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Liste pulite: buone nuove per Dell’Utri

Creato il 05 novembre 2012 da Albertocapece

Liste pulite: buone nuove per Dell’UtriAnna Lombroso per il Simplicissimus

Buone notizie per Dell’Utri, cattive notizie per noi. Per procrastinare alle desiderate Idi di marzo la riforma elettorale e tranquillizzare i partiti amici, che sono poi tutti quelli che vivono il dorato pre-pensionamento in parlamento, il Governo licenzia il provvedimento liste pulite. Ha scelto di lavarle a secco, quel procedimento secondo il quale ti riporti a casa ben ripiegato ben stirato nel nailon l’abito apparentemente lindo, in realtà con tutte le sua macchie d’unto.. in questo caso del signore.
Solo i condannati restano fuori, gli impuniti e i miracolati impenitenti dentro, candidati con rinnovato candore e impenitenti perché c’è più omertà nella politica che nella mafia. Non c’è n’è stato uno che abbia denunciato la corruzione, che si sia davvero dissociato e non si contano nemmeno i collaboratori di giustizia, magari sotto copertura, perché sarebbe consigliabile a un eventuale pentito di cambiare identità, nazionalità e mettersi sotto protezione.

Non è un caso che il governo abbia scelto questa vergognosa scorciatoia, l’aggressione alla politica è cominciata ben prima del declino dei partiti: la politica era l’ostacolo da rimuovere perché l’ideologia del mercato fosse messa in grado di modellare anche i sistemi istituzionali piegandoli secondo la propria utilità, rimuovendo gli ostacoli democratici: Carta, diritti, garanzie, regole in modo da scardinare a un tempo stato sociale, sovranità dello Stato e popolare.
Se è vero che bisogna dare forma all’icona di un nemico per muovere guerra, gli armamenti dell’antipolitica sono stati guidati dall’alto, dalla cabina di regia del profitto e della globalizzazione, contro le democrazie nazionali, forgiando la politica dei governi in modo da spostarne le finalità dal bene comune all’interesse privato: accumulazione, arricchimento, conservazione delle rendite di posizione, privilegi. In modo che tutti i poteri e anche le libertà si uniformassero al diktat del mercato onnipotente: l’informazione soggetta alle regole della pubblicità, il confronto all’audience dei talkshow, il consenso ai capricci delle rilevazioni statistiche.
Il governo ha conquistato il suo bottino di guerra per farne omaggio ai suoi padroni vicini e lontani senza nessuna fatica, che la sindrome di Stoccolma aveva da subito avuto ragione di qualsiasi sussulto di timida resistenza.

La Seconda Repubblica era stata inaugurata dalla decapitazione di quasi un’intera classe dirigente per mano della giustizia penale e della cronaca giudiziaria, non di una resa dei conti politica o della storia. A cambiare è stata una parte della classe dirigente, non la politica che non ha inteso minimamente mutare le sue abitudini, recedere dai suoi privilegi e riscrivere i suoi codici morali. Ed è stata favorita della sua pratica di auto conservazione da un popolo ormai condannato a rinuncia e desistenza da un’alternativa al modello di sviluppo, così come al progetto di un’altra politica.
La corruzione intesa come sistema inevitabile, il cinismo imposto come qualità vincente, il fatalismo arrendevole visto come naturale componente delle relazioni tra cittadini e istituzioni, si sono stesi come una ragnatela su tutto il Paese, corrodendo l’idea stessa di autodeterminazione, di dovere e di responsabilità. E questo è talmente vero che i movimenti politici irresponsabili hanno bisogno di una legge per stabilire che la scelta dei candidati deve essere ispirata da criteri di trasparenza e rispetto delle regole oltre che degli elettori, oltre che di opportunità.
Sono talmente inclusi nelle loro distanze siderali che c’è la necessità grottesca di fissare dei requisiti, peraltro già respinti con sdegno, per collocare le liturgie elettorali e le scelte dei cittadini in un contesto almeno nominalmente coerente con i principi di legalità oltre che di convenienza.

E d’altra parte che si tratti di un personale politico di qualità molto scadente lo conferma l’acrobatica inclinazione a quella che i politologi con un pudico eufemismo hanno chiamato la “fluidità” parlamentare: alla fine di febbraio 2011, dopo 33 dei 60 mesi dal termine naturale della legislatura oltre 80 deputati e 30 senatori avevano cambiato almeno una volta il gruppo di appartenenza. Dato inferiore alle “dissociazione” record del periodo 1994-2001, durante il quale la “fluidità” riguardò oltre il 20% del personale politico, con una media di oltre quattro “mutazioni” al mese.

Si tratta di una slealtà all’organizzazione di riferimento appena meno grave e infamante di quella commessa ai danni degli elettori. sono quelli che Sartori felicemente ha chiamato stiracchiamenti concettuali e che fanno parte del folklore, considerati perfino con indulgenza se paragonati al vaso di Pandora della corruzione consumata a tutti i livelli territoriali.
Da anni la politica si difende coprendo le pratiche corruttive senza toccare il sistema generale delle regole, alle quali ci si sottraeva attraverso una robusta rete di protezione. Si è negata la messa in stato d’accusa di ministri. Si sono negate le autorizzazioni a procedere contro i parlamentari sospetti di corruzione. Si insabbiano inchieste scottanti in procure compiacenti. Si rifiuta di prendere atto di clamorose responsabilità politiche, con l’argomento che qualsiasi sanzione può scattare solo dopo una definitiva sentenza di condanna. E quando non basta si intesse una diversa rete di protezione, cambiando le stesse regole di base, con leggi ad personam sicché l’intero sistema istituzionale viene configurato come “contenitore” della corruzione, rinviando indefinitamente la soluzione di conflitti i interesse, trattati ancora oggi come un’ubbia moralistica.
Non basta più l’indignazione, che ha assunto il carattere aberrante di una assoluzione antropologica: non si può combattere, sono tutti uguali, la corruzione morale è diventata sistemica, è diventata fatto istituzionale, modo di governo della cosa pubblica. È tutto vero, ma oggi più che mai l’eclissi della politica e con essa la sospensione totale della democrazia è affare nostro, tocca i nostri interessi e la nostra sopravvivenza, compromette il presente e annienta il futuro, ha permesso che venisse cancellata la sovranità dello Stato in materia economica e che si annientassero i valori del lavoro, i diritti e le garanzie conquistate con tante lotte.
Se non sono ancora condannati, tocca a noi comminare la pena che si meritano, esiliandoli dalla rappresentanza e dalla politica e mandando a casa il governo che, proteggendoli, vuole perpetuarsi.


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