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La Nigeria tra boom economico e sottosviluppo

Creato il 30 aprile 2014 da Bloglobal @bloglobal_opi

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di Chiara Giglio

A seguito della pubblicazione dei nuovi dati economici da parte del National Bureau of Statistics di Abuja, la Nigeria, con un PIL pro capite in crescita di 510 miliardi di dollari e già egemone regionale nell’Africa Occidentale, è diventata la prima economia del Continente, scavalcando il Sudafrica. Tale sorpasso è stato possibile grazie all’operazione nota come “rebasing”, vale a dire l’aggiornamento dei parametri per il calcolo del Prodotto interno lordo ad opera dello stesso Ente: con un semplice spostamento dell’“anno base” di riferimento del PIL reale dal 1990 al 2010, l’economia nigeriana compie un enorme balzo in avanti, attestandosi al 26° posto mondiale, con buone possibilità, stando all’agenzia di rating Moody’s, di rientrare tra le 15 economie mondiali più ricche entro il 2050.

In realtà, il dato non coglie del tutto impreparati e conferma ufficialmente quanto era già noto da tempo. Già all’inizio del 2014 lo stesso Jim O’Neill, Presidente della Goldman Sachs e noto per aver coniato nel 2001 il celeberrimo acronimo BRIC (Brasile, Russia, India, Cina) [1], ha posto la Nigeria, insieme a Messico, Indonesia e Turchia, nel novero delle prossime quattro economie emergenti, le cosiddette MINT.

Alla base del miracolo nigeriano si trovano diverse componenti. Da anni ormai la Nigeria si afferma come uno degli Stati sub-sahariani più dinamici, con una crescita economica trainata principalmente dall’estrazione del petrolio, risorsa di cui lo Stato nigeriano spicca come primo produttore continentale. La riponderazione statistica appena compiuta fa emergere altre interessanti considerazioni sui nuovi settori che oggi trainano la regina delle economie africane. I dati mettono mette in luce un buon grado di diversificazione: in primo luogo, il sostanzioso ridimensionamento del settore agricolo (che scende dal 35% del totale del PIL al 22%) anche in favore dell’emergere sempre più prepotente del settore dei servizi, balzato dal 29% al 53% del PIL grazie a comparti economici totalmente ignorati fino a 25 anni fa quali cinema e telecomunicazioni. L’industria cinematografica in particolare assurge a simbolo per eccellenza del boom nigeriano: in rapida espansione sin dagli anni ‘90 e con una produzione tra i 1.500 e i 2.000 film l’anno, Nollywood (nome nato dalla fusione di Nigeria e Hollywood) produce oggi l’1,3% del PIL statale (5 miliardi di dollari in valore assoluto), seconda a livello mondiale solo all’indiana Bollywood. Non è difficile immaginare come i promettenti indici di crescita nigeriani attireranno in futuro maggiori investimenti stranieri, con un notevole afflusso di capitali anche in settori diversi rispetto a quelli tradizionalmente connessi alle importanti risorse naturali del Paese.

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L’exploit nigeriano non sembra tuttavia confinato al solo ambito economico: oltre al cinema, anche nella tecnologia, nella letteratura ed in altre arti, numerosi protagonisti della scena mondiale dell’ultimo periodo sono nigeriani. Si tratta, tra gli altri, personaggi come Chude Jideonwo, uomo copertina per eccellenza della rinascita nigeriana nonché ideatore della piattaforma di sviluppo “The Future Project”, Tunde Kehinde, fondatore di Jumia (retailer online continentale meglio noto come l’“Amazon d’Africa”), e ancora, Teju Cole, apprezzato autore del bestseller “Città aperta”, Chiwetel Ejiofor, protagonista del film premio Oscar “12 anni schiavo” e Okwui Enwezor, tra i più importanti curatori d’arte contemporanea al mondo.

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L’influenza culturale nigeriana, supportata dalla sua storia e dai suoi successi, fa sì inoltre che la Nigeria si imponga come potenza assoluta nella cornice regionale dell’ECOWAS, la comunità economica degli Stati dell’Africa Occidentale, attraverso una politica proattiva di potenza fatta di interferenze diplomatiche, egemonia economico-commerciale e interventi tramite l’ECOMOG, forza armata multilaterale composta in prevalenza da soldati nigeriani. Anche il contesto internazionale non resta indifferente al protagonismo nigeriano: nelle linee guida della politica estera di Abuja si passa dall’ambizioso progetto di ottenere – in caso di riforma – il seggio di rappresentante africano al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, passando per il determinante ruolo giocato nell’ambito della cooperazione Sud-Sud fino alla funzione di Paese tutore della “negritudine” e della diaspora africana nel mondo.

In pratica, il futuro non potrebbe sembrare più radioso per Lagos, capitale economica e commerciale del Paese che sembra oggi imporsi come nuovo Re Mida africano. Superati i confini dell’enorme area metropolitana emergono però i tanti problemi socio-economici e ancora irrisolti di un Paese dalle grandi potenzialità frenate. Una prima considerazione da fare riguarda proprio l’ambito economico. Se in termini assoluti la Nigeria spicca come la prima economia africana, il valore del PIL pro capite (2.688 dollari) resta ancora lontano da quello del Sudafrica (7.508 dollari): gli oltre 169 milioni di Nigeriani – i cittadini del Paese più popoloso del Continente – sono infatti oltre tre volte più numerosi dei loro pari Sudafricani (51 milioni).

