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Il prodigio. Racconto onirico (III)

Da Bruno Corino @CorinoBruno
Ai miei cinque lettori...
Il prodigio. Racconto onirico (III)
 hieronymus bosch

Visioni aromatiche… Quando fui a letto e spensi la luce, la stanza piombò in una calma silenziosa. In lontananza sentivo il verso monotono di un uccello notturno, forse un gufo o un allocco. I vecchi dicono che quel verso quando si ripete più notti è un presagio di morte, e alle parole fanno seguire un segno di croce. Quella notte la febbre non era molto alta, ma non riuscivo lo stesso a prendere sonno. Mi stavo convincendo che le mie allucinazioni erano scomparse. Ero abbastanza lucido e intorno a me tutto appariva tranquillo. Come avevo previsto per alcuni versi la nuova situazione mi dispiaceva. Non ero abbastanza febbricitante, cominciai a pensare, il mio organismo stava tornando normale. Niente più visioni, niente più stati di alterazione. Mentre indugiavo in questi pensieri, cominciai a sentire nella stanza aromi di cucina. Era come se s’infiltrassero sotto l’uscio della porta, ma chi poteva a quell’ora di notte mettersi a cucinare? Ma più si facevano intensi e più mi dava la sensazione che quell’effluvio di essenze provenisse dall’interno della stanza. Era un odore di arrosto. Carne che bruciava sulla brace!
A quell’aroma altri se ne aggiunsero, sempre più intensi. Un odore forte di sapori inondò la stanza! Era come se fossi capitato – bendato e sordo – in mezzo a un banchetto. Ma, tranne quei profumi, non percepivo altro, né voci né rumori. Questa volta, mi dissi, devo stare più attento e imparare a controllare queste percezioni, non mi devo assolutamente spaventare; e così mi abbandonai a quella corrente odorosa. Cominciavo a fiutare quegli odori come un cane da caccia fiuta una traccia, e a lasciarmi trasportare da quelle nuove sensazioni, quando d’un tratto percepii un odore di carta ammuffita e di cera che bruciava. Forse qualcuno stava leggendo o scrivendo, mentre da un’altra parte si stava cucinando e banchettando. Appena pensai queste parole l’odore dell’arrosto si fece più intenso. Ecco, è come se qualcuno avesse aperto un uscio e ora avvertivo l’odore più forte. Infatti, dopo un po’ quell’odore si attenuò. Non sentivo l’odore di inchiostro, quindi quel qualcuno forse leggeva soltanto. Leggeva di notte, mentre altri banchettavano o cucinavano.
Dove accadeva questa scena, in quale parte del mondo? In che tempo o epoca? Non m’importava più sapere se erano o non erano il prodotto della mia mente alterata dalla febbre, iniziavo a percepirle come fenomeni reali. La persona che sentiva quegli odori era la stessa che leggeva le carte ammuffite, cosicché io sempre più mi identificavo con le sue percezioni. Perché, mi chiesi, non sentivo nessun suono? Mi sembrava di essere un uomo che ha perso l’udito e la vista, a cui fosse rimasto come unico senso per lasciarsi guidare nell’esperienza: l’olfatto. Me ne stavo in silenzio e al buio, con le mani intrecciate sotto il capo; non mi sentivo così male, ed ero incuriosito da questi insoliti fenomeni. Anzi, per alcuni versi, era quasi rassegnato a subirli, come se fossero sintomi del mio stato patologico, così come avrei accettato un raffreddore o un mal di gola.
D’un tratto cominciai a sentire una fragranza seducente, come se il viso di una donna si fosse accostato al mio. Più questa fragranza aumentava di intensità più sentivo il cuore battermi. A un certo punto avvertii persino le mie labbra inumidirsi come se qualcuno mi avesse dato un bacio reale. Un bacio voluttuoso. Il mio cuore cominciò a pulsare più forte e avevo la sensazione di essere atterrito, ma allo stesso tempo preso da un’emozione indicibile. Iniziavo a decifrare qualche indizio: quello era un bacio furtivo, un bacio tra due amanti che hanno paura di essere sorpresi, ma che non sanno resistere alla tentazione di avere un contatto carnale. Appena nella mia testa si formò questo pensiero, tutte le sensazioni di cui sino a quel momento avevo goduto, come in un soffio leggero, vennero risucchiate nel nulla.
