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HELLFEST 2014: le pagelle del Messicano

Creato il 07 luglio 2014 da Cicciorusso

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Mercoledì 25 giugno 2014, orario imprecisato del mattino. La sveglia suona per la terza o per la quarta volta. Devo raccogliere le forze e tirarmi su da ‘sto cazzo di letto. Mi trascino in bagno. Faccio tutto per inerzia, anche tirare fuori la macchina dal box. Mi butto nel traffico, tutti suonano il clacson ed  insultano gli altri automobilisti. Le precedenze non esistono e nemmeno i limiti di velocità. È una cazzo di jungla. In prossimità di una rotonda mi sorpassa una focus con l’alettone con Gianni Celeste sparato a manetta. Sono confuso… Dove cazzo mi trovo? Arrivo a destinazione, sempre per inerzia, praticamente senza rendermene conto. Come se fosse un riflesso condizionato, insomma. Mi avvicino alla prima persona che mi ritrovo davanti, trascinandomi come uno zombie, e le chiedo: “Ou, tu oggi chi vuoi vedere? Guardiamo il programma!”… Ricevo una strana risposta: “Eh? Ma in che senso?”… A quel punto realizzo: non sono più all’Hellfest di Clisson, in Francia, ma sul mio posto di lavoro.  La ragazza a cui ho fatto quella domanda è separata ed ha due figli che frequentano le scuole elementari. Per lei la musica si ferma ad Alessandra Amoroso ed Emma Marrone e non sa nemmeno chi cazzo siano gli Slayer o gli Slapshot. È il primo giorno di lavoro post-Hellfest ed io sono in stato confusionale. Non capisco un cazzo di niente, più del solito, e mi sento come se mi avessero riempito di botte e scaraventato in una pressa la sera prima. È un ritorno alla vita normale. Un brusco risveglio, insomma, sia in senso letterale che figurato.  Cazzo che roba. Ma facciamo un passo indietro.

Estate 2013. Siamo a luglio e fa un caldo bestiale. Per puro caso, capito sul sito ufficiale dell’Hellfest, festival musicale che si è tenuto in un paesino della Francia circa un mese prima. L’avevo già sentito nominare, dato che è ormai alla quinta o alla sesta edizione, ma non me n’ero mai interessato. Voglio dire, dai, da un paese di merda come la Francia che cazzo mai potrà venire di buono, se non un paio di vini e quattro formaggi? Ormai sono lì e do un’occhiata alla bill dell’edizione appena passata e non credo ai miei occhi. Nello stesso festival ci sono Kiss, Agnostic Front,  ZZ Top,  Cockney Rejects, Saxon, Twisted Sister, Immortal, Sick of it all e altre decine e decine di gruppi. Mai vista una cosa simile in Europa, specialmente di quelle proporzioni. Guardo le foto. Un casino di gente delle più svariate tipologie. Mignotte in bikini, casi umani vestiti nelle maniere più improbabili, metallari con le toppe anche negli occhi, eccetera. No, cazzo, io l’anno prossimo ci devo andare. Ormai sono quasi anziano e i miei vecchi compagni di battaglia o sono troppo impegnati a correre dietro a moglie e figli o sono talmente imbolsiti da ritenere faticosa anche un gitarella domenicale. Vaffanculo. Mando un sms all’ottimo Roberto Bargone, un vero Manowar, nonché un medalz di primo livello, citandogli qualche nome dell’Hellfest 2013 e chiosando con un prosaico “l’anno prossimo dobbiamo andarci per forza”. Rimane stupito anche lui dai nomi, ma mi risponde che lui per l’estate 2014 ha già appuntamento con il Wacken per gli Emperor. Lo mando a cacare e la cosa muore lì. Passa circa un mese e arriva la bomba: gli Emperor saranno anche all’edizione 2014 dell’Hellfest. Il caso è chiuso: si va lì.

