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Più Libri Più Liberi. La crisi imprenditoriale e di valori della Piccola e Media Editoria.

Creato il 06 dicembre 2014 da Retrò Online Magazine @retr_online

Più Libri Più Liberi si svolge a Roma, fra le mura del Palazzo dei Congressi dell’EUR e giunge quest’anno alla sua tredicesima edizione. La “Fiera Nazionale della piccola e media editoria”, in auge dal 4 dicembre fino a lunedì 8 dicembre, è stata inaugurata dai discorsi buon augurio di Enrico Iacometti (Presidente del Comitato promotore di Più libri più liberi), seguito poi da Giovanna Marinelli (Assessore alla Cultura, Creatività e Promozione Artistica di Roma Capitale), Lidia Ravera (Assessore alla Cultura e Politiche giovanili della Regione Lazio), Romano Montroni (Presidente del Centro per il libro e la lettura) e Marco Polillo (Presidente dell’AIE).

Più Libri ospita al suo interno gli stand di 400 editori e all’interno della sua programmazione propone 300 eventi fra cui presentazioni, interviste, conferenze e dibattiti di (quasi) ogni genere. Molto dell’assetto della Fiera Più Libri è modellato a immagine e somiglianza del Salone del Libro di Torino senza però riuscire ad eguagliarne l’affluenza, che nei giorni infrasettimanali è stata minima e alquanto deludente. Gli organizzatori contano di rifarsi nel weekend e nel lunedì festivo ma per quella che si dovrebbe presumere essere la portata dell’evento e, soprattutto, dati i grandi nomi fra sponsor e partner ci si aspettava certamente un evento che serbasse un altro tipo di impatto mediatico sulla capitale. Così per ora non è stato: di Più Libri si parola poco, i corridoi sono semivuoti e i libri degli stand vengono sfogliati quasi esclusivamente dagli stessi espositori.

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La Fiera Più Libri Più Liberi però offre alcuni spunti di riflessione molto interessanti, alcuni in maniera conscia altri tra le righe, circa il mondo del marketing e dell’imprenditoria editoriale. Si parla di internet, di web e di digitalizzazione, quindi di e-book e  della penuria di vendite nell’ambito dell’editoria digitale. Il cliché dell’Italia ritardataria rispetto al futurismo dell’occidente industrializzato – che è ben diverso, e dunque più onesto, del paragone con il “mondo” – fa capolino anche nel mondo dell’editoria.

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Se nell’editoria musicale la parte web (quindi ITunes, Spotify, SoundCloud, lo stesso YouTube, Socials etc.) ha un peso preponderante nei meccanismi sia di lancio sia di vendita del prodotto, nell’ambito dell’editoria “letteraria” il cambio generazionale è molto più lento. Nonostante il mercato editoriale italiano, palesemente in crisi, abbia bisogno di un tempestivo rinnovamento, i nuovi mezzi di comunicazione e i nuovi media tardano a essere digeriti e assimilati dalla generazione dei padri, che vuole a tutti i costi continuare ad appigliarsi alle abitudini che hanno reso il ventesimo secolo il responsabile, mandante e causa della crisi che attanaglia il secolo dei figli. Non è difficile evincere quanto i costi fissi riguardanti la produzione e la distribuzione vengano abbattuti lungo il processo di digitalizzazione del libro e, dunque, capire quanto a un’azienda editoriale convenga produrre un e-book piuttosto che un volume con copertina rigida, postulando un mercato già completamente digitalizzato.

