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Il profumo della violetta dell’aria

Creato il 11 agosto 2010 da Viadellebelledonne

Il profumo della violetta dell’aria

Quand’ero una ragazzina di quindici anni non mi piaceva il mio corpo secco  e acerbo e nemmeno il mio modo di camminare, sempre un pò con le spalle curve, come per nascondere quel piccolo seno che stava spuntando, timido come me. Una volta la settimana, al pomeriggio, frequentavo il corso di pianoforte  e, abitando fuori città, in quell’occasione andavo a pranzo a casa della zia Lina. Eravamo ancora nell’ingresso che lei mi diceva, battendomi le spalle : – Stai dritta! Vuoi diventare una bella signorina o una brutta paperina?-  che poi era proprio come mi sentivo io.

Mia zia Lina a settant’anni suonati aveva ancora uno splendido corpo e un portamento da “signora”, nonostante nella vita avesse fatto sempre lavori molto umili e avesse indossato, negli anni più duri, cappotti  rivoltati e scarpe risuolate più volte.  “Me lo dici come fai a mantenerti così in forma?”   le chiedevo ogni volta che andavo a casa sua. Lei si lisciava i fianchi con orgoglio, assumeva una posa plastica da diva del cinema muto e sorseggiando un goccio di Vov, denso e corposo, fatto in casa con le sue mani, rispondeva:

 “ E’ la musica, è sempre stata la musica a farmi rimanere giovane e bella ” – si alzava, apriva un mobiletto al cui interno stava un vecchio giradischi e posava sul piatto un altrettanto vecchio vinile. Nella stanza si diffondevano la forza, la potenza e il maestoso romanticismo di un giovane Toscanini e la voce angelica di una splendida  Renata Tebaldi

“ Mi chiamano Mimì ma il mio nome è Lucia…” – cantavano insieme la zia  e la Tebaldi.

La zia abitava in Oltretorrente, la zona povera della vecchia Parma, storicamente contrapposta alla Parma borghese e ricca dall’altra parte del torrente. Qui, in questi crocevia di borghi stretti e colorati palpitava il cuore musicale della città e non era insolito passare davanti alla Corale Verdi e lasciarsi rapire la mente da un pianoforte solitario o dai solfeggi di un giovane tenore alle prime armi.

Quand’ero una ragazzina di quindici anni non mi piaceva il mio corpo secco e acerbo e nemmeno il mio modo di camminare, sempre un pò con le spalle curve, come per nascondere quel piccolo seno che stava spuntando, timido come me. Una volta la settimana, al pomeriggio, frequentavo il corso di pianoforte e, abitando fuori città, in quell’occasione andavo a pranzo a casa della zia Lina.

Eravamo ancora nell’ingresso che lei mi diceva, battendomi le spalle : – Stai dritta! Vuoi diventare una bella signorina o una brutta paperina?- che poi era proprio come mi sentivo io.

Mia zia Lina a settant’anni suonati aveva ancora uno splendido corpo e un portamento da “signora”, nonostante nella vita avesse fatto sempre lavori molto umili e avesse indossato, negli anni più duri, cappotti rivoltati e scarpe risuolate più volte.

“Me lo dici come fai a mantenerti così in forma?” – le chiedevo ogni volta che andavo a casa sua.

Lei si lisciava i fianchi con orgoglio, assumeva una posa plastica da diva del cinema muto e sorseggiando un goccio di Vov, denso e corposo, fatto in casa con le sue mani, rispondeva:

“ E’ la musica, è sempre stata la musica a farmi rimanere giovane e bella ” – si alzava, apriva un mobiletto al cui interno stava un vecchio giradischi e posava sul piatto un altrettanto vecchio vinile. Nella stanza si diffondevano la forza, la potenza e il maestoso romanticismo di un giovane Toscanini e la voce angelica di una splendida Renata Tebaldi

“ Mi chiamano Mimì ma il mio nome è Lucia…” – cantavano insieme la zia e la Tebaldi.

