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La legge delle acque

Creato il 18 ottobre 2010 da Fabry2010

La legge delle acque

Heinrich von  Kleist ( 18.10 1877-21.11.1811) in memoriam

 


Un sogno – che altro?

 

Heinrich von Kleist, Il principe di Homburg

 

Qui finisce la sua vita.

In un prato sulle sponde del Wannsee, all’epoca non lontano da una locanda dove i berlinesi amavano fare la gita domenicale. Un posto tranquillo, nel verde, che Kleist, il drammaturgo, trasforma in un teatro. E’ qui che decide di mettere in scena l’ultimo atto di un lungo e complesso dramma nel quale un unico protagonista, Kleist stesso, incarna tutti i ruoli.  Quello del suicida è l’ultimo di questi, il compimento: con esso egli si rivela finalmente – e cancella per sempre –  l’essenza del suo io.

Eppure Kleist muore in pace.

La lettera con cui si congeda dalla sorella Ulrike non contiene alcuna accusa. Nessuno è colpevole della propria morte. Tu, scrive, hai fatto ciò che una sorella, anzi, un essere umano, poteva fare per salvarmi: la verità è che nessuno poteva aiutarmi su questa terra. Ma non posso morire senza essermi pacificato, contento e sereno come sono, con l’intero mondo e in particolare con te, mia carissima Ulrike.

I testimoni oculari confermarono l’assoluta serenità dei due suicidi: Heinrich von Kleist e Henriette Vogel, quella coppia, non di amanti ma di compagni nella morte. La Vogel perché era ammalata di cancro, Kleist non perché non amasse la vita, non perché era amareggiato e deluso, ma, al contrario, perché aveva capito che la pienezza della vita non poteva compiersi in lui. Sottolinea il suo biografo Günter Blöcker che Kleist ebbe la rara capacità di prescindere totalmente da se stesso: non perché non riuscisse lui a dare alla sua vita il significato che avrebbe voluto, la vita in sé non aveva valore. Anzi, così  Kleist capovolge il pensiero comune, semmai la vita aveva il diritto di essere delusa da lui, dei suoi sforzi inutili di essere degno della sua pienezza, e non viceversa.

Al Wannsee, oggi si arriva comodamente in metropolitana.

La fermata si trova in prossimità di un piccolo porto, da dove partono traghetti e battelli. L’atmosfera assomiglia a quella di una località di villeggiatura un po’ desueta, poco spettacolare che invita piuttosto a un ozioso lasciarsi andare che non a grandi pensieri, decisioni finali.

E’  proprio qui, in mezzo alla spensieratezza domenicale, che Kleist decide di porre fine alla sua esistenza.

Non sceglie un luogo isolato, ma al contrario, vuole morire in mezzo alla vita. Con Henriette arriva la sera prima della data prestabilita. Affittano due stanze in una locanda, dove passano la notte bevendo e scrivendo le ultime lettere.  Ciò che sta per accadere non è casuale, ma è un gesto lungamente premeditato. Kleist vuole essere compreso. Non può permettere che il suo suicidio sia scambiato per un atto di disperazione. Non è nemmeno una provocazione, ma al contrario un omaggio alla vita che abbraccia ugualmente i vincitori e i vinti.  Dal mondo si congeda fiducioso come un bambino: il paradiso esiste, bisogna soltanto trovare l’ingresso segreto per entrarci di nuovo, per finalmente ri-cadere nello stato d’innocenza persa.  A questo punto, così conclude ne Über das Marionettentheater, potrebbe cominciare davvero l’ultimo capitolo del mondo.

Ciò che colpisce in Kleist è l’intreccio di follia e di lucidità, la presenza contemporanea di due stati d’animo che nell’uomo comune tendono a escludersi. Nonostante sia oramai totalmente chiuso nella sua logica personale che riconosce nella morte l’unico possibile compimento della sua vita,  mostra una sorprendente capacità di pianificare il doppio suicidio con meticolosa freddezza. Nulla è lasciato al caso: l’arrivo il giorno prima in carrozza da Berlino, l’aria festosa che lui e Henriette si creano intorno, fingendosi  una coppia di amanti, le ultime lettere, inviate a Berlino tramite un messaggero, calcolando i tempi in modo che tutti possano essere informati in tempo, ma nessuno possa fermarli.

Sono decisi.

Vogliono morire, lucidamente. Perfino i colpi finali saranno sparati da mano sicura, ad arte.

Non vi preoccupate, il nostro destino sulla terra si è compiuto.

Questa è l’ultima immagine che vi regaliamo: la bellezza del morire, un enigma.