Tuttavia, sussiste un problema culturale che risiede nelle menti di alcuni lettori che proprio non possono rinunciare alla consistenza della carta stampata e al suo odore caratteristico e che vedono l’ e-book con conservatrice diffidenza. L’Italia, infatti, è uno dei paesi in Europa, assieme alla Spagna, in cui il rapporto cartaceo/e-book propende verso il cartaceo. A fronte del calo generale dei lettori italiani ( -8% rispetto al 2012), prendendo in esame la popolazione con età maggiore dei 14 anni, i lettori “cartacei” risultano essere 21,9 milioni (circa il 42%), mentre i lettori “digitali”, benché ci sia stato un incremento del 17% rispetto al 2012, a malapena raggiungono i 2 milioni. Il 3,6% di utenza è un dato troppo esiguo per poter costruire una valida alternativa a livello macroeconomico (sempre per quanto concerne l’Italia. In Inghilterra nell’ultimo anno sono stati pubblicati 60 mila E-book su 180 mila titoli acquisiti) e quindi sono gli stessi editori (non tutti, ma la maggior parte) che non riescono a prendere coraggio per absolvere il prodotto digitale dal suo alter ego cartaceo, continuando a riconoscere nel primo un semplice supplemento del secondo.

Il mercato degli e-book però è in crescita  e le nuove generazioni rappresentano la certezza di un processo innovativo necessario e inevitabile che già sta riassettando un mercato quasi stagno. Abbiamo intervistato Paolo Baron di 80144 edizioni, editore della collana di racconti brevi Toilette, che da dieci anni propone dei brevi momenti letterari da spendere mentre si soddisfano certe esigenze fisiologiche, annoverando fra le sue penne anche un Premio Strega.

“Il mercato degli E-book è un mercato controverso e soprattutto troppo nuovo per noi italiani. Se dal punto di vista culturale, i giovani sono sicuramente più facilitati a trovare nell’e-book la stessa dignità del libro di carta, i non giovani sono affezionati ad un certo modo di vedere il mondo. Noi con il nostro lavoro abbiamo però imparato che spesso invece la discriminazione sussiste per solo un certo tipo di target. E’ uscito una recensione di Italian Zombie su Rolling Stones e dopo poche settimane il numero di vendite riguardanti gli e-book aveva parificato quello del cartaceo. Ci sono quarantenni, cinquantenni che non hanno problemi a leggere su dispositivo, questo anche per merito del deprezzamento dei device di lettura digitale. Tutto insomma dipende dal target a cui ci si rivolge”. 

Paolo Baron si riferisce forse a quella fascia esterofila di italiani medio-colti che generalmente viaggia molto e necessita di un device che contenga una moltitudine di testi: professori, professionisti, dirigenti che passano la loro vita da pendolari a stringere con le dita la loro libreria digitale. Tutti loro sanno quanto l’e-book sia una realtà inevitabile, pochissimi però lo preferiscono al cartaceo, ritenendo anch’essi che la dignità vera di un libro sia di carta stampata, e relegando l’e-book ad una soluzione da viaggio piuttosto che un vero e proprio formato alternativo. Tuttavia, la piattaforma digitale potrebbe (e dovrebbe) essere utilizzata come tester per l’impresa nel breve periodo, affinché si possa ottenere un primo riscontro all’interno un mercato ampio ed eterogeneo, senza patire gli alti costi fissi che si presentano nella situazione “cartacea” del prodotto editoriale. L’e-book andrebbe dunque visto come una start-up editoriale, mentre il libro come la riconferma solida (e costosa) di un prodotto già venduto, rimodellando così il mercato editoriale su due piani di incidenza differenti e assicurando una credibilità letteraria ad un formato visto ancora come di serie B.

Il secondo e ultimo spunto che approfondiamo è la credibilità dell’editore. Negli ultimi anni se ne parla sovente: termini come EAP

(editore a pagamento) e Self Publishing sono rientrati nel gergo comune del mondo editoriale, creando una confusione generale sì per gli editori, ma soprattutto per i lettori che vedono con diffidenza ogni nuova uscita a meno che non sia promossa dalle canoniche Feltrinelli, Mondadori, Sellerio. Passeggiando per gli stand di Più Libri, ciò che più colpisce è la moltitudine di riferimenti, messaggi, consigli, slogan rivolti ad aspiranti autori, romanzieri, scrittori.

