Dichiarazione: il libro in questione mi ha portato all’esasperazione. Non l’ho gettato dalla finestra soltanto perché mi era stato prestato da un amico, altrimenti avrebbe fatto il volo dal secondo piano.
Seconda dichiarazione: non sopporto le operazioni commerciali che prendono in giro i lettori affezionati a uno scrittore.
Terza dichiarazione: mi sono fatto fregare come un bimbo delle elementari.
L’autore è stimato, a ragione; bravo; modesto. Il suo “Io non ho paura” fu potente, in grado di commuovere anche i più rudi.
Gli ultimi due libri della classifica hanno trovato il lato più oscuro di me per ciò che concerne il mio rapporto con la narrativa, un concentrato di rabbia, delusione, fastidio. La narrativa che detesto, che non vorrei fosse portata in carta, distruggendo il tempo altrui, non alberi, perché la carta è riciclata…
Una narrativa che pesca negli stereotipi con esagerazione, nelle coincidenze con esagerazione, nelle turbe psicologiche con esagerazione, generando noia con esagerazione, perché lavorare a un breve romanzo simile invece che impegnare il tempo in scrittura più seria e matura come ci si dovrebbe aspettare da un cavallo di razza come Ammaniti? Non lo comprendo.
Dov’è la profondità che avevo trovato in altri suoi libri?
Qualcuno potrebbe obiettare che a volte nella leggerezza vi può essere una pesantezza coinvolgente, non è certamente questo il caso. Hai voglia a sfiorare soltanto di striscio qualche lezione di Calvino a riguardo con “Io e te”!
Un testo superficiale, in che cosa?
Nel rapporto fra i due principali protagonisti. Pretesti e accadimenti esagerati, producendo zero, ripeto, zero emozioni in chi legge. La chiave di lettura è sempre palese, quando non lo è ne trovo la ragione nella distrazione del lettore, sedotto da qualche pezzo di cioccolato o da una caramella. Nulla che stupisca, nulla, tutto noiosamente lineare, anche nei rari colpi di scena.

Sull’argomento solitudine si legga “Estensione del dominio della lotta” di Michel Houellebecq, romanzo che non mi ha entusiasmato ma che è di sicuro migliore di “Io e te” su tale tema, anche “Bianca come il latte rossa come il sangue” di D’Avenia (incluso in classifica) appare di altro livello, perfino “Vita precaria e amore eterno” di Desiati sembra più interessante sulla solitudine.
Un altro elemento che mi ha esasperato è stato il font, o meglio, la grandezza del font, mi auguro che sia stato con delicatezza e intelligenza pensato per gli ipovedenti perché altrimenti c’è da indignarsi. Ho sbirciato dopo averlo letto il prezzo e lo giuro, soltanto, come ho già scritto, perché era d’un mio amico, altrimenti dal secondo piano la gittata sarebbe risultata fantastica. Mi è scattata la violenza contro il libro di Ammaniti, non l’urgenza di leggerlo, la violenza.
E non voglio parlarne più ora, già mi sto scaldando.
Non buttate i vostri soldi.
Non leggetelo.
Dimenticatelo.
Se qualcuno vi chiede: “Ti va di leggere Io e te di Ammaniti?”
Scappate e chiudetevi in cantina, non per una settimana, per l’eternità.
La prossima settimana avremo il number one, lo schifo dello schifo dello schifo ecc. del 2010, lo schifo alla enne.
La classifica dei libri più vomitevoli del 2010:
Posizione 10
Posizione 9
Posizione 8
Posizione 7
Posizione 6
Posizione 5
Posizione 4
Posizione 3
Posizione 2
… and the winner is…





