Magazine Diario personale

Le mie collezioni, non certo di farfalle.

Da Gattolona1964

Sono stata in passato una maniaca ossessivo compulsiva nei confronti degli acquisti e dell’accumulo di oggettistica di diverse tipologie. Ho iniziato ad avere questa passione/malattia fin da ragazzina,quando iniziai ad interessarmi all’abbigliamento e agli accessori delle soubrette dei programmi televisivi di quei tempi. In particolar modo ero un fan di Raffaella Carrà e delle gemelle Kessler, seguivo le loro performances in bianco e nero alla tivù, le imitavo nei balli ma soprattutto volevo essere vestita come loro. Ricordate quel due pezzi bianco della Carrà, quando ballava il tuca-tuca? Era un piccolo top bianco, che le copriva il seno, lasciando bene in vista la pancia e l’ombelico, completato da un paio di pantaloni anch’essi bianchi a vita bassissima a zampa d’elefante! Mi ero messa in testa di averlo anche io,la mamma me lo cucì, ma il top copriva abbondantemente il pancino, onde evitare colpi d’aria con conseguenti mal di pancia: avevo solo quattro anni e non era il caso di uscire di casa,vestita a caso, con la pancia scoperta! Volevo avere ogni tipo di abito, calzatura, cappello o accessorio, che mi piacesse e che trovavo interessante. Ho avuto e indossato quasi tutto in fatto di abbigliamento: dalla gonna a ruota in tessuto scozzese a quadri, alla mini, dal palazzo pigiama,(copiando quelli di mia sorella in voga negli anni sessanta),ai pantaloni a zampa d’elefante. Poi venne il tempo dei calzoni attillati in pelle nera,che mi facevano trattenere il fiato, facendo trapelare una quarta di reggiseno che in realtà era solo una seconda e mezzo. Mettevano molto in risalto il mitico sedere rotondo e ridanciano, che mi ritrovavo sempre appiccicato addosso, l’unico problema era che una volta indossati, ci volevano poi due amiche per aiutarmi a toglierli. I due armadi e i due comò di casa mia, straripavano dalla gran quantità di indumenti che avevo, tant’è che mamma e papà non sapevano più dove mettere i loro! Che belli i sandali di stoffa colorati e chiusi in punta,il tacco con zeppe e i lacci alla schiava,le simpatiche prime paperine,le eleganti e pericolose scarpe tacco quindici! Sfoggiai anche le decollete’ con colori improbabili, i sabot, gli stivali lunghi alla coscia in pelle di neo assunto, gli stivaletti corti alla caviglia in camoscio color vin brulé,gli stivali mezzani al ginocchio con la cerniera, quelli che se non eri una stangona ti abbassavano ancora di più. I fantastici Moon Boot,che usavamo per andare a scuola in autobus, quando la neve allora scendeva veramente, come quella nevicata interminabile del 1981/1982.Poi nella cartella, avevamo le scarpe di ricambio che ci mettevamo nel bagno della scuola, lasciando ad asciugare i Moon Boot, fradici di neve. Ho calzato con la spavalderia, che solo una sedicenne può avere, i famosi Vacheros,con punte così a punta ed appuntite,(scusate il gioco di parole, che potevano servirmi come arma impropria,contro i numerosi corteggiatori dell’epoca, un po’ troppo focosi. Ho anche messo ma per poco tempo e con nonchalance,quei polacchini della Nonna Abelarda,con la cerniera, color vinaccia (che schifo ora!)o color topo morto. Amavo le calzature in una maniera viscerale, avevo e ho ancora oggi, anche se in modo più pacato, una specie di venerazione, considerandole feticci da adorare come fossero divinità primitive. Ho dedicato quasi tutto un capitolo alle scarpe, nel mio manoscritto “NINUCCIA E LE SCARPE DEGLI ANGELI”,che mi auguro con tutto il cuore di poter pubblicare presto con un serio e capace Editore. Per un paio di scarpe da sera, con pietre tipo Swarovski, il cinturino che abbracciava la caviglia con tanto di nastro di velluto,arrivai a spendere quasi tutta una tredicesima degli anni ottanta. Ricordo che le volli sfoggiare, per un trentuno di dicembre, alias il fatidico ultimo dell’anno, ad una festa spettacolare in quel di Traversetolo (Parma).Sapete amici e amiche, una di quelle feste vere, in una casa di campagna arredata con mobili antichi che io ben conosco, avendoli sempre visti in casa dei miei genitori. Le madie (gramle per fare il pane),le sedie