crowdsurfing
I gruppi dell’edizione 2014 saranno da paura, quindi decidiamo di prendere i biglietti con largo anticipo per timore di non trovarne più (infatti quest’anno c’è stato un prevedibile sold out già diversi mesi prima): a novembre 2013 i biglietti per i tre giorni dell’Hellfest 2014 erano già nelle nostre luride mani per la “modica cifra” di 190 euro. Non pochi in senso assoluto, anzi, ma più che giustificati dai gruppi in cartellone. Porca troia, ci sono i Black Sabbath con Ozzy, il cui biglietto, in Italia, costa circa 80 euro. E ci sono anche gli Slayer, i Dark Angel, gli Aerosmith, i Carcass, gli Emperor, gli Iron Maiden e altre decine e decine di gruppi, tra piccoli, medi e grandi. Facendo due rapidi conti, alla fine il prezzo sembra quasi modico.  Cerchiamo di coinvolgere anche l’ottimo Cristian Mancio Conte che però, con abile mossa, bidona come uno stronzo. Il nostro squadrone della morte sarà composto da cinque elementi: io, Roberto Bargone, Ciccio Russo, Charles e il gelido misantropo MISCEL ROMANI’, come è stato prontamente ribattezzato dalla francese ciaciona senza reggiseno che era alla reception del residence dove alloggiavamo. Il prode Romanì, che si è occupato della prenotazione dell’alloggio, ha fatto un’ottima scelta: la struttura in questione è formata da una serie di villette a schiera, quasi tutte con giardino autonomo (anche la nostra) e piscina comune.  Siamo a Nantes, a 35 km da Clisson, ma noleggiando una C4 Picasso (spaziosissima, ma per il resto un aborto di macchina da pensionati o da invalidi di guerra) abbiamo aggirato l’ostacolo della distanza. Bel posto il nostro alloggio, dicevo. Appartamento su due piani, abbastanza grande e discretamente comodo. Le stanze da letto al piano di sopra hanno i  matrimoniali e io mi accoppio subito con Roberto Bargone: ci conosciamo da quasi quindici anni e siamo entranti in intimità spinta più volte, quindi condividere il letto con lui non è assolutamente un problema, anzi. Il mio nuovo compagno di letto occasionale, appena arrivati, mi raccomanda di lavarmi i piedi ogni sera, cosa che ho fatto puntualmente, e lui mi ha ricambiato chiudendo sempre tapparella e finestra tipo bunker, nonostante la notte ci fossero comunque quei 16-17 gradi (e oltre), russando ed emettendo versi tipo bomba atomica/trattore/condizionatore/maiale scannato e rifilandomi un numero imprecisato di manate e ginocchiate a notte, che io sento puntualmente in pieno, dato che mi addormento molto dopo di lui per il caldo di quel rifugio antiatomico chiuso come la fica di una tredicenne. Specifico che lui, in tutto questo, è sempre sotto le coperte come se fossimo in Norvegia a gennaio. La prima sera non abbiamo un cazzo da bere in casa, né la macchina, che avremmo preso la mattina dopo, e quindi usciamo a piedi per cercare un bar aperto e spaccarci a merda. Il nostro residence è in mezzo al nulla, tra verde, altri residence, verde, un concessionario Peugeot, verde, altri residence, hotel, verde, rotonde, strade provinciali e ancora verde. Alla fine, dopo essere andati in giro come cinque coglioni tra siepi e strade statali deserte, ci arrendiamo e torniamo a casa. Mentre stiamo per rientrare, notiamo delle persone nel giardino di fronte al nostro che bevono. Andiamo lì a chiedere se hanno qualcosa da venderci. I tizi in questione sono dei russi ubriachi a stramerda, anche loro lì per l’Hellfest(come buona parte di chi alloggia in quel residence, del resto), che ci offrono un dito di vodka (tirchi di merda e pure figli di puttana) mentre uno di loro, in mutande, ci riempie di stronzate su Brescia, Verona e il fare soldi o qualcosa del genere che onestamente non ho capito bene, ma meglio così. Andiamo a dormire, domani dobbiamo prendere la macchina e andare a spararci il primo giorno di Hellfest.

