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#Storiedeldisonore: via d'Amelio, quattro processi e poca verità (pt. 2)

Creato il 25 maggio 2013 da Intervistato @intervistato
Una storia quella della strage Borsellino scritta da Vincenzo Scarantino, delinquente di basso lignaggio criminale, che si rivelerà essere poi falsa, ma che reggerà tre gradi di giudizio portando alla condanna di undici persone, di cui sette all’ergastolo, nell’ambito dei processi Borsellino e Borsellino-bis.
#Storiedeldisonore: via d'Amelio, quattro processi e poca verità (pt. 2) Per anni è la sua la versione ufficiale della strage di via d'Amelio. Nonostante le rimostranze di alcuni pm tra cui Ilda Boccassini, coloro che rappresentano l'accusa nei processi, tra cui anche l'attuale pm titolare dell'inchiesta sulla cosiddetta "trattativa" Antonino di Matteo, danno la patente di credibilità a Vincenzo Scarantino. Scagliandosi anzi contro coloro, in particolare tra i giornalisti, che seminano dubbi sulla credibilità del pentito. Oggi lo chiamano ‘depistaggio‘, mentre fu anche un clamoroso errore investigativo-giudiziario, e le revisioni alle condanne scaturite dalla ricostruzione Scarantino ne sono una ulteriore prova. E' stato Gaspare Spatuzza a consegnare agli inquirenti quella che oggi viene ritenuta la versione più vicina alla verità della preparazione dell'attentato.
Le prime indagini sulla strage di via d’Amelio vennero lasciate in balia della Polizia, in particolare, ad Arnaldo La Barbera, superpoliziotto di cui la procura di Caltanissetta aveva stima e fiducia. Purtroppo la sua versione non si saprà mai. Morirà stroncato da un tumore nel 2002, periodo in cui la storia di questa strage era ancora quella di Scarantino.
Di certo quel 19 luglio del 1992 e nelle giornate immediatamente successive le disattenzioni furono molte, e le amnesie dei vent'anni successivi hanno contribuito a intorbidire acque già scure. Basti pensare al trasporto dei reperti rinvenuti sul luogo della strage all’interno di sessanta sacchi neri spediti agli uffici romani dell’FBI. Che dentro quei sacchi non ci fosse anche la famigerata agenda rossa su cui Borsellino nelle ultime settimane prendeva appunti riguardanti le sue indagini?
Dopo la morte di Falcone e quella immediatamente successiva di Borsellino, le misure straordinarie del contrasto alla criminalità organizzata, tra cui il ripristino del carcere duro, mettono Cosa Nostra in agitazione, che insanguinerà anche Roma, Firenze e Milano nel 1993. Si fa strada l’ombra di una ‘trattativa‘ per fermare il terrorismo mafioso e per arrivare a quel Totò Riina, imprendibile boss di Cosa Nostra, e ritenuto il capo dei capi.
Ma di ‘trattative‘ ne è piena la storia d’Italia, e, senza ipocrisie, pure quella delle investigazioni antimafia. Non stupisca quindi, che due appartenenti ai Reparti Operativi Speciali dei Carabinieri come Mario Mori e Giuseppe de Donno, siano andati a cercare il contatto proprio con quel Vito Ciancimino, ex sindaco mafioso di Palermo, legato a doppio filo al gotha di Cosa Nostra e a quello della Democrazia Cristiana.
Il baratto per fermare la stagione delle bombe starebbe nel cosiddetto ‘papello‘, altro oggetto misterioso di quella stagione controversa, che la collaborazione del figlio di don Vito Ciancimino, Massimo, non ha contribuito a chiarire, nonostante abbia fatto emergere alcuni elementi rimasti prima nell’ombra.
«Quando non si può più fare finta di niente - ha spiegato più volte Giuseppe di Lello, uno dei componenti del fu pool antimafia di Falcone e Borsellino - allora lo stato interviene»: trecento detenuti mafiosi vengono trasportati all’alba del 20 luglio 1992 nelle prigioni dell’Asinara e Pianosa, per essere sottoposti al regime del carcere duro, il cosiddetto 41-bis. Dieci giorni più tardi sbarcarono in Sicilia i primi contingenti dell’esercito italiano per l’operazione “Vespri siciliani”. Occupano e proteggono gli obiettivi ritenuti sensibili, rappresentando un eccezionale impiego dell’esercito dentro i confini nazionali. [to be continued...]

Luca Rinaldi | @lucarinaldi


Stories of dishonor: via d'Amelio, four trials and no certainties
A story, the one of the Borsellino massacre, written by Vincenzo Scarantino, a low criminal profile offender, which will be soon revealed to be false, but that will hold for three degrees of trials leading to the conviction of eleven people, of which 7 to life in prison, in the Borsellino and Borsellino-bis trials.
For years his was the official version of the d'Amelio street massacre. In spite of the doubts of some PMs among which Ilda Bboccassini, the ones who represent the State in the trials, among which the current PM working on the so called "treaty" Antonino di Matteo, give the sigil of credibility to Vincenzo Scarantino. Accusing those who, especially among journalists, diffuse doubts on the credibility of the collaborator of justice. Today they call it "screening", but it was also a huge judiciary mistake, and the revisions to the convictions derived from the Scarantino reconstruction are another proof of that. It was Gaspare Spatuzza who gave the investigators the version which is now considered to be nearest to the truth in the preparation of the attack.
The first inquiries on the d'Amelio street massacre were left to the Police, and in particular to Arnaldo La Barbera, policeman that the Caltanissetta department trusted and respected. Unfortunately we'll never know his version. He died because of a tumor in 2002, a time when the official version was still the one of Scarantino.
Surely on that July 19th of 1992 and in the days after, careless mistakes were many, and the amnesia of the following 20 years have contributed to muddy waters that were already quite dark. Just think about the transportation of evidence found on the spot inside sixty black sacks sent to the Rome offices of the FBI. Is it possible that missing from them was the red notebook on which Borsellino used to write his notes on the inquiries in the last weeks of his life?
After Falcone's death and the one, shortly after, of Borsellino, extraordinary measures against organized crime, among which the return of "hard prison", put Cosa Nostra in turmoil, and will make Rome, Florence and Milan bleed in 1993. The shadow of a "treaty" to stop mafia terrorism appears, and of course to catch Totò Riina, the unapprehendable boss of Cosa Nostra, considered to be the boss of bosses.
But the history of Italy is full of "treaties", and without hypocrisy, also the one of the antimafia investigations. We shouldn't be too amazed by the fact that two members of the Special Operative Department of the Carabinieri such as Mario ori and Ggiuseppe de Donno have tried a contact with that same Vito Ciancimino, former mafia mayor of Palermo, linked to Cosa Nostra and Democrazia Cristiana at the same time.
The exchange to stop bombs was the so called "papello", another misterious object of that controverse time, that the collaboration with don Vito Ciamcimino's son Massimo, hasn't contributed in clearing any better, in spite of the fact that it has managed to make a few elements emerge, that were previously left in the shadows.
"When you can't pretend it's nothing - Giuseppe di Lello has explained several times, one of the components of the former antimafia pool of Falcone and Borsellino - then the State intervenes": three hundred mafia convicts are transported on July 20th 1992 in the prisons of Asinara and Pianosa, in order to be put under the regime of "hard prison" the so called 41-bis. Ten days later the first contingents of the Italian army come to Sicily for the "Vespri siciliani" operation. They occupy and protect delicate targets, and represent an exceptional use of the amy inside national boundaries.

Luca Rinaldi | @lucarinaldi

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