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Mario, la paura di volare e l’importanza di ridere

Creato il 07 dicembre 2010 da Julesdan

A 95 anni la camera d’ospedale sembra infinita. Più lunga ed alta ancora dei cinque piani che la separano dal terreno. Dal letto alla finestra la traversata è estenuante, e il fisico non è più quello di una volta. Quello che sopportava le lunghe giornate di riprese, azione dopo azione, scena dopo scena. Anche la voce è flebile, ma ormai non serve quasi più. Più nessun ordine da impartire, fermo e preciso, più nessun attore da istruire o convincere, che gli attori sanno essere delle bestie nere di tanto in tanto.

La mente però, la mente è ancora quella. Quella che pensava, che decideva, che organizzava. Che vedeva le scene come dovevano esser fatte. Che spostava con gli occhi gli arredi. Che passava attraverso la camera e si imprimeva sulla pellicola. Che sorrideva, Mario aveva una mente che sorrideva. Nemmeno la malattia ha potuto nulla, nemmeno la depressione. E’ così che si prendono certe decisioni, con risolutezza. Come papà tanti anni prima, che non sopportava più. Occorre essere decisi per imboccare la strada più giusta e difficile, la strada chilometrica che dal letto porta alla finestra. Occorre essere fermi e fieri per affrontare il freddo di novembre a Roma, altrimenti si resta inchiodati dove la vita non ha più senso. Dove non c’è sopra ne’ sotto, dove non si ride più. Occorre essere felici.

Mario da qualche tempo, da troppo tempo, era incerto nel fisico. Faticava a compiere i movimenti essenziali, come sollevare la schiena, che non pesava più nulla ormai, dalla testata del letto. Chissà quanto è stata lunga arrivare fino alla finestra. Solo una mente comica avrebbe potuto affrontarla con determinazione. Solo una mente comica avrebbe potuto capire, come aveva capito lui. Solo una mente comica avrebbe potuto tuffarsi in quei pensieri ed uscirne decisa. C’è una grande penuria di menti comiche oggi, in Italia. La disillusione tiene inchiodati agli ultimi appigli, la disillusione richiama la speranza, la saggezza richiama la decisione.

Mario nella sua vita è stato tutto, ma più di tutto un creativo. La creatività è quello che ha scelto, quando ha deciso di smettere di rimanere fermo ad aspettare l’inevitabile ed imparare a volare. E per imparare a volare a 95 anni ci vuole proprio tutta. La coscienza non deve sussurrare il suggerimento, lo deve gridare con tutto il fiato che ha in corpo. Ammesso che la coscienza abbia un corpo. Quanto è lunga la strada per la finestra.

Questa decisione Mario l’ha presa inconsciamente tanti anni fa. Quando ha scelto di cominciare a raccontare, quando ha scelto di far ridere. Non piangere. Ridere, che è la cosa più difficile da fare durante i tempi bui. E’ troppo semplice chiudersi in se stessi quando tutto intorno l’ambiente si incupisce. E’ troppo semplice decidere di abbracciare la depressione quando non c’è più nulla da fare. Difficile è prendere le redini e cambiare il verso della storia. Difficile è riderci sopra, difficile è ridere in faccia al buio. Mario lo ha sempre saputo fare con una signorilità sconvolgente. Come ora, mentre si muove piano, mentre guarda fisso avanti a se. Mentre non si fa prendere, e ride.

Come è lunga la strada verso la finestra. E lungo questa strada ci sono tante cose, tante persone, tanti momenti. Ci sono i set, che si montano e smontano, ed insieme a lor si montano e smontano vite. Ognuno vive una realtà breve, giusto il tempo delle riprese, ma allo stesso tempo eterna se raccontata bene. Ci sono un infinità di volti, più o meno noti, più o meno ricordati. Di caffè. Di sigarette. Di donne, quante donne Mario! Tutte quelle che ti hanno preso un pezzo di vita. Tutte quelle che ti hanno regalato un pezzo di saggezza. C’è Vittorio, Totò, Gigi, Alberto, Sophia. Marcello. Monica, Paolo. Ugo. Gian Maria, Walter, Gastone, Giovanni detto Nino. Tutti quei premi. Tutti quei ciak. Tutte quelle storie. Si ricorderanno di te, come tu ti ricordi di loro mentre cammini curvo. Deciso e curvo.

C’è una gran carenza di comicità in Italia. Tutti coloro che hanno puntato il dito su Mario mentre percorreva la sua strada verso il volo non hanno capito niente. Non hanno capito che per essere vivi bisogna essere liberi, che non ha più senso la vita quando si perde la libertà di scegliere la propria strada. Non è una storia di eutanasia, è la storia di una decisione. La storia di una decisione sincera e serena, senza la quale tutta una vita a far ridere, e riflettere, non avrebbe avuto senso. Non è stato un atto di eroismo, e non voleva esserlo, non è stata nemmeno vigliaccheria, è stato quello che è stato. Una risata. L’ultima.

Mi piace immaginare che Mario, una volta arrivato alla finestra, dopo infiniti minuti, abbia guardato quei sette metri e mezzo di vuoto, poi tutto il pieno della sua vita. Abbia considerato che il vuoto non è poi tanto, e che ne valeva la pena, per imparare a volare.



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