impagliate, i tavoli in noce robusta,le credenze doppio corpo che contenevano le suppellettili più belle, la consolle Luigi Filippo da ingresso, la cassapanca (o cassa da morto?!), le panche come quelle delle Chiese, i piatti, i setacci, i paiuoli di rame appesi in cucina. Presi così spunto da quel casolare di campagna per iniziare a tenere tutti i mobili di famiglia, arredando le dimore dove ho abitato, con quel sapore di antico e vissuto che fa tanto casa. In tempi più recenti vi confesso che mi hanno stancata, tutti quei legni vecchi con i tarli, la manutenzione necessaria per conservarli, i restauri d’obbligo costosi e nom sempre eseguiti all aperfezione, il decesso (per anzianità) del nostro restauratore di famiglia, tutto ciò mi fece cambaire tipologia di mobili. Forse anche tutto quell’odoraccio di “TIMPEST” (liquido tossico antitarlo,l’idea del vecchio e stantio mi stava facendo invecchiare anzitempo, ed assumevo anche io l’aria di una cassapanca del milleeseicento. ragion per cui , decisi di iniziare a frequentare la freschezza e la linearità dell’Ikea, inserendo pian piano modernità e funzionalità al posto di tarli e legno vecchio. La neve fuori cadeva leggera, senza fare rumore,sfiorando come una carezza i prati e le strade, il paesaggio incantato e irreale, le lucine sui balconi,i botti dei petardi in lontananza,tutta quella irreale magia accompagnava le ultime ore di quell’anno vecchio, che stava per giungere al termine. Mentre noi,ragazze e ragazzi “sani e a posto”, ragazzi con valori veri e obiettivi chiari nella testa, eravamo nella sala con il cotto per terra, con lo stereo acceso ballavamo i lenti, avvinghiati stretti. Le signorine con la testa appoggiata morbidamente sulla spalla del cavaliere,i ragazzi, che tentavano di stringerci garbatamente, strusciandosi quel tanto che bastava, per farci comprendere il grado di desiderio che avevano nei nostri confronti. Eravamo rischiarati solo dalla luce del caminetto acceso! Per quel paio di scarpe da concorso, ci volle perciò un abito adatto, cucito alla perfezione,con la maestria e la bravura di una sarta d’atelier: mia madre Blanche, autodidatta anche in fatto di sartoria. Le ruppi così tanto le scatole, che acconsentì a comperarmi quella stoffa costosissima da Arrigo. Disegnò il modello dell’abito, sulla carta velina che adoperavano le modelliste nelle sartorie vere, tracciò le linee dell’abito tanto ambito con il gessetto da sarta. La sua mano era esperta, sicura di ciò che faceva, ferma e precisa,nessun tentennamento, nessu ndubbio, in questo mia madre era superiore a me per fermezza e caparbia: un vero generale d’armata! In poche e precise linee, si materializzò davanti ai miei stupiti occhi il mio sogno, infine lo confezionò a regola d’arte! Avevo visto l’abito addosso ad una attrice,mi conquistò e mi misi in testa di averlo anche io, per quel benedetto ultimo dell’anno. Solo quell’abito e non un altro similare, poteva fare da completamento a quel meraviglioso paio di scarpe da favola. Purtroppo non le ho conservate; tenni invece l’abito per molti anni nell’armadio, portandolo sempre con me nei miei numerosi traslochi. Ogni tanto andavo a guardarlo di nascosto, chiedendomi con quale coraggio l’avevo indossato e soprattutto come ci ero entrata, dato che non riuscii più nell’intento. Era un abito in paillettes multicolore,lungo sino ai piedi,che mi fasciava il corpo, sodo al punto giusto,anche se non sono molto alta,era aderente come una seconda pelle,(me lo potevo permettere allora!).  Le maniche a tre quarti, come intimo..solo un paio di slip,di seta rossi a pois bianchi,beneauguranti. Niente reggiseno, non mi serviva, poi la fascia a vista nella mia vellutata e liscia schiena, avrebbe stonato.Per terminare l’insieme, le gambe erano inguainate a dovere, nelle calze nere a microrete, un altro Cult di quegli anni ruggenti! Dimenticavo che con le mie fusa e moine alla mamma, ottenni quello spacco abissale nella schiena che arrivava sino all’osso sacro: in fin dei conti avevo già diciannove anni, ed ero maggiorenne, perciò dovette accontentarmi suo malgrado. Le ragazze di allora, quelle più carine ed appariscenti, che avevanouna