Così come i dati statistici, anche il prezioso petrolio sembra avere una sua intrinseca duplicità: la principale risorsa su cui la Nigeria fonda il proprio exploit economico sembra essere allo stesso tempo croce e delizia per la popolazione. Già alla radice delle tensioni sociali ed economiche che portarono alla guerra civile del Biafra negli anni ‘60, oggi l’estrazione del greggio si impone ancora una volta come motivo di disordine e di povertà nel Delta del Niger, regione che si estende per 70.000 Km2 coprendo il 7,5% del territorio nigeriano suddiviso tra gli Stati di Abia, Akwa Ibom, Bayelsa, Cross River, Delta, Edo, Imo, Ondo e Rivers. Oltre alla devastazione ambientale causata dalle varie compagnie petrolifere operanti nell’area, l’assoluta mancanza di un’equa redistribuzione delle ricchezze prodotte tra la popolazione degli Stati dell’area è alla base dei conflitti etno-politici nel Delta del Niger, i quali proseguono ancora oggi fin dagli anni ‘90. La produzione petrolifera della Nigeria è stata e continua ad essere fonte di ricchezza solo per le élite politico-economiche del governo centrale a fronte invece delle condizioni di povertà, abusi e violenze subite dalla popolazione locale dell’area.

Un ruolo non meno rilevante è giocato dalla corruzione dilagante, fenomeno non dissimilmente sviluppato nel resto dell’Africa. Secondo Transparency International, lo Stato nigeriano è al 144° posto su 177 nella classifica della percezione sulla corruzione locale e le statistiche non fanno che confermare questo scenario. Stando alle stime della Banca Mondiale, la sperequazione causata dalla corruzione è enorme: essa fa sì che l’80% delle entrate del petrolio e del gas vadano ad appena l’1% della popolazione, mentre il 61% dei nigeriani vive con meno di un dollaro al giorno. Ancora, in ambito estrattivo i furti sono all’ordine del giorno: basti pensare che dei 1,9 milioni di barili di petrolio prodotti al giorno in Nigeria, circa 60mila vengono persi quotidianamente per mano della criminalità organizzata.

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Tra gli altri grandi fattori di instabilità sicuramente il terrorismo interno a sfondo religioso continua a destare oggi maggiori preoccupazioni. Nel complicato puzzle federale della Nigeria – divisa tra nord a maggioranza musulmana e sud a prevalenza cristiano-animista – la religione costituisce un elemento di frattura culturale e politica. In particolare, il governo federale di Abuja sembra incapace di ristabilire l’ordine nel nord-est del Paese, in primis nello Stato del Borno, insanguinato da anni dagli attacchi armati della milizia islamica Boko Haram (il cui nome in lingua hausa significa “i costumi occidentali sono peccato”). Il jihad portato avanti dalla setta islamista con una serie continua di violenze, uccisioni e rapimenti ai danni di cristiani e musulmani sembra essere scarsamente intaccato dal contrasto militare operato dal Presidente Goodluck Jonathan: si stimano almeno 1.500 morti solo dall’inizio di quest’anno, in una spirale di stragi giornaliere che vede i suoi più recenti episodi nell’attentato del 14 aprile ad una fermata dell’autobus di Abuja con un bilancio di 75 morti e oltre 150 feriti e il sequestro nello Stato del Borno di un centinaio di studentesse liceali.

Anche le aree meno isolate e più tranquille del Paese non sembrano esenti da problematiche. Tra gli indicatori macroeconomici, è sicuramente il tasso di disoccupazione, pari al 23,9% nel 2011, a destare maggiore preoccupazione, con un picco tra i giovani pari al 46,5%. I livelli di sviluppo di rete stradale, istruzione scolastica ed elettrificazione non rendono più incoraggiante lo scenario, attestandosi a livelli ben al di sotto di quelli di un Paese avanzato. Un dato appare particolarmente significativo: pur essendo l’ottavo esportatore mondiale di petrolio, la Nigeria genera elettricità appena sufficiente per una città europea di medie dimensioni, mentre oltre la metà dei suoi 160 milioni di abitanti vive senza luce.

Nel quadro appena esposto, la Nigeria sembra quindi essere in bilico tra due immagini solo apparentemente inconciliabili: il nuovo gigante economico vs. il malato cronico di sottosviluppo, in una riproposizione in nuce dell’incredibile contraddizione dell’Africa, continente al tempo stesso pieno di contraddizioni socio-economiche, vittima del passato ma sicuro protagonista del futuro. In questo scenario fatto di grande sviluppo, ma anche di complesse emergenze, la strada per la Nigeria, così come per l’intero Continente africano, è irta di ostacoli. La debole coesione nazionale tra governo centrale e Stati federali, l’iniqua redistribuzione delle ricchezze nazionali, la dilagante corruzione, il pericoloso integralismo islamico e gli abusi ai danni delle popolazioni del Delta del Niger costituiscono questioni aperte che dovranno assolutamente essere risolte dal sistema politico nigeriano nel prossimo futuro.

* Chiara Giglio è Dottoressa in Scienze Internazionali e Diplomatiche (Università di Bologna – Sede di Forlì)

[1] Per maggiori approfondimenti si veda J. O’NEILL, Building Better Global Economic BRICs, in Global Economics Paper, No 66, Goldman Sachs Research, 30th Novembre 2001, http://www.content.gs.com/japan/ideas/brics/building-better-pdf.pdf;

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