

Bersani gioisce come un bambino per la sua vittoria-ma-anche-no, ottenuta con un candidato che, si, ha un nome che, in cabina elettorale, è un messaggio subliminale ma, dispiace dirlo, ha le physique du rôle dell’impresario di pompe funebri. Governatore che si renderà conto presto che la sua è stata più una vittoria ai punti per ko tecnico e ritiro dell’avversario (Iddu) e che la partita della governabilità sarà molto più dura da giocare di quella delle elezioni.
Grillo, comunque la si metta,
non ha stravinto nonostante lo sbattimento degli ultimi giorni, traversata a nuoto compresa (much ado about nothing). Si è solo ben piazzato e più di così forse non avrebbe potuto fare.
Il PDL dovrà riprendersi dalla tranvata del
dimezzamento dei voti e prendere atto che: 1) B. è stato sfiduciato pure da chi tanto aveva investito su di lui in passato e 2) forse c’è da cominciare a preoccuparsi davvero.
Poi, quando avremo digerito
i dati – tenendo sotto mano l’ottima
analisi del voto di Ilvo Diamanti e
l’analisi dei flussi migratori che vedono il PDL cedere di schianto sotto il peso di quel clamoroso ed inedito – a quel livello -
52% di astensionismo, facciamoci la domanda che nessuno osa porsi e che sarebbe la più interessante di tutte:
per chi ha o non ha votato la mafia?
Perché l’impressione è che la mafia, dopo il cambio di regime,
l’eurogolpe bancario con il silenziatore dell’anno scorso, stia ancora facendo il casting, stia ancora solo annusando e tastando, valutando e soppesando. Ed è questa la grossa incognita per il futuro, non solo dell’amata
Sicilia.
Dobbiamo chiedercelo, perché è inutile fingere di essere sani.