La zia abitava in Oltretorrente, la zona povera della vecchia Parma, storicamente contrapposta alla Parma borghese e ricca dall’altra parte del torrente. Qui, in questi crocevia di borghi stretti e colorati palpitava il cuore musicale della città e non era insolito passare davanti alla Corale Verdi e lasciarsi rapire la mente da un pianoforte solitario o dai solfeggi di un giovane tenore alle prime armi.

“ Vieni qui, affacciati alla finestra e guarda …” – ci appoggiavamo al davanzale coi gomiti a goderci tiepide giornate primaverili, quando ancora si sentiva nell’aria il profumo della violetta appena sbocciata nei prati del Parco Ducale, a pochi metri da noi.

“ Ecco, lì a destra, nella casa di fianco è nato Arturo. La mia amica Dirce, pover’anima, mi diceva sempre che lui non piangeva mica come un neonato normale, lui gorgheggiava! Sai, mi ha sempre fatto impressione abitare così vicino a questo luogo sacro!” – chiudeva gli occhi e volava lontano, sopra i tetti dell’Oltretorrente, dove io non riuscivo a seguirla.

Mi sporgevo a guardare il numero 13 di Borgo Tanzi e non capivo tutta quest’ammirazione per quella fetta di casa, così vecchia e con i muri scrostati.

“ Suo padre faceva il sarto e forse i soldi in tasca erano pochi ma l’anima cara mia! Sapessi che anima ricca che aveva Arturo, ricca e grande come tutto l’universo, come la musica che lui riusciva a far scaturire dall’orchestra…” – e di nuovo la zia si esaltava e rientrando nella stanza fresca ricominciava a cantare compiendo ampi gesti con le mani,ai quali spesso faceva seguito un urlo di rabbia :

“Ah! Maledet al dievel! Al sofrit…! “- perché nel frattempo, cantando e ballando, la zia aveva lasciato che il sugo per la pasta, il soffritto, divenisse un intruglio carbonizzato.

“ Vè che roba! … Fa niente, nàni, vorrà dire che mangeremo una bella pasta in bianco, con tanto burro fresco e tanto parmigiano, va bene?”-

Quasi sempre io mi impigliavo nelle tende di pizzo che svolazzavano al vento primaverile e, quando riuscivo a liberarmi, goffa e maldestra com’ero, correvo in cucina a tranquillizzare la zia.

Più tardi, verso le una, arrivava mia cugina, che studiava arpa al conservatorio.

Stefania, occhi azzurri, fianchi morbidi, vita stretta e un seno prosperoso, il tutto fasciato in un tubino nero che scendeva appena sotto il ginocchio, era il classico prototipo della bellezza femminile di quegli anni. Portava i capelli raccolti e cotonati sul capo, secondo la moda dell’epoca e una sottilissima riga di eye-liner evidenziava il suo sguardo da cerbiatta.

“ Ehilà, oggi abbiamo ospiti! “ – buttava una carpetta di spartiti sgualciti sulla poltrona e mi dava un bacio sonoro su una guancia lasciandovi un cuore di rossetto fucsia. – “Mamma cosa si mangia?” – e allungava il collo in cucina.

“Vissi d’arte, vissi d’amore …”- rispose cantando mia zia – “ per te non vanno mica bene queste parole! Tu vivresti di tortelli d’erbetta e cappelletti in brodo, altrochè !”-

Stefania mi passò vicino per andare in camera sua a cambiarsi d’abito e mi fece l’occhiolino.

“ Sarà anche vero che mangio molto ma tu mi trovi grassa? L’unica cosa grassa che ho sono i polpastrelli delle dita a forza di suonare l’arpa giorno e notte! – e piroettando sui tacchi a spillo, con la grazia di una ballerina del Falstaff spariva nella sua stanza.

I profumo del sugo per la pasta, quel giorno irrimediabilmente bruciato, il canto di mia zia e i dolci arpeggi di mia cugina si fondevano in quella stanza e mi avvolgevano in una meravigliosa armonia.

Musica e gusto, connubio così stretto in queste nostre terre, da allora rappresentano per me condizioni ideali e quasi indispensabili per godere in pieno della vita.