La stanza ripiombò nella sua consueta quiete. Di nuovo riprese il canto dell’uccello notturno. Avevo provato un’esperienza davvero unica! Non avevo né visto né udito niente, ma le emozioni vissute sembravano reali. Non avevo una febbre alta in questa seconda notte, e chissà se proprio per questa ragione anche i miei sensi si erano affievoliti, non facendomi percepire se non i profumi e quel leggero sfiorarsi delle labbra. Quando pensavo intensamente alla sensazione vissuta, a quelle labbra delicate che si schiudevano sulla mia bocca con tanta voluttà, ma anche in modo così fragili e cosi fresche, mi vennero in mente quelle violette dal profumo vellutato che avevo con tanto amore avvicinate. E con quell’immagine dei fiori riuscii finalmente a cadere in un sonno profondo e senza sogni…
«Allora?», chiese mio fratello al mattino appena mi vide, «hai ricevuto altre visite ieri notte?». Avevo ripreso le mie forze, mi sentivo riposato ed ero persino di buon umore. La sensazione vissuta la notte precedente mi aveva lasciato nell’animo una leggerezza incantevole. «Sì», dissi, «ma credo che sia stata l’ultima visita. Adesso mi sembra che sono completamente guarito, perciò credo che anche questo stato delirante sia finito. Anzi, oggi passerò da zio Giovanni e gli chiederò scusa. Addebiterò tutto al vino e al fatto che non capivo granché. Farò anche finta che di ieri sera non mi ricordo nulla di preciso, ma solo qualche sprazzo, appannato per giunta…». «In effetti, ti vedo molto cambiato, sei tornato normale!». «È vero! In realtà, credo che sia da addebitare tutto al mio stato febbricitante che ha finito con l’alterare il mio modo di percepire la realtà. Comunque devo dire che è stata un’esperienza interessante!». «Allora, questa notte non è successo niente?». Domandò di nuovo mio fratello. «Se fai un caffè ti racconto quel è accaduto». Mentre lui si mise all’opera raccontava l’esperienza olfattiva vissuta. «Ma tu avevi ancora febbre?». Mi domandò mentre versava il caffè. «Qualche linea ancora permaneva… forse per questa ragione le percezioni extrasensoriali m’arrivavano come attutite!». «Ma queste, come chiamarle?, “presenze”… sì, queste presenze che senti non dicono nulla, non ti parlano?». «No, ma non si rivolgono neanche a me. Fra l’altro, finora, io non ho visto alcunché, finora, ho soltanto percepito suoni e odori». «È davvero strano! Non possiamo classificarle nemmeno come dei sogni o delle vere e proprie allucinazioni, perché in questo caso vedresti qualcosa. È proprio strano!». «Lo so anch’io che è strano. Infatti, nemmeno io riesco a capire se sono uno spettatore o se sono parte attiva. Non so cosa dirti!». «Ti ricordi del professor Tullio?». «Quello che si dedica allo studio delle scienze occulte? Sì, ne ho sentito parlare…». «Una volta insegnava filosofia nei licei, ma ho saputo che da quando è andato in pensione dedica tutto il suo tempo allo studio di questi fenomeni. I nostri paesani sono un po’ spaventati da quest’uomo che negli ultimi tempi so che vive in uno stato di completa solitudine. Però dicono che è uno studioso serio. Secondo me dovresti parlarne con lui, magari è in grado di dirci qualcosa!». «Sì, potrebbe essere una buona idea». «Potremmo andare oggi pomeriggio, sul tardi!». Propose mio fratello.


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