hellcity
Clisson è un paesino di 7000 abitanti, circondato da vigne. E basta. Per l’Hellfest ci sono oltre 40.000 persone al giorno, in media, quindi le macchine, i camper, i furgoni e tutto il resto sono ovunque. Nessuno parla inglese (anche a Nantes, non solo a Clisson…), nemmeno una parola di merda, ma cercano di farsi capire e sono abbastanza gentili. Appena entrati, si nota subito l’area negozi/merchandising, con vari “padiglioni” sia per le distro che per l’abbigliamento. Superato lo “sbarramento”, dove dei solerti francesi che non parlano ovviamente una singola parola d’inglese controllano così a cazzo di cane che avrei potuto tranquillamente avere un mitra nello zaino e passare senza problemi, si accede all’area del festival vero e proprio. Chiaramente è enorme. Ci sono i due palchi principali al centro, i due mainstage, e gli altri dislocati intorno, tutti abbastanza vicini, escluso il warzone che è leggermente più distante. Zone bar praticamente ovunque vicino ai palchi, un’area con tutti gli stand con il cibo, una parte alberata dove collassare all’ombra. Come accade per tutti i festival di questo tipo, anche l’Hellfest è pieno di casi umani di varia natura. Da una coppia di mentecatti mezzi nudi con cui Trainspotting fa delle foto (probabilmente si sono anche scambiati il numero di telefono), a gente vestita nelle maniere più allucinanti, tipo pirata, Gesù Cristo con tanto di corona di spine e svariati altri fenomeni da Cottolengo. E poi la fregna. Tanta, tantissima fica, di ogni genere e praticamente ovunque. Grasse, magre, chiappone, tettone, tettine, metallare puzzolenti, fighettine stile locale per l’aperitivo alle 19.30, sporche, pulite, ubriache, sobrie, scoperte, punkabbestia, gotiche obese, coperte, collassate, accompagnate, sole, eccetera. Per tutti i gusti, insomma.

Carrellata di gruppi che mi sono piaciuti tra quelli che ho visto, in ordine rigorosamente ad minchiam. Non citerò tutto quelli che ho in mente, ma andrò avanti sin quando non mi romperò il cazzo.

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SLAPSHOT:  In 45 minuti ribaltano il warzone. Fanno diversi classici, saltandone però parecchi che avrei voluto sentire (e che ho invocato, anche con l’aiuto di Roberto, ma non sono stato ascoltato. E vabbè, dai, vaffanculo!), ma anche roba recente (che a me piace a tratti). Choke è un vecchiaccio di merda, ma non sta fermo un secondo. Come al solito, si rompe il cranio con la doga di legno e corre per tutto il palco con la testa sanguinante, coinvolgendo chiunque. Trainspotting si è fidato ed è venuto a vederli insieme a me ed ovviamente gli sono piaciuti. Sono piaciuti persino al grim and frosbitten Miscel Romanì… Che cazzo vi devo dire? Ad un certo punto, memore dei vecchi tempi, abbandono la transenna sulla quale ero ancorato e mi butto nel pogo. Sono circa le 17.00, il sole è abbastanza forte e le botte volano come se piovesse. Parto di pugni e ginocchiate per farmi spazio, ma la platea degli Slapshot, lì nel pit, è giovane e tosta e dopo un po’ comincio a prendere legnate da tutte le parti da ventenni muscolosi con le X tatuate sulle nuche, praticamente senza soluzione di continuità. Sono troppo vecchio, ormai. Ritorno sulla transenna vicino a Roberto e seguo tutto il resto del concerto da lì. Ad un certo punto parte l’intro di chitarra a cazzo e Choke urla: “WHEN WE ARE ON THE ROAD…” e allunga il microfono verso il pubblico che prontamente risponde, con me tra quelli in testa dalla transenna, “WE CAN’T BE STOPPED!”… È chiaramente Step on it. Ovviamente crolla tutto, ma che cazzo ve lo dico a fare. Choke verso la fine fa gesti sessuali espliciti, mimando un’inculata con tanto di doveroso schiaffo sul culo, a delle tipe che erano appoggiate alla transenna vicino a noi. Piccolo dettaglio: erano due roiti di merda, in particolare una che era un rotolo di lardo e diarrea da farti venire il tumore al cervello solo a guardarla. I gusti sono gusti, ok, però… Tra i migliori concerti dell’Hellfest.

SLAYER: Hanneman è morto, ok. Ora dal vivo c’è Gary Holt, che non è l’ultimo stronzo turnista da conservatorio, ma un pezzo di storia del thrash metal, che vi piaccia o no. Prendere lui è stata la scelta meno dolorosa, mettiamola così, per non far morire uno dei gruppi estremi più importanti di sempre. Me li sono sparati insieme a Ciccio Russo ed ho fatto benissimo, dato che sono stati praticamente perfetti. E che nessuno rompa il cazzo. Piccola nota a margine: di fianco a me c’erano delle mignottelle, palesemente spaesate e probabilmente discretamente piene di droga e birra. Non penso sapessero minimamente chi cazzo fossero gli Slayer. Una delle due mi era praticamente attaccata e ballava convulsamente, come gli scoppiati che si incontrano di solito alle serata drum’n’bass e il bello è che continuava a farlo anche durante gli stacchi tra un pezzo e l’altro, senza mai fermarsi. I festival sono anche questo. SLAYER mi sembra la giusta conclusione. E non aggiungo altro.

