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Il padrone delle cose

Da Marcofre

Non basta che lo scrittore sia padrone del proprio stile. Bisogna che lo stile sia padrone delle cose.

 

Chi scrive così è Giacomo Leopardi. Non ho mai avuto molta simpatia per lui, ma questo dimostra solo che se ci si fa guidare troppo dal pregiudizio, si prendono delle cantonate mica da poco.
Questa affermazione punta l’attenzione su un aspetto della scrittura trascurato, e soggetto a equivoci. O meglio, ad attacchi. Di che genere?

Leopardi ha di certo una precisa idea riguardo al ruolo di chi scrive. È il figlio del suo tempo, si capisce, e da allora sono capitate così tante cose che è inutile e noioso elencarle. Per il poeta lo stile non è affatto il biglietto da visita, la firma di chi scrive; è anche questo, ma solo in minima parte. È qualcosa di preciso, dotato di una forte personalità. Talmente forte da calarsi sulle cose, ed esserne padrone.

In questi ultimi anni, si è invece assistito a uno svuotamento di senso della letteratura, ma questo non deve certo sorprendere.

La società mercantile nella quale viviamo ama la bellezza purché sia del passato.
Adora i classici ma non può fare a meno di definirli ridicoli perché loro erano così arretrati.

Adesso, si dice, dobbiamo avere il coraggio di ridisegnare regole e ruoli. Leopardi perciò è uno dei grandi poeti d’Italia, ma la sua idea così… padronale della realtà, è da respingere in blocco. Perché vuol far passare il messaggio che l’autore domina le cose. E questo mette in disagio il lettore perché offusca la sua capacità di giudizio.

È come se si consigliasse a chi si muove al buio in una miniera, di procedere senza fretta perché di certo troverà da sé la via verso l’uscita.

Auguri.

Come sanno anche le ortiche, il lettore non sa mai quello che desidera. È lo scrittore che glielo deve spiegare. In un simile contesto, lo stile diventa un ingrediente importante. Se osservare (cioè scegliere) è compito di chi scrive, è suo dovere agire in modo che la storia sia sempre in mano sua. A una prima occhiata sembra una frase che dice tutto, ovvero niente.

Lo stile non è solo la voce personale dell’autore: è il suo modo di agire, la correttezza, la precisione con le quali osserva le cose e le rende. Siccome conosce la parola e il suo potere, sa che sulla pagina nulla può essere adagiato senza aver ricevuto la sua autorità.

Quindi è solo una faccenda che riguarda le parole, e la precisione? Non credo.

Lo stile ha a che fare con le armi, perché attraverso di esso non solo l’autore si presenta e si rende riconoscibile. Ma dimostra al lettore la sua autorità, la sua capacità di colpire e attaccare.

Queste qualità (bisogna pur chiamarle col loro nome, vero?) fanno rizzare i capelli in testa a chi invece concepisce la letteratura come esangue compagna delle giornate di esangui esseri viventi.
Ma sono da comprendere (cioè compatire): se uno di costoro si svegliasse dal sonno, per la società mercantile sarebbe un individuo in più. Un problema in più.

 


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