Pubblico anche qui una mia intervista a Mina Welby, in vista del convegno "Eutanasia, una scelta di libertà" organizzato da MicroMega per il prossimo 5 giugno a Firenze.
“Oggi in Italia chi ha i soldi può pagare un medico che gli pratichi
l’eutanasia o può andare in Svizzera. E negli hospice ogni giorno
vengono somministrate ai malati terminali con sofferenze inimmaginabili
dosi di morfina tali da indurre la morte. Noi vogliamo dire basta a
questa ipocrisia!”
Mina Welby, co-Presidente dell’Associazione Coscioni, continua la
lotta che aveva iniziato il marito Piergiorgio: nel 2006 Welby, affetto
da distrofia muscolare, è stato staccato dal respiratore che lo teneva
in vita e contemporaneamente sedato, in attesa che giungesse la morte.
Da allora Mina lotta affinché una morte dignitosa sia garantita a tutti.
Per questo ha depositato alla Camera una proposta di legge di iniziativa popolare per legalizzare l’eutanasia.
La proposta di legge era stata presentata già lo scorso settembre, oggi lanciate una petizione online: perché?
Quando arriveremo a 200mila firme, porteremo la petizione ai
presidenti di Camera e Senato, Boldrini e Grasso, per chiedere di
calendarizzare la discussione sulla proposta di legge e aprire
finalmente un dibattito pubblico ampio e sereno sul tema.
Pensa che oggi ci siano le condizioni?
Lo spero. Di parlamentari attenti a questi temi ce ne sono diversi, in tutti gli schieramenti politici. E poi c’è anche la recente presa di posizione del presidente della Repubblica che
lo scorso marzo ha risposto a una lettera che Carlo Troilo gli aveva
inviato in occasione dell’anniversario della morte di suo fratello
Michele: una morte violenta, perché Michele – malato terminale – non
aveva altra scelta che gettarsi dal terrazzo. Napolitano ha usato con
Troilo più o meno le stesse parole che aveva usato con Piergiorgio, chiedendo al parlamento di occuparsi della questione.
La vostra proposta di legge che cosa prevede esattamente?
La proposta si articola in 3 punti: possibilità di rifiuto dei
trattamenti sanitari, testamento biologico ed eutanasia per malati
gravissimi, affetti da malattie incurabili e con una aspettativa di vita
molto limitata.
Ma la possibilità di interrompere l’accanimento terapeutico c’è già oggi.
Il rifiuto delle terapie non deve essere legato necessariamente a
quello che è definito “accanimento” terapeutico, ossia l’uso di terapie
ormai inutili. Un malato deve poter rifiutare qualsiasi terapia, che sia
accanimento o no. Ognuno di noi può rifiutarsi di prendere delle
medicine o di sottoporsi a un intervento, anche se si tratta di terapie
“utili”. Non si capisce perché a un malato terminale questo diritto
debba essere negato. E ovviamente, così come si ha il diritto di
rifiutare le terapie, si deve anche avere il diritto di interromperle.
Ma c’è un nesso tra il rifiuto delle terapie e l’eutanasia?
Certo che c’è, ed è la libertà di scelta. Ogni persona deve aver la
possibilità di decidere come uscire da questo mondo. Abbiamo deciso di
mettere espressamente l’eutanasia dentro la nostra proposta di legge
proprio per evitare l’accusa secondo la quale il testamento biologico
sarebbe un cavallo di Troia per l’eutanasia. Ecco, non c’è nessun
cavallo di troia: il diritto all’eutanasia è strettamente legato al
principio di autodeterminazione che sta alla base di questa proposta di
legge e dunque l’abbiamo voluta mettere nero su bianco.
Difficile che questo parlamento approvi l’eutanasia…
Sarebbe già un bel passo in avanti se approvasse una buona legge
che consenta il rifiuto delle terapie, sia quando il paziente è in grado
di intendere e di volere – come nel caso di Piergiorgio Welby – sia per
mezzo di un testamento biologico. Ma un testamento biologico vero e
vincolante: se il medico non rispetta le volontà espresse, deve
rispondere delle sue scelte. Se poi si giungesse persino a legalizzare
l’eutanasia potremmo finalmente dire di avere anche in Italia una legge
umana sul fine vita. Anche perché l’eutanasia c’è già di fatto, solo che
è un privilegio di classe: chi ha i soldi il medico se lo trova oppure
va in Svizzera. E sa cosa succede oggi negli hospice? Di fronte a un
malato terminale con dolori insopportabili si somministrano grandi dosi
di morfina e il malato in poco tempo muore.
Ma in questo caso – direbbero i detrattori dell’eutanasia –
l’intenzione non è quella di far morire, ma di alleviare le sofferenze.
Ma basta con questa ipocrisia! In questo caso alleviare le
sofferenze coincide con la morte. Bisogna smetterla di avere paura della
morte: una morte che riempie gli schermi televisivi e le pagine dei
giornali ma che è lontana dalle nostre vite quotidiane. Non dobbiamo
aver paura del morire, ma dobbiamo lottare perché sia garantita a tutti
una morte dignitosa.
