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Il vento della protesta

Creato il 29 settembre 2011 da Oblioilblog @oblioilblog

Il vento della protesta

Mai come in questa occasione, l’inflazionato detto “tutto il mondo è paese” è calzante. Manifestazioni contro le classi dirigenti stanno popolando le strade del pianeta, dall’Oriente a New York. Proteste articolate e con obiettivi differenti, ma anche qualche tratto in comune.

Tutte, senza dubbio, animate dalla diffidenza, se non vero e proprio disprezzo, verso la politica. Sulla graticola finisce anche quello che è sempre stato definito lo strumento principe della democrazia: le elezioni.

Così Marta Solanas, 27 anni, una degli indignados:

I nostri genitori erano contenti perché potevano votare. Noi siamo la prima generazione a sostenere che votare è inutile.

Inutile perché non ci si fida più dei politici, qualsiasi sia il loro colore. La politica viene considerata sempre più lontana dai cittadini e devota ai propri interessi. Si finisce così per perdere la speranza. Scioperi e violenze come quelle delle periferia di Londra hanno come causa scatenante l’economia: la disoccupazione e i tagli alla spesa sociale hanno diffuso malessere. I giovani si sentono privati del futuro ed esplodono, senza nulla da perdere. 

La Spagna ha un tasso di disoccupazione pari al 21% della popolazione, il più alto in Europa e nel mondo, tra quelli registrati. È questo il dato che anima le rimostranze degli indignados che per giorni si sono ritrovati nella piazza di Puerta del Sol, a Madrid.

In Grecia la situazione non è diversa: le continue misure di austerity hanno esasperato la popolazione, che si è vista tagliare servizi su servizi ed è costretta a pagare sempre più tasse per evitare il fallimento dello Stato e, forse, dell’Euro.

Proprio la moneta unica è nel mirino. La disapprovazione nel Vecchio Continente ha due direzioni: governi fortemente indebitati costretti a sacrificare il welfare e l’Unione Europea, vista come un apparato distante e non democratico che obbliga gli esecutivi ad applicare provvedimenti impopolari pur di salvare la propria stabilità. È una crisi di legittimità non di facile soluzione.

Ma si scende per le strade anche dove l’economia è florida. In Israele, ad esempio. In pochi anni l’economia statalizzata è diventata una locomotiva liberale super tecnologica. Ma la ricchezza ha portato disuguaglianza. I giovani israeliani si sono radunati per gridare la propria rabbia contro i leader politici rei di essere troppo preoccupati della sicurezza nazionale e degli interessi dei gruppi ultraortodossi, trascurando la classe media. Si denuncia quanto in Italia chiameremmo la Casta, che portato una svalutazione del ruolo del cittadino, ormai ritenuto utile solo per il voto che può dare e per il resto abbandonato dalla politica.

Si protesta anche in India, la più grande democrazia del mondo e potenza in costante crescita. L’attivista Anna Hazare, da molti definito il nuovo Ghandi, ha iniziato uno sciopero della fame per protestare contro le blande misure anti-corruzione del Parlamento. L’iniziativa ha avuto un seguito massiccio e per dodici giorni una grande folla si è radunata a Ramlila Maidan, sfidando le piogge monsoniche, sventolando bandiere indiane e intonando canzoni patriottiche. Secondo alcuni, Hazare ha guadagnato così tanto riscontro perché non è un politico. Molti l’hanno ritenuto un ricatto antidemocratico, fatto sta che il Parlamento ha approvato all’unanimità le proposte di Hazare contro la corruzione dilagante nel paese.

Le proteste divampano per svariati motivi vent’anni dopo il dissolvimento della dittatura comunista in Unione Sovietica e la conseguente vittoria del capitalismo democratico. Sistema che però è stato più volte scosso nelle sue fondamenta in questi anni: il collasso finanziario asiatico del ’97, la bolla di internet nel 2000, la crisi dei mutui subprime nel 2007-2008, l’incredibile espandersi dei debiti pubblici in Europa e in America.

Le gerarchie nate dalla guerra fredda stanno scricchiolando. In Giappone, sono cambiati sei primi ministri in cinque anni. Il Belgio è senza governo da oltre 400 giorni, i due principali partiti in Germania, i Cristiani Democratici e la SPD, sono in declino. I Verdi spopolando in terra germanica e in Europa, insieme ai “pirati” ovvero organizzazioni che cercando di allontanarsi il più possibile dalla politica convenzionale. La sinistra, che spesso in passato ha accolto i mal di pancia del popolo, è stata compromessa dal neoliberismo centrista di Clinton e Blair e dai salvataggi delle banche, a discapito della gente. Quella tradizionale è rimasta molto attaccata ai sindacati, che però rappresentano un numero sempre di lavoratori.

La sensazione, dunque, è che si si stia cercando un nuovo modello, sia politico che economico. Il capitalismo democratico potrebbe essere giunto al capolinea. I giovani respingono le strutture tradizionali nate durante la Rivoluzione Industriale come i partiti e i sindacati.

Yochai Benkler, direttore del Centro Berkman per Intenet e Società all’università di Harvard:

Stiamo assistendo ad una generazione tra i venti e i trent’anni che si è abituata a organizzarsi da sola. Credo che la vita possa essere più partecipativa, più decentralizzata, meno dipendente dai modelli tradizionali di organizzazione, sia nello stato che nelle grosse compagnie. Quelle erano le vie maestre nell’economia industriale, ora non lo sono più.

Un modello che si avvicini a quello delle varie tendopoli sorte in Israele. “Una meravigliosa anarchia”, le definisce Yonatan Levi, 26 anni. Il paradigma è quello del web: nascono circoli di discussione senza leader, basta incrociare le braccia per esprimere il proprio disaccordo e alzare la mano per avere la parola. Le lezioni e il cibo è gratis perché  la convinzione è che tutto dovrebbe essere disponibile senza pagare. Qualcuno lo potrebbe definire comunismo del terzo millennio.

Quello a cui stiamo assistendo potrebbe realmente essere l’alba di una nuova era sociale, necessaria per  chi la pensa come Levi: “il sistema politico ha abbandonato i cittadini”.

Fonti: New York Times, Dagospia


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