marcia in più non solo nel corpo ma anche nel cervello,erano considerate genuine e toste “gnocche”: la farfallina di Belen,a noi non faceva proprio un bel baffo! Così abbigliata, se da un lato potevo assomigliare ad un albero di Natale,con tanto di lucine accese ad intermittenza, dall’altro mi sentivo come Cenerentola al gran ballo! Spero di non avervi annoiato con questi giovanili ricordi ancestrali, ancora molto nitidi in me, che fanno bene all’anima e al cuore. Mi sovviene di ricordare anche lo spolverino della domenica,quello color cremisi che si usava in primavera per andare alla Messa, il mitico loden color verde antibiotico, le Clark’s, le espadrillas, il lucida labbra al sapor di fragola. Mi mettevo pure sulla fronte come tante mie coetanee, una fascetta a treccia, color rosa e azzurra, quando andavo a ballare,come figlie dei fiori, che peraltro non eravamo. Insomma i miei genitori erano di continuo con il portafogli in mano,per cercare di accontentarmi un pochino in tutto,ero la più piccola, avuta come ben sapete in tarda età per quegli anni! Anche se non mi davano “la paghetta” al sabato, mi servivo da sola, andando di nascosto nel portafogli nascosto di mio padre,che poi tanto nascosto non era, visto che lo trovavo sempre! Dalla fine degli anni settanta in poi, se non ti attenevi alle mode del momento eri out. Non solo oggi cari ragazzi,alcuni di voi vengono considerati degli “sfigati”, da altri vostri coetanei, se non siete alla moda. Anche tra noi allora funzionava così, ma io che me ne sono sempre infischiata, andando diritta per la mia strada e per i miei obbiettivi, uscivo dal mucchio, decidendo di comperare e indossare, solo ciò che mi intrigava veramente, moda o no.Come poi con i ragazzi: se uno non mi finiva di piacere, non lo filavo per niente, fosse stato anche il più ricco e ambito della compagnia! Vi erano ed esisteranno sempre adolescenti molto sciocchi, con poco sale in zucca, poco intelligenti e senza personalità. Se anche ne avessero, a dire il vero con tutti quei falsi stereotitpi di oggigiorno verrebbero schiacciati ed i più deboli emotivamente, soccomberebbero. ma questa è un ‘altra storia, la tratterò in seguito.Tornando a quegli anni difficili della mia  adolescenza, rammento perfettamente quei due capi di biancheria che non ho mai sopportato. Bastian contrario come al solito e come rimarrò forever:anche se erano lo status del momento, non li volevo nemmeno vedere in fotografia. Gli innominati erano: la mitica prima “LACOSTE” e la “FRUIT OF THE LOOM”,quella originale e non l’imitazione che costava solo 2000 lire. Badate bene che l’imitazione la si riconosceva subito, non aveva l’etichetta sul collo con il cestino della frutta. Dagli anni duemila in poi,alcuni pezzi di storia del costume vennero chiamati “CULT” e collezionati come Vintage, così me li ritrovai ancora, negli anni a venire tra le mani e tra i piedi. Da lì in poi,un crescendo esponenziale di manie e di voglie spasmodiche di accumulare oggetti, o altro materiale uguale per tipologia, ma diverso l’uno dall’altro. Iniziai con i flaconi di profumo, buttati via nel torrente “Modolena” da mia madre,creando in me ancora più desiderio di accumulo inutile. Proseguii con i posacenere di vetro dagli anni quaranta agli anni ottanta enormi e pesantissimi, seguirono i vasi di vetro di Murano, Barovier, Seguso, passando ai calici soffiati a bocca dai maestri vetrai di Murano. Ho imparato solo in tempi recenti, da una mia cara ed affettuosa amica,(L.L.)esperta d’arte, che si chiamano “TIPETTI” e non calici. Sono poi passata agli argenti antichi, ai Capodimonte, ai Limoges, alle porcellane di Faenza, Deruta, Bassano,Angelica. Ho una discreta collezione di palle di Natale con carillon, senza carillon,con la neve, con lucine, in movimento o statiche,dotate di canzoncine natalizie varie. Un po’ kitch,lo ammetto,ma le adoro ugualmente! Anzi aggiungo due paroline sulle palle: ho iniziato a collezionarle quando e’ nato mio figlio R. Ne acquistavo una per ogni Natale. Ora che di anni ne ha 16,le palle sono sedici, più le due più preziose che porta sempre con sé. Da quando e’ nata la sorella, A.A.,ho dovuto pareggiare, perché