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IRON MAIDEN: Hanno deciso, direi anche saggiamente, di fare dal vivo pezzi sino a Fear of the dark. Ed hanno fatto benissimo, così risparmiano ai loro “non ultras” tutta la merda che hanno fatto dopo. La gente sotto il loro palco è ovviamente tanta. Cerchiamo di andare avanti, ma ad un certo punto rimaniamo bloccati, così torniamo indietro, non prima di assistere ad una mezza rissa per un paio di spinte di troppo ad opera di due ciccioni mentecatti sudati. Ci fermiamo verso la metà della platea e ci spariamo tutto il concerto. L’oltranzismo dei fans degli Iron Maiden onestamente me li ha fatti quasi odiare, ma è innegabile che con molti dei loro vecchi dischi io ci sia cresciuto e quindi mi godo praticamente tutto il loro set e, per fortuna, i classici ci sono quasi tutti. Intendiamoci: ‘sti tizi hanno 126 anni per gamba e suonano in giro per il mondo da 34 anni. Questo per loro è un lavoro come un altro, svolgono il loro compito e poi vanno a scoparsi qualche mignotta imbottiti di viagra. Il fatto è che rimanere indifferente a pezzi che ti hanno letteralmente cresciuto è impossibile e, per alcuni momenti, ho avuto ancora una volta 15 anni. Sono un tipo sensibile, io, mica cazzi. I suoni non erano perfetti, ma vaffanculo ,va bene così. Ad un certo punto un nauseabondo odore di merda ci travolge: qualcuno si è cacato addosso. Ma non fa niente, dai. Pollice su.

CARCASS:  Ero molto dubbioso sui Carcass, per vari motivi, quindi sono andato a vederli molto prevenuto. Cosa ho trovato? Semplicemente uno dei migliori concerti delle tre giornate. Buona parte del set si basa sui primi tre. I nostri amici inglesi imbrattano l’Altar stage di sangue e merda, proprio come piace a me. Mentre suonano loro, su uno dei palchi principali si stanno esibendo gli Avenged Sevenfold, uno dei gruppi preferiti di Roberto Bargone (mortacci tua, ndbarg). Il buon Walker ad un certo punto gli butta un po’ di merda addosso e in quel momento penso a come cazzo si faccia a stare sotto il palco di quei femminielli truccati perdendosi tutto questo.

OPETH: Questi non li ho proprio visti, dai. Mica sono ricchione. Vaffanculo.

DARK ANGEL: All’inizio non hanno dei grandi suoni, ma dopo un po’ glieli migliorano. Scaletta perfetta, loro devastano veramente tutto. Grandissimi. Non ho altro da aggiungere.

Dovrei parlare di tanti altri gruppi, ma mi sono stancato di parlare di musica. Qualcun altro l’avrà fatto in maniera più approfondita, quindi passiamo alle pagelle.

LE PAGELLE DEL MESSICANO

Il posto:  Campagna, tipo. Grande abbastanza per non farti sentire in gabbia. Bar ovunque, area cibo, area alberata, ecc. Alla fine dei concerti il terriccio che vola per tutta la giornata ce l’hai anche nel buco del culo, ma fa parte del gioco. Certo, senza sarebbe stato meglio.  VOTO – 6,5

Il pubblico: Poco caloroso rispetto ai nostri standard. Casi umani come se piovesse, di ogni tipo e per tutti i gusti. Fica ovunque, però, così il livello medio comunque si alza. Zero casini, zero risse… Zero quasi tutto, insomma, a parte alcuni concerti. In compenso, pochissimi cerebrolesi italiani in giro. VOTO – Ou però svegliatevi, cazzo.