L’ultima volontà di entrambi: essere seppelliti nello stesso luogo in cui ebbero deciso di morire, vicino all’acqua, vicino alla fonte della vita.

 

A pochi passi dalla fermata della metropolitana si scende per un piccolo sentiero, giù fino quasi in riva al lago.

La tomba di Kleist è una schietta lapide: nome, data di nascita e di morte, un verso dal Principe di Homburg: Ora, Immortalità, sei tutta mia. Parole estrapolate dal loro contesto, il cui pathos evoca le tristi sorti di un eroe tragico.

Non si tratta però della lapide originale; questa, infatti, fu rimossa nel 1936 in occasione dei giochi olimpici. L’epitaffio originale era del poeta locale Max Ring: Visse, cantò e soffrì/ in tempi difficili/ qui cercò la morte/ e trovò l’immortalità. Sia l’allusione al suicidio, sia il fatto che Max Ring fosse ebreo fecero sì che il governo nazista, in prospettiva dei molti visitatori stranieri che in occasione dei giochi olimpici avrebbero visitato Berlino, decise di sostituirlo.

Nel corso del tempo – non è più esattamente ricostruibile quando – era già sparita la seconda tomba, quella di Henriette Vogel, la cui presenza è menzionata da uno dei fratelli Grimm nelle sue memorie.

La donna accanto allo scrittore – l’ulteriore scandalo di questo doppio suicidio che in verità fu anche un assassinio: prima Kleist uccise la sua compagna con una pallottola nel cuore, poi se stesso, sparandosi in bocca. Un atto d’amore per una donna che non avrebbe amato se non fosse stata l’unica disposta a morire con lui.

Alla cugina Marie von Kleist, con la quale Heinrich aveva stretto un forte legame proprio negli ultimi mesi di vita, spiega di aver trovato in Henriette una donna, al contempo forte e devota, che comprendeva la sua tristezza inguaribile e che, nonostante avesse avuto tutti i requisiti per renderlo felice, nonostante un marito e un figlio meravigliosi, avrebbe scelto di seguirlo nella morte.

Non sembravano disperati, affermano i testimoni oculari dell’ultimo giorno, ma felici come dei bambini che in mezzo a un bellissimo gioco dimenticano semplicemente se stessi.

E’ una bella giornata d’autunno, fredda ma limpida. Quieto giace il lago, ogni tanto un battello lacera la superficie dell’acqua, liscia come una sottile pellicola: un panorama, a suo modo, fatto per pacificare i sensi e per tranquillizzare la mente, per abbandonarsi a pensieri che da tempo hanno smesso di (cercare di) comprendere se stessi.

Non è possibile capire la scelta di questo luogo senza assimilarsi alla logica profonda dell’opera di Kleist, animata da personaggi che, secondo una legge segreta, devono fuoriuscire dalla propria orbita per trovare se stessi, anche nella sconfitta totale.

Accettare il proprio destino qualunque sia: questo è per Kleist la premessa della salvezza. Unicamente il sacrificio dell’io individuale è in grado di ristabilire l’ordine cosmico le cui leggi sono inaccessibili alla comprensione umana. Nella visione kleistiana l’uomo si realizza nel momento in cui si riconosce creatura nelle mani del creatore al quale affida tutto se stesso.

Per questo motivo gli eroi di Kleist non possono essere classificati come tragici.

Non falliscono perché osano opporsi alle leggi del mondo, ma proprio perché secondo le  leggi del mondo il loro opporsi è una necessità.

A differenza dell’eroe tragico, che (provoca) avverte (?) un forte senso d’ingiustizia, i personaggi di Kleist, dopo una prima fase di ribellione, cominciano ad accettare il loro destino fino a identificarsi totalmente con esso per quanto duro sia, per diventare consapevolmente ciò che devono diventare.

Nella logica controcorrente di Kleist non è la felicità il fine ultimo dell’uomo, ma il suo ritorno nell’ordine cosmico.

Sempre alla cugina Marie Kleist confessa che soltanto negli ultimissimi tempi, dopo l’irrevocabile decisione di togliersi la vita, gli fu possibile di pregare, ringraziando Dio della voluttuosa morte che gli aveva concesso.

L’audacia del pensiero di Kleist, la sua spaventosa libertà interiore, risulta tuttora una provocazione, certamente non riassumibile in un epitaffio che esalta l’ immortalità in senso eroico.

Alla fine, non è l’uomo, lo scrittore Heinrich von Kleist, a trionfare sulla morte, ma le acque del Wannsee che ieri come oggi ubbidiscono soltanto alla segreta legge delle acque.

 



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