non si sa mai che un domani mi chieda:perché mamma a lui le palle e a me no? La risposta nascerebbe spontanea, ma sorvoliamo. Fu così che iniziai anche per lei, una collezione di giostre che suonano e carillons romantici, adatti ad una principessa! Per ora,data la sua tenera età ne possiede cinque, ma saranno destinate anch’esse a crescere di numero.Proseguo con le altre tipologie che ho avuto per le mani in quasi 35 anni di ricerche forsennate per mercatini, aste, case di amiche e parenti, negozi, tasselli,(alias solai),cantine, magazzini, persone che volevano disfarsene, o comunque luoghi impensati(fosse anche l’isola ecologica)Io,vogliosa di aumentare il numero e la varietà dei miei preziosi oggetti,(per me naturalmente)andavo di continuo, ansiosa e bramosa, a cercare quello di cui avevo bisogno in quel preciso istante. La parola “bisogno” in questa caso, è superfluo dirvi che viene usata come eufemismo! Mai a capocchia, almeno con le collezioni! Ma sempre cercando l’oggetto che stavo in quel momento collezionando. Ho persino collezionato biancheria d’altri tempi, compresi i famosi mutandoni della nonna, quelli che fungevano da pillola anticoncezionale. Bastava indossarli e tenere le ginocchia ben strette con una pallina in mezzo,ed eri a posto! Altro che la pillola del giorno dopo o del giorno prima! Se ti cadeva la pallina rimanevi incinta, seno’ eri vergine e contro vergine a vita. Meritano un accenno anche i corsetti di pizzo, con le stecche di balene che avevo ereditato dalle zie “putte”, cioè single, nubili non per scelta. Con l’occhio di ora erano corazze, gabbie di ferro antistupro, appartenuti all’esercito della salvezza. Per non citare la quantità sgarbata degli abiti in pizzo,dei guanti,i cappelli, le borsette da sera e da giorno i ventagli. Mi rendo perfettamente conto che potrei stancarvi, se volete smettete di leggere e tenetene un pezzettino anche per domani, altrimenti proseguite e sappiate che ho collezionato pure le stampe antiche,i portacipria, i portasigarette d’argento, ritratti di donnine su avorio,le macchine da scrivere, i dischi di musica classica, i giocattoli in latta e legno, le bambole di bisquit. A vostro rischio e pericolo: mobili, specchiere,ottoni, bigiotteria in quantità industriale, soprattutto liberty o deco’, dove ogni pezzo e’ un pezzo unico.Se ripenso che mentre ero incinta di A.A., in un impeto di ormonite acuta e prolattina ai massimi vertici, ho avuto il coraggio di regalare un portacipria marcato J.F.K. in madreperla, numerato e catalogato, comprato ad un asta e appartenuto con buonissime probabilità alla cara Jacqueline Fitzgerald Kennedy, mi mangerei le unghie e le dita.Non lo faccio perché le unghie non le mangio più da un bel pezzo…Devo andare avanti?No, basta, quel che è troppo è troppo! Mi fermo e voi, che fate? Chiamate un ambulanza e mi fate portare via con una camicia di forza? Naturalmente d’epoca ed pizzo prezioso, altrimenti non la gradisco!So con certezza, che a questo punto del mio racconto, che vi chiederete di un’altra collezione,forse non importante o forse.. chi può dirlo? Trattasi per caso della mia collezione personale di fidanzati, mariti, spasimanti,pretendenti, amanti o compagni di merende e cene,cari e curiosi amici e amiche? Ma noooo, non sono quel genere di donna così spudoratamente sincera da raccontare tutto! Non sta bene, non si addice ad una signora nel bel mezzo del cammin della Sua vita,poi non si mescolano le collezioni. Farei un bel pasticcio, confonderei gli uni con gli altri, data la non più giovanissima età. Penso proprio che sia arrivata l’ora di smettere, sono stanca. Mettete un segno, mettete una piccola orecchia di carta piegata, come si fa con i libri, io invece me ne andrò dall’estetista per cercare di conservare ciò che madre Bianca mi ha trasmesso e voi…,beh! ora basta davvero, mandiamo la réclame.

Anno di gloria 2008, rivisita e aggiornata nel novembre 2012.

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Italiano: Raffaella Carrà è la showgirl per definizione, la regina del varietà, del Tuca Tuca e del Soca Dance. (Photocredit:Wikipedia)

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