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Quale flessibilità nei contratti?

Creato il 16 luglio 2013 da Leone_antonino @AntoniLeone
Quale flessibilità nei contratti? Articolo di Maurizio Ferrera pubblicato sul Corriere della Sera il 15 luglio 2013 Sappiamo che l’Italia dà il meglio di sé in prossimità di importanti scadenze. Expo 2015 è senz’altro una di queste. Si tratta di un evento che ci esporrà alla ribalta internazionale e che può diventare un vero e proprio volano di crescita. E’ dunque urgente creare le condizioni per sfruttare questa opportunità, soprattutto sul fronte dell’occupazione. Con il cosiddetto «decreto del fare», ora all’esame del Parlamento, il governo Letta ha introdotto maggiore flessibilità per le assunzioni a termine, quelle a cui le imprese impegnate per Expo (direttamente o indirettamente) faranno maggior ricorso nel prossimo triennio. Confindustria vorrebbe di più: la possibilità di stipulare contratti a termine senza causale specifica, rinnovabili fino a 36 mesi con brevissime interruzioni. I sindacati si oppongono e vorrebbero che fosse la contrattazione (anche aziendale) a definire le regole, per non intensificare il precariato. La maggioranza è a sua volta divisa. Il Pdl è a favore di una liberalizzazione generalizzata, il Pd sta con i sindacati. Scelta Civica ha formulato invece una sua originale proposta: sperimentare per l’Expo un nuovo tipo di contratto a tempo indeterminato, ma rescindibile dietro il pagamento di una contenuta indennità. A fronte di queste marcate divisioni dovrà essere il governo a svolgere il ruolo decisivo. Per portare a casa dei risultati non basta però mediare fra le parti, ma occorre uscire dalla logica binaria «precarietà-rigidità» del rapporto di lavoro e spostare l’attenzione su altri aspetti: adeguatezza della retribuzione, continuità del reddito, formazione.
Le statistiche europee (si visiti soprattutto il sito di Eurofound) ci dicono che prima della riforma Fornero in Italia la quota di lavoratori atipici era in linea con la media Ue, più o meno come in Francia e in Germania. Abbiamo anzi finora evitato la proliferazione di contratti ultra-flessibili (come quelli «a zero ore», in cui il lavoratore offre piena disponibilità ma l’impresa non garantisce neppure un’ora di retribuzione) pure molto diffusi in altri Paesi. Di per sé, la flessibilità in entrata non è dunque il problema.
Il precariato all’italiana si contraddistingue tuttavia per tre elementi negativi. Basse retribuzioni, innanzitutto: non abbiamo un salario minimo né sussidi pubblici integrativi per chi riceve retribuzioni inadeguate. In secondo luogo, i contratti atipici danno accesso a un welfare anch’esso «atipico»: meno generoso e più limitato nel tempo rispetto a quello previsto in altri Paesi, Inghilterra compresa.
La cosiddetta «mini-Aspi» introdotta dalla riforma Fornero (un’indennità di disoccupazione per chi svolge lavori saltuari) ha mosso un passo nella giusta direzione, ma è ancora insufficiente. Infine c’è il problema della formazione. Se il dipendente è a tempo determinato, le imprese non investono per migliorare le sue competenze: un problema diffuso in tutta Europa, ma da noi particolarmente marcato.
La scadenza di Expo 2015 può essere utilizzata per affrontare congiuntamente tutte queste sfide. La richiesta di flessibilità da parte delle imprese è comprensibile, ma non può tradursi in assunzioni del tipo «usa e getta». Anche i timori sindacali sono legittimi, ma l’attenzione va spostata dalla forma dei contratti alla loro sostanza ed estendersi a welfare e formazione.
Il governo deve infine mettere sul piatto qualcosa di suo, magari collegando a Expo la prima attuazione della garanzia-giovani o all’uso dei fondi di coesione Ue da riprogrammare. Parafrasando il titolo di un celebre film americano degli anni Novanta, in certe occasioni «It takes three to tango», per ballare il tango si deve essere in tre. In settimana il ministro Giovannini incontrerà le parti sociali. Dovrà esser lui a guidare le danze, difendendo in primo luogo gli interessi di tutti i giovani disoccupati.

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