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Nozze gay: risposta a Bernard-Henri Lévy

Creato il 12 gennaio 2013 da Uccronline

Bernard-Henri LevySull’onda del “matrimonio per tutti”, voluto dal governo francese per legalizzare le nozze e l’adozione per persone dello stesso sesso, anche in Italia diversi media lasciano spazio alle riflessioni di noti intellettuali.

Mentre i “contrari” a questo snaturamento antropologico del matrimonio hanno numerosi argomenti (qui un piccolo dossier in continuo aggiornamento), chi è a “favore” non è ancora riuscito ad argomentare in modo serio la sua posizione, aldilà di concetti sul piano sentimentale. Si sentono ripetere infatti motivazioni banali, come ad esempio che “l’amore” dev’essere uguale per tutti, che tale legge non limita la libertà degli eterosessuali di sposarsi tra loro, che è meglio far adottare ad una coppia omosessuale piuttosto che lasciare i bambini a marcire in un orfanotrofio, e altre cose del genere a cui abbiamo risposto diverse volte.  Sorprende fortemente, dunque, che un intellettuale di prestigio, come il filosofo Bernard-Henri Lévy, abbia utilizzato lo stesso repertorio nel suo recente articolo pubblicato da Il Corriere della Sera. Lévy non è certo uno sprovveduto e ha mostrato più volte di saper andare contro corrente, ad esempio denunciando da agnostico il feroce anticattolicesimo presente in Europa, difendendo a spada tratta il pensiero di Benedetto XVI.

Il suo testo scritto sul matrimonio gay, diviso in tre punti, sembra realizzato da un altro da quanto è banale.
1) Primo punto: in merito al noto documento realizzato dal Gran Rabbino di Francia, Gilles Bernheim con il quale sono stati confutati ad uno ad uno gli argomenti “a sostegno”, Bernard-Henri Lévy ha affermato: «Che le religioni debbano dire il loro parere su una vicenda che è sempre stata, e lo è ancora, al centro della loro dottrina, è normale. Ma che questo parere si faccia legge, che la voce del gran rabbino di Francia o quella dell’arcivescovo di Parigi sia più di una voce fra tante altre, che ci si nasconda dietro alla loro grande ed eminente autorità per chiudere la discussione e mettere a tacere una legittima domanda di diritti, non è compatibile con i principi di neutralità sui quali, da almeno un secolo, si suppone sia edificata la nostra società».

Davvero Bernard-Henri Lévy pensa che il rabbino Bernheim o l’arcivescovo di Parigi abbiano voluto “chiudere la discussione e mettere a tacere una legittima domanda di diritti” con la loro presa di posizione? Hanno per caso intimato che il loro punto di vista debba diventare immediatamente legge? Oppure hanno semplicemente voluto esplicitare pubblicamente e dettagliatamente e legittimamente la loro posizione per quanti ne siano interessati? La risposta è abbastanza scontata, passiamo dunque oltre.

2) Secondo punto: il filosofo si è scagliato contro gli psicoanalisti che parlano del complesso di Edipo, per spiegare l’inadeguatezza delle coppie gay alla crescita di un bambino. A suo sostegno ha invitato: «leggete la letteratura sull’argomento. Non ci sono indicazioni, per esempio, che suggeriscano una predisposizione all’omosessualità in caso di adozione da parte di una coppia gay».

Nessuna indicazione? Davvero? Peccato che nel 2011 uno studio pubblicato su Archives of Sexual Behavior ha mostrato che le figlie di madri lesbiche hanno più probabilità di impegnarsi in un comportamento dello stesso sesso e di definirsi bisessuali. Nel 2010 i risultati di uno studio pubblicato sul Journal of Biosocial Science hanno evidenziato che «l’ipotesi che i genitori gay e lesbiche abbiano più probabilità di avere figli e figlie gay, lesbiche, bisessuali o di incerto orientamento sessuale è stata confermata». Nel 2009 un altro studio in peer-review pubblicato su Psychological Reports ha concluso che «una revisione di 9 studi ha dimostrato che i bambini cresciuti con genitori omosessuali sono più predisposti ad adottare interessi ed attività omosessuali e segnalare confusione sessuale» (oltre a una serie di problematiche come l’essere socialmente disturbati, abusare di sostanze, meno inclini al matrimonio, difficoltà nelle relazioni d’amore ecc.). Nel 2007 sul Journal of Biosocial Science è stato dimostrato che l’orientamento omosessuale dei genitori influenza significativamente quello dei figli. Già nel 1995 si era a conoscenza di tale fenomeno, quando su Developmental Psychology è stato fatto notare che il 9,3% di un gruppo di 75 figli di 55 padri gay o bisessuali sono omosessuali a loro volta, dato che è notevolmente superiore alla prevalenza di maschi omosessuali nella popolazione generale.

