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Mobbing familiare, triangolazioni e sindrome di alienazione genitoriale

Da Psychomer
by Cristina Rizzi on maggio 11, 2012

La forma più elevata di violenza etica, agita ai danni dei figli minori, consiste nel coinvolgerli in dinamiche familiari “triangolari”, ponendoli, in qualità di oggetto di contesa, in una posizione dove la coalizione e lo schieramento divengono un obbligo.

Il minore coinvolto nelle scelte di campo, il più delle volte, non le comprende nei loro veri significati e il tutto finisce per avere costi molto elevati: la triangolazione ha implicazioni negative per l’adattamento, influenza negativamente l’autostima, crea problemi di comportamento, di depressione e ansia, alimenta “conflitti di lealtà”; inoltre, coloro i quali sentono di dover intervenire, ma di fatto non riescono, sperimentano sensi di colpa per non aver protetto i genitori.

Il termine mobbing, introdotto dallo psicologo Leymann nel 1972 per indicare “la forma di comunicazione ostile ed immorale diretta in maniera sistematica verso un individuo in posizione di mancata difesa“, può essere applicato anche alla conflittualità genitoriale per tre aspetti: l’organizzatività delle condotte vessatorie dei genitori in conflitto, la differente e complementare percezione che i partner sembrano avere di loro stessi e dei propri comportamenti, la collusione con un sistema socio-giudiziario, che dovrebbe operare per riportare un equilibrio nella coppia, ma che spesso opera tutelando i diritti individuali attraverso vittorie giudiziarie.

Il mobbing verso un genitore può indurre una sindrome gravissima e cronica, la “sindrome da alienazione genitoriale”, un disturbo psicopatologico dei soggetti in età evolutiva, con più frequenza tra i 7 e i 15 anni, dovuta a due fattori concomitanti: il primo è la capacità di un genitore alienante (afflitto da odio patologico) di indottrinare il figlio a danno dell’altro con forte biasimo morale per preservarsi una “propria sfera di potere” , il secondo è l’allineamento con un genitore da parte del figlio, personalmente coinvolto in una campagna di denigrazione nei confronti del genitore alienato.

Le tecniche di programmazione dirette a demolire il genitore bersaglio causano l’insorgere del complesso di lealtà: il minore assorbe idee ed orientamenti del genitore alienante per compiacerlo e rivolge al genitore alienato accuse infondate di comportamenti gravi con ostinazione e animosità; in certi casi il rancore covato ed un atteggiamento ossessivo possono portare a piani di vendetta fortemente patologici, che si concretizzano in false denunce di abuso, di violenza e di inidoneità genitoriale, affinché vengano utilizzati strumenti giuridici per rendere legale l’esclusione dell’ex-coniuge.

La stessa relazione con il genitore alienante è disfunzionale, in quanto caratterizzata da aspetti possessivi e controllanti che possono determinare nel figlio angosce e gravi distorsioni nei processi di sviluppo.

Si arrecano danni enormi al bambino, causando un senso di perdita e di abbandono, potenziato dal fatto che il distacco non si origina da eventi esterni ed indipendenti dalla propria volontà, ma è voluto dal figlio stesso, attore e protagonista delle proprie scelte.

Bibliografia essenziale

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