Negli ultimi 30 anni, se il numero di autori è cresciuto in maniera esponenziale, quello dei lettori è calato drasticamente, causando così quell'”eccesso di offerta” che tanto fa tremare le gambe alle imprese produttrici. La soluzione a questa “democratizzazione” dell’arte poteva sicuramente ricondursi a una gerarchizzazione dei generi letterari, tutelando così sia il mercato, aperto, perché no, anche a chi non sa leggere, ma anche perseguendo la qualità a cui era abituata la letteratura fino ai primi anni ’60, e quindi tutelando i costumers, che nel nostro caso specifico sono i lettori. In un mercato quasi oligopolistico le piccole e medie imprese editoriali hanno dovuto inventarsi un meccanismo che concedesse loro sia visibilità sia un abbattimento dei costi fissi o, in alcuni casi, un guadagno sicuro.

Nasce quindi così la piaga dell’editoria a pagamento, che non solo “democratizza” la letteratura e la professione dello scrittore, ma la svuota della sua dignità, apponendole un dazio che bonariamente viene definito autofinanziamento. Non che si debba essere contrari a un autore che decide di autofinanziarsi: spesso l’autofinanziamento coincide con margini di guadagno molto maggiori rispetto al ridotto 10% che spesso compare nei contratti offerti agli autori (più e meno famosi). Il tutto però, divento truffa se l’impresa che propone l’autofinanziamento non assicura una struttura aziendale (quindi editing, distribuzione, lancio, pubblicità) che sia in grado di pareggiare i costi di investimento, e quindi mira a identificare il contributo dello sventurato autore come l’unico utile fatturato. Viene dunque meno quella “scommessa” dell’imprenditore, che è ciò che rende l’editoria tale. Sarebbero da definire speculatori piuttosto che editori. Se a questo poi si aggiunge la vanità imperante (non a caso editoria a pagamento in inglese si traduce vanity press) che ha svuotato l’identità (e la dignità) culturale di ogni suo significato e la tragica speculazione che viene ogni giorno operata da parte dei mass media sulle professioni creative, il gioco è fatto.

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Ed ecco servito un nuovo micro-mercato in cui ogni piccolo o medio editore può allegramente speculare come meglio crede: o vendendo libri che insegnano come si diventa scrittore, o vendendo contratti per diventare scrittori.

Quello che sicuramente fa molto riflettere è il numero spropositato di testi pubblicati e poi mandati al macero perché invenduti. Per citare i numeri di quello che pare essere un problema non solo italiano, chiamiamo in causa uno studio dell’International Publishers Association di Londra, che ha decretato il Regno Unito come paese in cui è presente il maggior rapporto pubblicazioni/popolazione. Tre titoli per ogni migliaio di persone, venti testi pubblicati ogni ora, per un totale di 184 mila pubblicazioni tra nuove edizioni e nuovi titoli. Che in tantissimi si sentano scrittori e scrivano libri che nessuno leggerà, oltre che dimostrazione di vanità, è anche un sentore di una cultura decadente che non ci basta più fruire ma alla quale si vuole assolutamente contribuire. Andrebbe spiegato, comunicato che il modo migliore per contribuire a una ricostruzione culturale, cosa che tanto sta a cuore agli “intellettuali” di Twitter, sia leggere piuttosto che scrivere. Non si leggono più libri e questo è sicuramente uno delle principali matrici del nostro impoverimento culturale. Impossibile dunque imputare la colpa agli editori che hanno speculato su un sentimento collettivo in nome di un procace guadagno, vendendo in cambio la propria credibilità professionale.

Certo è che ogni scrittore, editore, distributore è bello a mamma sua. Ma se oggi a Più Libri Più Liberi, erano più gli espositori che i visitatori e lettori, forse qualche domanda bisognerebbe farsela.

Qui potete visitare il sito ufficiale di Più Libri.

Tags:e-book,editore,EUR,Fiera Nazionale della piccola e media editoria,Palazzo dei congressi,Più liberi,Più Libri,Più Libri Più Liberi,roma Next post

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