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Ora Monti deve uscire allo scoperto

Creato il 08 dicembre 2012 da David Incamicia @FuoriOndaBlog
Ora Monti deve uscire allo scoperto L'arroccamento della sinistra a difesa del vecchio schema bipolare ha spianato la strada all'eterno ritorno sulla scena di Silvio Berlusconi, ma anche le titubanze di Mario Monti a risolvere l'ambiguità di un impegno personale sempre a metà strada fra la parentesi tecnica e una più ampia prospettiva politica hanno fortemente contribuito allo sbocco critico degli ultimi giorni. Tuttavia, vi sono non pochi osservatori, fra i quali l'economista Enrico Cisnetto, che ritengono che non tutto sia perduto. E che esistano ancora delle concrete possibilità di non disperdere la necessaria azione riformatrice avviatasi un anno fa, preservando i progressi ottenuti sul piano del risanamento dei conti pubblici e su quello della normalizzazione della vita civile dai nuovi sussulti populisti che attraversano il panorama politico italiano alla vigilia di elezioni decisive per l'avvenire nazionale.
Ecco, di seguito, l'analisi puntuale e condivisibile (soprattutto da parte di un "montiano" della prima ora come me) del presidente dell'associazione politico-culturale Società Aperta e storico animatore della kermesse Cortina InConTra, pubblicata sul quotidiano online "Liberal" diretto da Ferdinando Adornato.
ORA MONTI DEVE USCIRE ALLO SCOPERTO
Come volevasi dimostrare. Sono stato uno dei pochissimi a non credere al ritiro, anche parziale, di Silvio Berlusconi e i lettori di liberal sanno che l'ho scritto in tempi non sospetti, fin dal momento in cui, poco più di un anno fa, il Cavaliere è stato costretto a lasciare palazzo Chigi sotto l'urto della speculazione sui mercati contro i titoli del nostro debito e per il pollice verso dei partner dell'eurogruppo e degli Stati Uniti. Ed ecco che puntualmente Berlusconi rispunta fuori dal guscio dove si era riparato e spiazza tutti coloro - dai sodali di partito che lo avevano abbandonato agli avversari che lo avevano sottovalutato - che troppo presto lo avevano dato per morto (politicamente). Verrebbe da dire peggio per loro, se non fosse che la sortita - purtroppo - è peggio per noi.
Già, perché il ritorno di Silvio - o meglio, la conferma che non se n'era mai andato - fa ripiombare la politica italiana nel pieno della Seconda Repubblica, cioè di quel sistema politico basato sul bipolarismo armato che è l'esatto contrario della governabilità. Non che la Terza fosse ancora all'orizzonte, nonostante che il valore principale del governo Monti risiedesse proprio nel rappresentare la discontinuità rispetto al governo Berlusconi e più in generale al vecchio bipolarismo. Ma, certo, il ritorno allo schema "berlusconismo-antiberlusconismo" - tanto più dirompente in quanto (colpevolmente) non previsto - è fattore drammaticamente destabilizzante. E non tanto per i tempi eventualmente accorciati con cui si andrà al voto - anche qui, mettere in conto il ritorno di Berlusconi avrebbe potuto indurre ad una tattica diversa sul quando mettere fine alla legislatura... - e nemmeno per le conseguenze immediate che il "colpo di scena" può provocare (spread, agitazione delle cancellerie europee e di Washington), quanto per la netta inversione di tendenza che rischia di innescarsi nella politica italiana.