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La fica: per tutti i gusti e, soprattutto, presente in gran numero, come ho scritto all’inizio. Qualità media direi buona. Anche in questo, i penosi standard nostrani sono lontani. Il tempo per cercare di abbordarne una non c’era, perché i gruppi che mi interessavano erano quasi tutti in rapida successione e quando non lo erano io ero talmente spossato da preferire il sano riposo del guerriero sotto un albero, prima di ricominciare la battaglia. Durante i Gorguts, una tipa mi chiede dove può comprare le sigarette lì all’interno. Le rispondo che non penso sia possibile e me ne chiede una, dandomi del vino in cambio. Accetto e lei in un secondo mi salta addosso abbracciandomi come se volesse che glielo ficcassi in pancia in quel momento mentre i Gorguts devastano lo stage e concludendo il tutto infilandomi la lingua nell’orecchio. “Bene”, direte voi. Beh, dico io, c’è un piccolo dettaglio: il suo ragazzo, un bamboccio russo di 16 kg, è lì vicino a guardare senza dire niente. Cominciano, subito dopo, a slinguarsi tra loro e il concerto continua. La tipa dopo un po’ torna, mi chiede un paio di sigarette. In cambio sempre il vino. Accetto e lei rifà come prima. Il ragazzo guarda con la bocca aperta e lo sguardo nel vuoto, così come il buon Ciccio Russo, che era lì con me. A ‘sto giro col vinello ci vado giù pesante e lo passo anche all’ottimo napolesardo. La tipa, subito dopo, si slingua  ancora col suo ragazzetto, come se niente fosse. L’ultima sera, invece, vado a spararmi i Turbonegro. È notte fonda: saranno quasi le due. Il clima è molto “turbonegriano”:  gli astanti sono tanti e quasi tutti ubriachi, ballano e si agitano come formiche impazzite sotto il sole. Bene così. Cerco di andare il più avanti possibile, in mezzo al casino più spinto: non vedo modo migliore per godermi come si deve un concerto dei Turbonegro. Mi capita vicino una tipa con un viso stile bambolina scandinava. Sembra davvero notevole. La tipa comincia a parlarmi, ma onestamente capisco poco per il casino allucinante che c’è intorno. È norvegese ed è anche avvolta in una bandiera della Norvegia. Vabbè, dai… “Show me your boobs”, mi chiede. E poi mi alza la maglietta, trovandosi davanti l’irresistibile spettacolo del mio petto villoso e della mia panza, ovviamente villosa pure lei, da caucasico mediterraneo. Probabilmente in quel preciso istante la sua passera nordica sarà andata comprensibilmente in fiamme. Giustamente le chiedo di mostrarmi le sue. Lei ride come una deficiente, poi mi si struscia addosso. La guardo bene e noto un piccolo dettaglio che tra bandiera e oscurità mi era sfuggito: è una lardosa impressionante. Continua a strusciarsi addosso, sento le sue chiappone su di me. Assomigliano al retro di una fiat 500 L. Ogni tanto si gira e mi fa “uuuuuuuuh uuuuuuh” e ride. Penso: “Che cazzo faccio? Sto al gioco, me la porto da qualche parte e le do una zaccagnata?”… La riguardo, ad un certo punto la abbranco:  porca puttana, è davvero una balenottera. Per carità, sempre viva le chiappone e le maniglie, sia ben chiaro, ma questa è una botte. Non ce la faccio, è una cazzo di grassona scandinava di merda, quindi la mollo lì e mi sposto. Dopo un po’ ritrovo Ciccio Russo, che batte le mani e muove la testa come un dodicenne autistico alla sua festa di compleanno: è una visione quasi migliore del lardo della norvegese. Sono proprio fortunato: con tutte le fiche che c’erano all’Hellfest, mi si doveva lanciare addosso una budellona nordica. VOTO – Vacche da monta stile fattoria.

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Organizzazione: Con il braccialetto penso si potesse anche uscire e rientrare senza problemi, ma il posto è talmente grande  e i concerti talmente vicini che la voglia di andare addirittura fuori dall’area del festival a me non è mai venuta. Le file, per qualunque cosa, sono praticamente inesistenti. Per la birra, che si può prendere  ovunque lì in giro, il tempo massimo di attesa sono tre minuti. Per il cibo qualcosa in più, ma non oltre i dieci minuti. Per pisciare ci sono delle mangiatoie per cavalli, esposte al pubblico, e il “posto” per il tuo cazzo c’è quasi sempre, altrimenti ci sono gli angoli e vaffanculo a tutti. Ci sono anche i bagni, ma io non li ho mai usati. Manca un’area per il parcheggio: ci si deve arrangiare in giro per il paese e non è facilissimo (ricordo che Clisson ha 7000 abitanti), ma in qualche modo il posto si trova e mai troppo distante. I palchi sono tutti vicini, quindi per andare da un concerto all’altro si fa poca strada: sembra una cazzata, ma dopo ore ed ore di birra in corpo e vari avanti-indietro, camminare poco per andare da un palco all’altro è l’ideale. L’audio non è stato sempre perfetto, ma è un festival enorme all’aperto, quindi ci può stare e, tra l’altro, non ho mai sentito suoni inaccettabili, a parte forse per gli Impaled Nazarene. Lo staff dell’Hellfest è quasi sempre gentile, ma qui c’è il solito problema: nessuno parla inglese, nemmeno i più giovani. È impressionante. È un limite, questo: il 50% del pubblico non è francese e probabilmente non parla questa lingua. I ragazzi dello staff sono sempre più o meno cordiali e cercano comunque di farsi capire, ma avere difficoltà a chiedere dell’acqua in inglese (cosa successa a noi) in un evento di queste dimensioni per me è assurdo. Un altro problema è il famoso terriccio di cui ho parlato anche prima, ma l’area grande e i vari lati positivi lo fanno comunque passare in secondo piano. Dettagli da rivedere, quindi, ma standard generale comunque alti e, manco a dirlo, lontani anni luce dalla merda nostrana. Promossi. VOTO – 8

