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Imperdonabile

Creato il 26 giugno 2012 da Malvino
Alessandro Capriccioli comincia a dover fare i conti con le conseguenze di aver osato muovere una critica a Marco Pannella. Niente di eccezionale, in verità. Si era solo permesso di dire, in occasione dell’ultimo Comitato nazionale di Radicali italiani (Roma, 25-27 aprile 2012), che l’amnistia non sarebbe la soluzione strutturale del problema del sovraffollamento delle carceri italiane, perché la Bossi-Fini e la Fini-Giovanardi le renderebbero di nuovo sovraffollate nel giro di pochi mesi. Obiezione semplice, ma solida.Non si era espresso contro l’amnistia, sia chiaro. Aveva solo espresso le sue perplessità riguardo al fatto che le già esigue forze della «cosa radicale» fossero pressoché esclusivamente impegnate, e ormai da circa un anno, su un’iniziativa dall’assai dubbia probabilità di raccogliere consensi. Ogni iniziativa contro la Bossi-Fini e la Fini-Giovanardi ne raccoglierebbe anche di meno? Può darsi, ma i radicali non amano «scommettere il pochissimo probabile contro il molto possibile»? E, allora, perché continuare a insistere sull’amnistia, e solo sull’amnistia?Capriccioli si era limitato a porre la questione in questi termini, peraltro con toni assai civili, evitando ogni cenno al fatto che quella sull’amnistia non è che l’ultima delle tante iniziative che ormai da decenni Pannella intraprende senza mai sottoporle ad alcuna discussione interna: se non se n’è potuto discuterne prima – sarebbe stato lecito chiedere – non se ne può discutere neppure dopo mesi e mesi? Nemmeno dinanzi all’evidenza che i radicali si sono ancora una volta infilati in un vicolo cieco, e ancora una volta per la malata coazione a seguire ciecamente il proprio leader? Usciranno di lì solo per infilarsi in qualche altro vicolo cieco? Stavolta sarà un «Assad libero»? Sarà la proposta di ingresso del Mali nella Ue?In un qualsiasi altro partito – e parliamo dell’odioso regime partitocratico italiano – cosa sarebbe accaduto a un dirigente che avesse osato muovere una critica del genere? Il ventaglio delle ipotesi è quanto mai ampio. Non così per una setta. In una setta le reazioni a una critica mossa al capo hanno un modulo abbastanza costante, ottimamente illustrato da un post col quale Capriccioli denuncia il disagio che è costretto a subire per aver sollevato la sua obiezione a Pannella: «I [suoi] seguaci si scatenano, quando lo critichi. Perdono il lume della ragione, proprio. Tirano fuori dal cilindro argomentazioni strumentali, cercano di delegittimarti, fanno di tutto per metterti a tacere, non lesinano attacchi personali e acrobazie logiche pur di dimostrare che sei un cialtrone attaccabrighe in malafede desideroso di ottenere chissà cosa. Che non sei radicale. Che non lo sei mai stato. Che sei un infiltrato del regime, un fiancheggiatore della partitocrazia, un cretino senza rimedio». Rappresentazione assai vivida del modello ampiamente noto grazie agli studi sulla psicologia dei gruppi settari di Marc Galanter (Culti, SugarCo 1993) e di Robert Cialdini (Le armi della persuasione, Giunti 1995), che ho già citato in altre occasioni e ai quali rimando.Un unico rilievo al post di Capriccioli, laddove scrive: «I seguaci di Pannella lo difendono così: come se lui non fosse capace di difendersi da solo». È vero – per meglio dire, può esser vero – ma ciò che scatena il meccanismo di difesa, la gara a chi molesta più efficacemente il traditore, non è solo la voglia di mettersi in mostra agli occhi del leader come solerte gregario. «Gli affiliati a gruppi carismatici [infatti] provano sollievo dalla loro angoscia nevrotica non appena entrano a farne parte e il mantenere tale sollievo dipende dall’intensità del loro rapporto con il gruppo: se in qualche modo si dissociano, provano angoscia; se restano legati, conservano il loro benessere psichico» (Galanter). Perché «in un modo o nell’altro ogni setta afferma di offrire un miglioramento dello stato mentale, uno stato dell’essere più profondo e una certezza di rettitudine morale, spirituale o politica. Questo presunto stato benefico può essere raggiunto solamente seguendo il cammino strettamente preordinato da un particolare maestro, guru o trainer» (Cialdini).Non si tratta solo di una gara a chi meglio lecca il culo a Pannella, si tratta di un disperato tentativo di realizzare la perfetta comunione con il gruppo, la cui integrità è assicurata dalla piena e manifesta fedeltà al leader. Di ciascuno. Agli occhi di tutti.C’è da aggiungere solo che la storia della «cosa radicale» dovrebbe insegnare a Capriccioli che quanto ha subìto finora è solo il primo stadio della sequela che prima o poi lo costringerà a strappare la tessera di Radicali italiani. Ha commesso un errore imperdonabile.

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