Ed essendo, questo, un dramma annunciato, la responsabilità per le disastrose conseguenze che genererà - sia chiaro questo, perché il tribunale della storia ne chiederà presto conto - non risiede solo nell'egoismo senile di un quasi ottuagenario che tenta disperatamente di tenersi vivo e di difendere i suoi interessi privati, ma è cosa condivisa con molti altri. In primis, naturalmente, i pidiellini incapaci di sottrarsi alla presa del "padrone". E sono tanti, a quanto sembra di vedere sulle prime, a cominciare da quelli che, prima in privato e poi sempre di più anche in pubblico, avevano manifestato il loro gradimento alla "fine di Berlusconi". Con qualche buona eccezione, cui al momento manca però un leader capace di portare fino alle estreme conseguenze il dissenso e dare ad esso uno sbocco politico concreto. Ma sarebbe troppo facile prendersela solo con Alfano e gli altri pavidi reggicoda, specie se, come nel mio caso, su costoro non si è mai fatto, neanche nel passato, il benché minimo affidamento.
No, i responsabili stanno anche e soprattutto a sinistra, al centro e nel governo "tecnico", cioè in tutti coloro che avevano buone ragioni, anche egoistiche, per creare le condizioni politiche che rendessero non dico impossibile, ma certamente meno probabile e comunque molto meno significativo, il ritorno del Cavaliere.
Partiamo dal Pd. Caro Bersani, ma come hai fatto a non capire che il percorso di progressivo distacco del tuo partito, e tuo in particolare, dallo schema della "grande coalizione" a quello della contrapposizione bipolare, avrebbe spalancato le porte al ritorno del "grande nemico"? E come non intuire che quel tambureggiare, complici le inutili primarie, sulla sinistra che ha già vinto e già si sente al governo gli avrebbe consentito di rispolverare lo slogan «uniti per evitare che i comunisti prendano il potere», che sarà pure vecchio ma in Italia paga sempre? E, ancora, come non ragionare sul fatto che al di là del risultato - è ovvio che Berlusconi non potrà sovvertire i pronostici - il vero problema risiede proprio nel riproporre al Paese una contrapposizione che può solo fare danno così come lo ha fatto per vent'anni? No, Bersani, quel tuo «Torna lui? Bene, non vedo l'ora di combattere» è proprio una bestialità, che sottende una visione distorta (paradossalmente, berlusconiana) della dinamica politica. E tu, caro Renzi, che invece di approfittare della straordinaria popolarità che ti è capitato di avere per uscire dal Pd e metterti al centro del ring proprio per evitare il ritorno del vecchio bipolarismo ti sei illuso che fossero davvero le primarie il passaggio decisivo della politica italiana, non credere di avere meno responsabilità del tuo avversario di partito. Hai preferito capitalizzare il consenso pensando - egoisticamente - che la tua giovane età ti avrebbe consentito di giocarti una partita successiva, ma ora il ritorno alla Seconda Repubblica e il disastro che ciò procurerà rischia di scompaginare le carte.
Responsabile è anche il centro, questo esistente e quello potenziale, che ha aspettato troppo a organizzarsi per il deplorevole motivo che ha prevalso il tatticismo tipico delle situazioni con troppi galli (o presunti tali) nel pollaio. E in questo centro - inteso come antidoto al bipolarismo - c'è anche Monti e quei ministri del suo governo che ambiscono al "dopo", che hanno commesso l'errore di temporeggiare perché vittime del ricatto che loro stessi hanno contribuito a creare, quello del «finché siamo al governo, essendo tecnici, non possiamo fare politica». Errore madornale, e doppio: perché era loro interesse togliersi di dosso la marchiatura di "tecnici", e perché era nell'interesse del Paese, proprio per scongiurare salti all'indietro, fissare l'impegno anche per la prossima legislatura (scendendo in campo, non aspettando che gli altri perdessero per fare il Monti-bis).
Ed è proprio questa l'unica chance che ci rimane per tentare di bloccare questo maledetto salto della quaglia che la politica sta per fare: che Monti si candidi apertamente. Gli ho scritto una lettera aperta in questo senso un paio di settimane fa, torno a pregarlo: metta da parte prudenze e riserve, e si metta al servizio del Paese per evitare che le prossime elezioni anziché essere, come speravamo, l'inizio della Terza Repubblica, siano l'inizio della fine.
di Enrico Cisnetto (twitter @ecisnetto)

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