I collassati: Sono ovunque, sia dentro l’area del festival che in giro per il paese. C’è chi si diverte ad impilargli oggetti vari addosso o chi ci si fa le foto. Menzione speciale per un ragazzo biondo con la maglia dei Dark Angel afflosciato su un prato di Clisson: senza scarpe e strapieno di fango. Respirava a malapena e non si muoveva di un millimetro. Mi piace pensare che dopo un po’ sia morto. VOTO – 10

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I Black Sabbath: Li inserisco qui, perché non sono un semplice gruppo musicale, ma un’entità. Un qualcosa che va oltre l’umano, non ci sono cazzi. Tutti i gruppi metal, e non solo, gli devono qualcosa. Chi ama la musica dura in generale non può prescindere da questa gente. Anche per loro ero prevenuto: pensavo si trattasse della solita reunion-pagliacciata per pagarsi le bollette e la cocaina. Già l’ultimo album, che io ho sentito molto dopo la sua uscita perché inizialmente avevo una sorta di rifiuto, mi aveva parzialmente smentito, perché è un lavoro comunque più che dignitoso. Vederli dal vivo, a venti metri di distanza, mi ha tolto ogni perplessità. Non saprei davvero cosa dire. O meglio: non saprei come esprimere ciò che vorrei dire. Non credo che vedrò mai più, finché campo, un concerto del genere. Ozzy – incredibile – ha ancora la voce e pur camminando come se si fosse cacato addosso è comunque un intrattenitore anche ai giorni nostri. Iommi, dopo questo concerto ne sono certo, non è un essere umano.  L’atmosfera che hanno creato è davvero indescrivibile. Ero praticamente ipnotizzato e non scherzo manco per il cazzo. Su “God is dead?”, verso la metà inoltrata del concerto, una ragazza di fianco a me mi ha preso la mano. Era anche bruttina, alla fine, ma io non ho detto un cazzo e gliel’ho tenuta. Non so come si chiamasse, né lei sa il mio nome, ma non importava sicuramente a nessuno dei due: eravamo in pieno sabba nero. Se non eravate all’Hellfest, giuro, mi dispiace moltissimo per voi perché vi siete persi TUTTO QUESTO. VOTO – Oltre tutto e tutti.

Noi: Io, Roberto Bargone, Ciccio Russo, Charles e Michele Romani. Con litri di birra/vodka/vino/quello che era in corpo, mangiando quasi soltanto merda, sempre in giro come trottole, dalla mattina alla notte, per cercare di non perderci nessun concerto e con pochissime ore di sonno per tre giorni. E siamo ancora qui, tutti tornati ai propri posti di lavoro, ancora vivi. Un giorno, in pieno terron style, decidiamo di mangiare fuori nel giardino del nostro alloggio (c’è anche una testimonianza fotografica), visibile dai vicini e/o da chi passava di lì: siamo semplicemente degli eroi e il mondo ce lo succhia con l’ingoio. VOTO – HAIL!

Che dire per concludere? Grande esperienza: l’Hellfest è un festival con i controglioni e mi sono divertito a certi livelli. Lo rifarei anche domani e infatti, a meno che che non ci siano gruppi dello stracazzo stile Wacken degli ultimi anni, penso di esserci anche l’anno prossimo. Sarà difficile proporre per il 2015 un’edizione come quella di quest’anno, visti i gruppi che c’erano, ma ci possono comunque provare. E noi ci saremo, pronti a spaccargli il culo ancora una volta. (Il Messicano)



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