know. There's a great confusion between reporting, which is a complex job, and commentary, a completely different thing. Social media have given the strong illusion that journalism is an easy job, and everyone confuses it with blogging. But no: they are two very different things.
What would happen if Internet went through the same things that the commercial TV of the 80s went through? Gossip, light variety shows, decolletees, infotainment, publicity shoved everywhere, dancers, big dancers, ducks, paranormal mysteries, magicians, screaming experts, ufos and human cases, hustlers and domesticated news. Everything that can make the audience grow was (and is) followed with religious attention and it doesn't really matter that the cultural level has gone underground. Different times, different media, one would say, what does the Internet have to do with it?
The space occupied by viral oriented content on the most important mainstream Italian newspapers (Repubblica and Corriere). A blooming of cuddly cats, singing dogs, strange accidents, provoking decolletees (trending topic!), VIP vacations, flirts, finished relationships and betrayals. The total space occupied by these contents?
Is it all here? Not even close. Some disturbing numbers about referrals have been published, which is the source of traffic coming in to great mainstreams. We're talking about 30% of clicks that come froms ocial networks (even though lately we've been hearing a much more tranquilizing 10%). So in online redactions, there are some concept that have become insistent, such as "viral", "sharing". Concept that, and this is the heart of the problem, are entering in the set of criteria used by journalists to define what is or is not "news".
Aamong the news criteria there is also the "potential virality" of a given content. There is the tendency to choose whether to give space or not to a given fact, based on its alleged capacity of becoming viral, which means to be shared and commented on social media and attracting traffic towards the newspaper's website.
So that's how you publish the video of the pianist cat and the photogallery of the naked star and choose with a new perspective what news to give and how to give them (for example breaking the article in dozens of subcontents that are easy to share, and filling them with videos and images). Does anyone notice the similarity between this habit and the desperate research of "easy" TV audience?
The question we should ask, at this point is: what is viral is also high quality, or the great distribution is obtained by exploiting the readers emotions, their instincts, the morbosity of the keyhole and the tendency to disengagement? Be what it may, I believe that online journalists and, why not, also readers (us) should ask themselves whether this drift of the web towards a dimension of infinite infotainment medium strongly characterized as commercial is or isn't a problem, whether it's a concept we should ask ourselves some questions about. Yes, because in this case, would the research, and the more culturally rich content find space? Without even thinking about the utopia of the Web as the medium and humus of a greater collective intelligence than the sum of the single components, who are us. A utopia, in fact.
In view of the more specific integration of the web with the TV, of the massive migration on mobile devices and the announced death of the paper print, the quality of online information is a strategic concept because it tends to represent the quality of information in general. The problem is that the web is now governed by a small oligopoly of huge players (Google, Facebook, Microsoft, Apple). Players that have all the interest in keeping things this way.
Simone Corami | @psymonic 

Ritornare alla prima pagina di Logo Paperblog