Pranzavamo in quella stretta cucina e mia zia raccontava di anni passati, di umiliazioni e sacrifici immensi e qualche volta, al ricordo, i suoi occhi si riempivano di lacrime sotto gli occhiali dalle spesse lenti, come se ancora stesse vivendo l’angoscia di quei tempi. Era questione di un attimo, un solo istante e poi il suo busto si raddrizzava, il suo sguardo tornava fiero e di nuovo sorrideva e si sistemava la “messinpiega” col modo lezioso di una ragazzina. Nel suo modo di vivere la povertà di quegli anni e poi in seguito, in tutta la sua vita, spiccavano in lei la sua dignità, il suo orgoglio, il suo voler apparire sempre “la signora Lina” agli occhi dei vicini e dei commercianti del quartiere; per questo, pur essendoci in Borgo Santo Spirito, a pochi passi da casa sua, un negozio d’alimentari, a fine mese, quando il borsellino era vuoto, lei saliva sulla sella della sua bicicletta ed attraversava la città, fino in fondo a via Bixio, dove nessuno la conosceva e dove aveva trovato un negozio che le faceva credito.

E raccontava del prestito ottenuto per comprare l’arpa per Stefania…

“… e allora, nanì, tu non puoi immaginare la mia felicità quando riuscimmo a portare a casa quell’arpa, uno strumento dell’ottocento, usato ma ancora in ottimo stato vè…” – la zia si alzò per riordinare la cucina e Stefania si guardò i calli sui polpastrelli.

“Anche le mie mani sembrano dell’ottocento, guarda! “– seguiva sua madre e, abbracciandola da dietro, le slacciava il grembiule per prendere il suo posto al lavello. Tutto questo accadeva molto tempo fa.

E in quel quartiere popolare dell’Oltretorrente, in quella stanza dal profumo antico di onestà, di dignità e di nobiltà d’animo ora che sono diventata “una bella signorina” dalla schiena dritta, ascolto il suo respiro che si fa sempre più lieve. E’ il tempo del riposo e dell’ascolto.

Stefania mi ha detto che ormai da più di un mese non si alza dal letto. Ha voluto che venisse una parrucchiera ieri mattina per dare “una rinfrescata” alla messinpiega e per sistemare i pochi capelli che le sono rimasti; ha voluto lo smalto alle unghie e gli orecchini con l’acquamarina perché “Nanì, lo sai, mi viene a trovare tanta gente!” – dice quasi sussurrando. Sul comodino accanto al letto c’è un flaconcino di Violetta di Parma, il suo profumo preferito, che ha resistito nel tempo alle lusinghe della moda e il cui aroma delicato emana da tutta la sua biancheria. “Guarda come sono diventata ! Guarda che brutte gambe piene di lividi…coprimi bene, va là… “- con una lentezza esasperante ed una fatica immensa cerca di arrivare al lembo del lenzuolo.

“Dai zia, lo sai che hai ancora due bellissime gambe! Chissà quanti ammiratori avevi …e quando guarirai ce lo facciamo un ballo?” – l’aiuto a coprirsi cercando di non vedere il suo corpo devastato dal male.

“ Bella figlia dell’amore…schiavo son dei vezzi tuoi…con un detto sol tu puoi…” – la sua risposta è in questo canto ad occhi chiusi, con lunghe pause fra una frase e l’altra e con la voce che si fa sempre più soffio nel vento.

Stefania , seduta accanto alla madre, la guarda e sorride; lentamente si avvicina con la bocca al suo orecchio, le prende la mano scarna e continua quel canto struggente, quella frase che la zia non ha la forza di terminare:

“…le mie pene…le mie pene consolar…”

Un colpo di vento più forte degli altri fa gonfiare le tende di pizzo, spalanca la finestra, scivola sulle corde dell’arpa, che da mesi tace, le fa vibrare ed entra nella stanza della zia, accarezzandole dolcemente la fronte…

“…le mie pene…le mie pene consolar…”



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