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Italia, io ti maledico

Creato il 26 aprile 2013 da Elenatorresani

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Quest’anno l’AIRE (l’Anagrafe degli Italiani residenti all’estero) registra un +30% di iscrizioni e, considerando che non tutti gli emigrati si registrano, si può ipotizzare una cifra almeno doppia: una percentuale mai registrata da quando esiste l’anagrafe. È sensato pensare che almeno 5 milioni di italiani tra i 20 e i 40 anni sia uscito dal paese e sicuramente non si tratta solo dei fantomatici “cervelli in fuga” che, andandosene, portano con sé molto di più di una scatola cranica con dentro roba buona.
Quest’anno non sono potuta andare al Festival del Giornalismo di Perugia, e mi sto (dolorosamente) limitando a vedere lo streaming di ciò che succede su Youtube. Guardando l’incontro “Storie di un’Italia che maledice” ho ritrovato tanto di me e di molti come me che questo paese lo hanno in qualche modo abbandonato: fisicamente o emotivamente.
Per quanto mi riguarda, tralasciando le considerazioni sul lavoro e sull’imprenditoria del sistema Italia che sto raccogliendo in un libro, il più preoccupante sintomo di morte è arrivato dalla rinuncia alla politica: io che l’ho sempre giudicata appassionante e che ho sempre partecipato attivamente al dibattito e alle iniziative, quest’anno per la prima volta in vita mia non ho espresso una preferenza alle urne. Non avevo più voglia di accontentarmi del meno peggio, non ho più voluto turarmi il naso e giocarmi la zero fiducia rimasta su un tavolo dove nessuno sapeva nemmeno lontanamente rappresentarmi: e non solo coi programmi elettorali, ma anche attraverso il “nulla di fatto” di chi ha già saputo (ampiamente) dimostrare la sua inettitudine sul campo.
Insieme a Concita De Gregorio e Maurizio Landini, sul palco dell’incontro c’erano anche Claudia Cucchiarato (giornalista emigrata a Barcellona) e Claudio Stassi, un fumettista palermitano di Brancaccio anche lui “rifugiato” in Spagna dopo aver scritto e disegnato di mafia: non se n’è andato perché aveva paura delle minacce e delle ritorsioni ma perché, a fronte di una situazione socio-economica insostenibile, ha smesso anche di avere speranza quando in Sicilia Cuffaro ha vinto su Rita Borsellino.
Che ci sia qualcosa di macroscopico che non va in questa Italia che vota lo si vede da L’Aquila, che ancora vive tra le macerie ma ancora vota il centrodestra che l’ha abbandonata tra le case crollate e i quartieri fantasma; lo si vede in Lombardia, dove i cittadini fanno vincere Maroni nonostante fosse il rappresentante di una classe politica quasi interamente sotto inchiesta per collusioni mafiose, tangenti, truffe e appropriazioni indebite.
Lo si vede nei nomi della nostra classe politica che, come sottolinea Concita De Gregorio analizzando gli articoli che ha scritto negli ultimi decenni, sono gli stessi da trent’anni e – cosa ancora peggiore – dicono le stesse cose dal 1980.
Lo si vede dai risultati delle primarie, dalla gestione disastrosa dei risultati elettorali, dalle strategie che portano alla rielezione di Napolitano per fare in modo che nulla cambi: l’eterno ripresentarsi dell’uguale che esaspera, esaurisce, uccide. E per resistere all’immobilismo asfittico ci vuole almeno un po’ di pane nella pancia e un minimo di speranza nel cuore.

bimbi

Scrive Simona Melani su Facebook: “Poi uno dice perché hai smesso di fare politica e ti sei buttata su scarpe e rossetti. Se fossi ancora nel PD minimo avrei l’ulcera perforante. Ora ho solo mal di piedi.
Io che non ho nemmeno male ai piedi perché le scarpe mi interessano poco e i rossetti me li mangio, mi sento una figlia abortita di questa nazione che mi limito a scrivere e maledire, mentre cerco un riscatto umano nelle storie e nelle parole fuori di qui.

Bert Hardy

Bert Hardy


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