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Prima del dialogo

Da Marcofre

Non basta scrivere un dialogo; occorre che capiti al momento giusto.
Lo so, è una grande ovvietà: perché allora spesso siamo alle prese con dialoghi che non servono a nulla? Per quale ragione si riempiono pagine e pagine di lui disse e lei disse?

La risposta l’ho trovata grazie alla lettura del paragrafo “Il dialogo” contenuto nel capitolo “Questioni di stile”. È tutto racchiuso nel libricino “Elementi di stile nella scrittura”, che sto leggendo senza particolare ordine, ma (spero) con profitto.

Ricapitolo un paio di concetti che credo di avere già illustrato in passato.

  • Il dialogo non serve ad allungare il brodo (cioè a rendere più corposo un manoscritto). È inutile che qualcuno si agiti sulla sedia ricordandomi che Dumas ricorreva al dialogo per estendere il romanzo (era pagato a riga, beato lui).
    Se leggi questo post tu non sei Dumas, rassegnati.
  • Il dialogo non serve per illustrare elementi biografici dei protagonisti. Che resti tra di noi: degli elementi biografici di qualunque protagonista (occhi, età, lavoro, nome!), posso fare a meno. Non compro dei libri di racconti o romanzi per andare in brodo di giuggiole leggendo un dialogo dove Ray ribadisce il proprio titolo di studio. O Flannery che parlando ricorda al lettore il nome del suo interlocutore.
    No.

All’inizio del post ho scritto che un dialogo deve arrivare al momento giusto.

Ti è mai capitato di aprire bocca quando dovevi tenerla chiusa? Di parlare quando non avevi nulla da dire? Un dialogo sbagliato fa lo stesso effetto di una persona che parla a sproposito.
È impossibile evitare gli errori, questo è vero; e anche scrittori celebri sbagliano dialoghi, persino storie.

Quello che è impegnativo, e proprio per questa ragione occorre fare, è curare la fase propedeutica. Vale a dire: si deve creare una situazione, una tensione tale da rendere il dialogo un elemento necessario; non accessorio. Ma non perché i protagonisti devono parlarsi.

Il silenzio, il non detto, è un ottimo mezzo per raccontare.
Secondo me, si deve mettere in moto qualcosa che induca il personaggio ad aprire bocca, e parlare. Perché mentre nella vita di tutti i giorni puoi dire delle sciocchezze, e tutto sommato questo ti viene perdonato. Nella narrativa le sciocchezze si pagano, a caro prezzo.


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