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L’Unione Europea in mani irlandesi

Creato il 28 gennaio 2013 da Bloglobal @bloglobal_opi

di Federica Castellana

irish presidency
Il primo gennaio l’Irlanda ha assunto la presidenza di turno dell’Unione Europea, seguendo Cipro nel sistema di rotazione semestrale previsto tra i 27 Paesi membri. Alcune precisazioni in merito: nella complessa architettura istituzionale europea ciò significa che fino a luglio il governo irlandese presiederà il Consiglio dei Ministri dell’Ue, nelle sue varie formazioni (Ecofin, giustizia, ambiente, trasporti, politiche sociali e così via). Diversamente, il Presidente del Consiglio europeo (l’attuale Herman Van Rompuy), più indipendente e stabile, viene eletto ogni due anni e mezzo dai capi di Stato o di governo che formano l’organo stesso. Questa distinzione è stata sancita definitivamente nel 2009 con l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, che ha riequilibrato i poteri all’interno dell’UE rafforzando l’effettiva direzione politica della Commissione europea e del Consiglio europeo (ovvero affidandola a Bruxelles e, in sostanza, a Berlino) e quindi riducendo la presidenza di turno a prerogativa formale e mero impulso della vera azione comunitaria, nonché vetrina di promozione per il Paese in carica (che, comunque, non guasta mai). Eppure, una funzione simbolica non sempre è sinonimo di irrilevanza: se in passato poco hanno potuto fare la piccola Cipro oppure Paesi non membri dell’Eurozona come Polonia e Danimarca, forse non sarà lo stesso per Dublino. Anzi, la circostanza che in un anno chiave come il 2013 proprio l’esecutivo del Taoiseach (il Primo Ministro, in gaelico) Enda Kenny abbia l’opportunità di influenzare l’agenda politica europea potrebbe rivelarsi più positiva del previsto.

Una membership proficua - Malgrado il suo modesto peso demografico (solo 4,5 milioni di abitanti), l’Irlanda è al centro dell’esperienza europea, uno degli Stati membri che negli anni ha saputo sfruttare al meglio i vantaggi dell’adesione all’UE. Sia in periodi di forte crescita che nell’attuale recessione, il Paese ha sviluppato un mix efficace di sforzi nazionali e aiuti comunitari. L’economia irlandese, piccola ma aperta, moderna e dinamica, ha tratto grandi benefici dal mercato comune e dalla moneta unica (specialmente nell’esportazione di generi alimentari e servizi), è riuscita ad attirare notevoli investimenti esteri grazie al basso livello di tassazione sulle imprese e, inoltre, ha portato avanti una gestione intelligente dei fondi strutturali europei destinati alle regioni meno sviluppate. Basti pensare che nel decennio 1996-2006 il PIL ha registrato una crescita media annuale del 6%, con punte dell’8-9% tra il 1998 e il 2000. In Irlanda la crisi del 2007-2008 ha interessato prima il settore privato e in seguito la finanza pubblica: l’elevato indebitamento privato e la bolla immobiliare hanno infatti costretto il Governo a interventi straordinari per salvare il sistema bancario nazionale (peraltro molto vicino a quello statunitense) dall’imminente collasso. Il drastico peggioramento del bilancio pubblico, una volta virtuoso, ha portato così anche Dublino sulla strada dell’austerity fiscale, in cambio di una programma di bailout (85 miliardi di euro) ottenuto nel 2010 dalla Troika Commissione-BCE-FMI. I primi segnali di ripresa ci sono stati già nel 2011 e 2012, con il PIL in aumento di quasi l’1% e stime di +1,6% per il 2013 [2]; queste ultime, insieme alle nuove strategie interne di crescita basate sulle energie rinnovabili e sul miglioramento della produttività, fanno pensare che a breve l’Irlanda potrebbe lasciare il club infelicemente soprannominato dei “PIGS”, anche se il tasso di disoccupazione resta di circa il 14%.

Insomma, la repubblica irlandese deve parecchio all’UE e, nonostante l’iniziale bocciatura del Trattato di Lisbona nel 2008, e a differenza dei cugini britannici, non sembra avere eccessive riserve in merito al futuro dell’integrazione europea.

Agenda 2013 - Il programma della presidenza irlandese è stato presentato al Parlamento europeo durante la prima sessione plenaria del 2013 dal Premier Kenny, che in casa guida un governo di coalizione tra cristiano-democratici e laburisti. Nell’agenda predominano i temi economici, che ruotano intorno a tre grandi priorità: crescita, stabilità, occupazione. L’Irlanda suggerirà agli altri Stati membri un pacchetto di misure che vanno dal consolidamento del credito privato e del mercato unico agli investimenti in innovazione e ricerca nei nuovi settori scientifico-tecnologici, dalle riforme degli appalti pubblici e del lavoro transnazionale alla regolamentazione delle temute agenzie di rating. Tra le maggiori sfide che aspettano l’Irlanda e l’intera Unione nel prossimo semestre spiccano i difficili negoziati sul bilancio europeo 2014-2020, da riprendere dopo l’accordo saltato a novembre, e in tema di eurobond e mutualizzazione del debito pubblico: l’europeismo di Dublino potrebbe spingere verso una composizione degli interessi contrapposti attraverso forme di governance nuove e più solidali. Inoltre, in questi giorni i Ministri irlandesi stanno illustrando alle varie commissioni del Parlamento europeo i dettagli delle proposte che saranno avanzate in tema di ambiente, trasporti e giustizia. La presidenza irlandese collaborerà anche con la Commissione europea nell’ambito dell’Anno europeo dei cittadini (proclamato appunto per il 2013) predisponendo una serie di attività, soprattutto di sensibilizzazione e stimolo al dialogo tra società civile, imprese e governi di ogni livello. Infine una curiosità: proprio Dublino potrebbe sollecitare in questi mesi un intervento “etico” contro l’elusione fiscale praticata dalle grandi multinazionali (Amazon, Google, eBay, etc.) che operano in numerosi Stati membri ma versano le tasse dove le aliquote fiscali sono più attraenti, ovvero in Lussemburgo, nelle isole della Manica e nella stessa Irlanda. Un suggerimento che troverebbe l’appoggio di chi ha già sollevato la questione come il Parlamento europeo, il Regno Unito, la Francia, la Germania e l’Italia.

L’ultima presidenza irlandese, risalente al primo semestre del 2004, è stata incentrata sul grande allargamento ad Est, in un’ottica di “looking out”. La presidenza attuale dovrà invece puntare sul “looking in”, confrontarsi cioè su problemi ormai strutturali dell’Unione Europea. Dal primo luglio il testimone passerà alla Lituania e lo stesso giorno la Croazia farà il suo ingresso ufficiale nello spazio comunitario in qualità di ventottesimo membro. Vedremo allora se e quanto la posizione specifica dell’Irlanda avrà influito sulla gestione del semestre ma anche quali saranno le priorità della presidenza lituana nel nuovo scenario dell’Unione a 28.

* Federica Castellana è Dottoressa in in Scienze Politiche, Relazioni Internazionali e Studi Europei (Università di Bari)


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