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La parabola discendente del populismo alla vaccinara

Creato il 27 aprile 2011 da Massimoconsorti @massimoconsorti

I “sì” di Silvio e la parabola discendente del populismo alla vaccinaraBerlusconi non dice sempre sì solo alle signorine bisognose di cure e d’affetto e a rischio prostituzione. Nella sua smania di piacere ad ogni costo, ben sapendo che un rifiuto solitamente mal dispone qualsiasi interlocutore, lui è per i “sì” senza se e senza ma. Dice sì a tutti con la stessa facilità con la quale regala i “Damiani” alle odalische che non hanno mai visto uno straccio di gioiellino in vita loro. Obama vuole che l’Italia bombardi la Libia? Detto fatto. Pur di farlo contento (e con Obama anche il presidente francese), l’Italia entra in guerra con l’avallo dell’inquilino pro-tempore del Quirinale: “I bombardamenti sono il naturale sviluppo della missione”. Gli italiani gli chiedono di bloccare il programma sul nucleare e indicono un referendum? Lui fa approvare una moratoria in fretta e furia pur di non far andare il “popolo sovrano” a dirgli che non è d’accordo con lui. Che poi la moratoria basti a bloccare il referendum lo dirà la Cassazione. Certo è che dopo l’ultima, improvvida dichiarazione, “Li ho fregati, fra due anni riprendiamo il programma”, la cosa si fa difficile, ma come poteva Silvio dire a Sarko che la Francia non avrebbe più potuto fare affidamento sui soldi italiani per la costruzione delle centrali nucleari sicure? I “fratelli d’oltralpe” vogliono la Parmalat? “Da sempre sono favorevole al mercato e la legge-cardine del mercato dice che a vincere è sempre il più forte”, dice Silvio che non ha alcuna intenzione di irritare Nicolas per una bazzecola come questa, specie ora, viste le voci che danno madame Carlà in attesa di un Sarko junior. Che da mesi Giulietto Tremonti stia studiando una manovra per tutelare le industrie di interesse nazionale dalle scalate ostili delle multinazionali straniere è solo un piccolo inciso, il superministro se ne farà una ragione mentre Lactalis completerà l’opa ed entrerà in possesso di uno degli ultimi gioielli di casa Italia. Dopo questi tre sì incondizionati da parte dell’imperatore di Arcore alle voglie francesi (e un po' americane), Umberto Bossi, detto il “celoavevodurodellapadania”, è sbroccato. Con voce ferma e alquanto irritata si è lasciato andare all’ennesima dichiarazione epocale: “Ormai siamo una colonia francese”, il che, se fosse vero, gli italiani ne sarebbero felicissimi. Pur di non farsi comandare più dal Capataz, sarebbero disposti perfino ad ascoltare per 24 ore di fila l’ultimo cd della Première dame, l’épouse du Président, ma purtroppo così non è. I “sì” di Berlusconi rappresentano qualcosa di più serio di un semplice “convenire” con le posizioni altrui, è il lato più miserevole del populismo di destra targato interregno silviano. Un modo di non scontentare nessuno (salvo poi farsi i cazzi propri), ed elevare al top l’indice di gradimento di un popolo alla ricerca perenne del panem et circenses. Dire no a un populista significa decretare la propria fine, come sanno ormai perfettamente tutti coloro che hanno provato a mettersi di traverso alla politica medial-egemonica di Berlusconi. Lo sa la Lega che prende le distanze dal Pdl solo quando si vota, salvo tornare a banchettare insieme, fino a slogarsi le mascelle, appena chiuse le urne. Lo sa la Chiesa che altrimenti si ritroverebbe con i rubinetti dello Stato chiusi. Lo sanno i "Responsabili" che stanno passando in queste ore all’incasso dei trenta denari da sottosegretari promessi dal Capo al quale diranno sì per tutta la vita. E lo sanno i pm di Milano che, per il momento, si sono sentiti dare dei brigatisti ma che dopo l’approvazione della riforma della giustizia andranno a fare i giudici conciliatori presso le procure di Tirana e Addis Abeba. Subito dopo che Bossi si era lasciato andare ai commenti niente affatto positivi sulle ultime decisioni unilaterali del padrone, abbiamo assistito all’ennesima performance di un populista puro quale Silvio è. “Non preoccupatevi – ha detto infatti a un Letta e un Bonaiuti in piena crisi di panico – è solo l’effetto amministrative. Appena la Lega avrà riconquistato i comuni dove si vota, Umberto tornerà a casa. Ci penso io a calmarlo”. Il populismo di Silvio sta tutto il quel “ci penso io” che è l’esatto contrario di qualsiasi regime democratico e la pietra miliare del dispotismo. Analizzarne a fondo le ragioni, le modalità e l’impatto sull’elettorato sarebbe motivo di un saggio che evitiamo perché lungo e per molti aspetti noioso, ma ne varrebbe la pena soprattutto perché il populismo di Silvio ha imboccato la fase discendente. Se i sondaggi dicessero il vero, la riprova starebbe nei dati delle elezioni amministrative di Milano e di Cagliari, dove la Moratti è in grande difficoltà nei confronti di Pisapia mentre a Cagliari il candidato del centrosinistra, il trentacinquenne vendoliano Massimo (un nome, una certezza) Zedda, è dato addirittura in vantaggio sull’esponente dei potentati familiari, Massimo (l'eccezione che conferma la regola) Fantola. Se ai sondaggi si aggiunge la possibilità non tanto peregrina che Fli possa far convergere i suoi voti sugli esponenti del centrosinistra, il conto è presto fatto: Silvio rischia di perdere la sua città e la capitale della regione preferita delle sue vacanze. La situazione di Cagliari è paradossale. Zedda ha stracciato alle primarie Antonello Cabras, uno di quelli che Renato Soru accusò di aver tramato con la destra (e con Massimo D'Alema) per cacciarlo dalla presidenza della Sardegna. Ora Soru, uscito indenne dai processi che lo riguardavano, può godersi una piccola, parziale rivincita tanto che, per l’occasione, ha rispolverato un proverbio sardo che potrebbe adattarsi benissimo anche alle vicende nazionali: "Mantene s'odiu ka sas occasiones non mancant”. D'Alema è avvisato.


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