Evidentemente il filosofo francese non è preparato su quello di cui vuol parlare. Come se non fosse abbastanza, anche Lévy ha riciclato il noto “argomento orfanotrofio”, dicendo: «Non ci sono effetti perversi particolari quando si strappa un bambino da un sordido orfanotrofio e lo si trasferisce in una famiglia con un solo genitore o con genitori omosessuali amorevoli». Non si capisce davvero questo accanimento dei difensori dell’adozione gay contro gli orfanotrofi, descritti per l’occasione con gli aggettivi più squallidi: “sordidi”, “violenti”, “squallidi”, “sporchi”, “anaffettivi” ecc. Sottolineiamo comunque la fallacia di questo argomento facendo notare che il numero di richieste di adozioni da parte di coppie eterosessuale (il luogo senza dubbio ideale per la crescita di un bambino, come mostra tutta la letteratura medico-scientifica) è fortunatamente elevato: in Italia, nel 2010, la crescita delle adozioni è stata del +7,9% rispetto all’anno precedente, lo si è visto anche nel recente caso del neonato abbandonato al McDonald’s di Roma o nell’ultimo caso di bimbo lasciato alla “Culla della vita” a Milano. Anzi, il vero problema è il numero esiguo di minori adottabili rispetto alle domande di adozione. In Francia la situazione è simile: -sempre nel 2010 il numero di adozioni è aumentato del 14%. Insomma, non si sente davvero il bisogno di coppie omosessuali ad ingolfare ulteriormente la lunga, e purtroppo, lentissima, coda di richieste di adozione.

3) Terzo punto: il filosofo ha fatto notare l’esistenza di «molti modelli di famiglia, quasi omonimi, che si succedono dall’antichità ai nostri giorni, dai secoli classici ai secoli borghesi, dall’età delle grandi discipline», come le “unioni interrazziali”. Non si capisce lo scopo di questa sottolineatura: le caratteristiche della famiglia sono certamente mutate nella storia (prima, ad esempio, era vietato sposarsi con altre razze e oggi è permesso), un altro paio di maniche è invece voler cambiare l’identità strutturale e naturale (della natura) dei soggetti che formano e hanno formato -non “un” modello familiare, ma -”il” modello familiare: ovvero padre e madre. La famiglia elementare (o nucleare, o coniugale o biologica) è da sempre costituita «dall’unione duratura e socialmente riconosciuta di un uomo con una donna e dalla loro prole – che pure rappresenta il gruppo sociale più universalmente diffuso – l’unità veramente irriducibile che costituisce la cellula, il nucleo su cui le diverse società si fondano».

L’argomento finale di Bernard-Henri Lévy fa cadere letteralmente le braccia: «come se la banalizzazione del divorzio, la generalizzazione della contraccezione o dell’interruzione volontaria di gravidanza, la moltiplicazione delle adozioni e delle famiglie single, il fatto che oggi siano più numerosi i bambini nati fuori dal matrimonio che da coppie sposate, come se la disgiunzione, infine, del sessuale dal coniugale, non avessero fatto vacillare il modello tradizionale ben al di là di quello che mai farà una legge sul matrimonio gay che, per definizione, riguarderà solo una minoranza della società!». Piuttosto che dire: il modello tradizionale di famiglia, cioè il nucleo centrare della società, è sotto attacco e occorre difenderlo tramite politiche adeguate, il filosofo francese sostiene che una ulteriore spintarella ce la possiamo ancora permettere.

La chicca finale appare scontata per ogni sostenitore del matrimonio gay: «La verità è che gli avversari della legge sempre più difficilmente riescono a dissimulare il fondo di omofobia che governa i loro discorsi». Ecco dunque la denigrazione diretta a chi osa esprimere un parere contrario al mainstream omosessualista, accusato di soffrire di una patologia medica (“omo-fobia”) per essere messo immediatamente a tacere. Un’accusa ridicola, come ha recentemente spiegato il matematico Giorgio Israel.

Cosa è successo al prestigio filosofico di Bernard-Henri Lévy? Tutto quello che sa fare è pescare anche lui nel banale prontuario del militante pink? Oppure è davvero questo tutto quello che si può dire a sostengo del matrimonio e adozione per le coppie omosessuali?


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