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Perché Vito Mancuso si inventa un Gesù relativista?

Creato il 22 agosto 2013 da Uccronline

Vito MancusoIl teologo sedicente cattolico Vito Mancuso, rifiutato come collega dai principali teologi italiani (tra cui suoi maestri), ha necessariamente bisogno di sostenere il relativismo per promuovere il dubbio nei credenti -suo sport preferito- e una chiesa-fai-da-te.

Non c’è nulla di giusto e sbagliato, non c’è nessun peccato da commettere o da cui essere assolti e la Chiesa non deve più indicare quali comportamenti sono contrari all’etica cristiana e al diritto naturale. Questa è in sintesi la banale filosofia di Mancuso e del suo compare Hans Küng. Come spiegavamo, è un atteggiamento nato in alcuni teologi poco convinti come conseguenza della paura verso la modernità: si scende a compromessi con la società secolarizzata per non apparire “indietro” agli occhi dell’uomo moderno. Poco importa degli occhi di Dio.

Mancuso ha approfittato della nota frase di Papa Francesco, “chi sono io per giudicare?” -pronunciata nell’incontro con i giornalisti sull’aereo che lo riportava in Vaticano dopo la GMG 2013-, per spiegare che la Chiesa, se vuole tornare vicina a Gesù, non deve «né giudicare e né condannare». Privata del giudizio su ciò che è bene e ciò che è male, la Chiesa -sostiene ancora Mancuso- dovrebbe ignorare il peccato e  accogliere l’approvazione per l’omosessualità, la comunione ai divorziati e ordinare le donne come sacerdoti. Ogni occasione è buona, insomma, per ribadire le sue piccole ossessioni clericali!

Il teologo dissidente giudica e condanna la Chiesa invitandola a non giudicare e non condannare. Nel fare ciò non si fa scrupolo di descrivere Gesù come un relativista, strumentalizzando questa sua frase: “Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati, perdonate e sarete perdonati” (Luca 6,37). La Chiesa dovrebbe essere relativista come Gesù, sembra dirci Mancuso, cancellare i 10 comandamenti e tutti i suoi insegnamenti lasciando il cristiano in balia della sua interpretazione del Vangelo. E’ una posizione da teologo protestante o gnostico, totalmente coerente con quello che è e viene considerato nei fatti Mancuso.

Peccato che Gesù abbia semplicemente invitato l’uomo a non essere ipocrita, cioè a non giudicare il peccato senza prima aver tolto la trave dal suo occhio. «Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutt’e due in una buca?» (Luca 6,39). Gesù desidera che i ciechi siano aiutati a trovare la strada e denuncia le guide incapaci. Lui stesso, invece, venuto non a «chiamare i giusti, ma i peccatori» (Mt 19:12-13), ha giudicato e condannato il peccato (un esempio il lungo brano di condanna degli scribi e dei farisei in Mt 23), offrendo se stesso come via per riemergere da esso. Lo stesso è il compito del successore di Pietro, non rinunciare al giudizio portando l’uomo all’indifferenza e alla passività ma indicare la strada giusta e quella sbagliata, per il bene dell’uomo.

Papa Francesco nel suo messaggio del 6 agosto per la Giornata Missionaria Mondiale, è stato chiaro: «si pensa [...] che portare la verità del Vangelo sia fare violenza alla libertà». Ed invece, «dobbiamo avere sempre il coraggio e la gioia di proporre, con rispetto, l’incontro con Cristo, di farci portatori del suo Vangelo. Gesù è venuto in mezzo a noi per indicare la via della salvezza, ed ha affidato anche a noi la missione di farla conoscere a tutti, fino ai confini della terra. Spesso vediamo che sono la violenza, la menzogna, l’errore ad essere messi in risalto e proposti. E’ urgente far risplendere nel nostro tempo la vita buona del Vangelo con l’annuncio e la testimonianza, e questo dall’interno stesso della Chiesa. Perché, in questa prospettiva, è importante non dimenticare mai un principio fondamentale per ogni evangelizzatore: non si può annunciare Cristo senza la Chiesa. Evangelizzare non è mai un atto isolato, individuale, privato, ma sempre ecclesiale».

Per “indicare la via della salvezza” occorre escludere altre vie che alla salvezza non portano, dunque bisogna giudicare e discernere, cioè distinguere tra il vero e il falso, tra il bene e il male. Mancuso la smetta di giudicare e condannare la Chiesa dall’alto della “sua” via, il Pontefice non ha certo bisogno dei suoi anatemi.

La redazione


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