Lettera aperta ai ministri delle Pari Opportunità e del Lavoro
Gentile
ministra delle Pari Opportunità, Josefa Idem
Egregio
ministro del Lavoro, Enrico Giovannini
In
quanto mamma lavoratrice, attualmente in astensione obbligatoria per
la nascita della mia seconda figlia, mi chiedo spesso per quale
motivo quando si parla di conciliazione famiglia-lavoro nel nostro paese ci
si riferisca quasi esclusivamente alle madri, come se i figli fossero
solo cosa loro.
C'è
un solo aspetto della cura di un bambino piccolo, di pochi mesi, nel
quale le madri sono davvero insostituibili: l'allattamento al seno.
Per il resto, qualunque bisogno di cura del neonato - i cambi, le
ninne, le coccole, i primi giochi, le veglie notturne, le snervanti e
infinite passeggiate, la estenuante ricerca di strategie anticoliche
ecc ecc - può tranquillamente essere soddisfatto da entrambi i
genitori. Non c'è dunque nessun motivo "naturale" per cui
la cura dei neonati venga affidata sostanzialmente in via esclusiva e
"per legge" alle madri. Solo a loro, infatti, è
attualmente riservato il diritto (al
quale per fortuna, essendo anche un obbligo, non si può rinunciare)
all'astensione
dal lavoro per i primi mesi di vita del figlio. Con l'ovvia
conseguenza - che ne è appunto però una conseguenza
- che sono le madri a prendersi cura in maniera quasi esclusiva dei
figli piccoli.
Questo
approccio va radicalmente cambiato: se è certamente vero che il
legame madre-figlio nei primi mesi è centrale e va tutelato con
particolare attenzione, è anche vero che i figli non appartengono
solo alle madri e molti aspetti della loro cura possono essere
felicemente condivisi con l'altro genitore. Ne sanno qualcosa i
giovani padri ai quali la legge non riconosce nessun congedo
integralmente retribuito, né tantomeno obbligatorio (la recente
modifica che ha introdotto un giorno, uno,
di astensione obbligatoria per i neopapà ha il sapore della beffa).
Giovani padri che all'interno della famiglia hanno spesso già oggi
un ruolo nettamente diverso da quello dei loro padri, e che si
prendono cura dei figli in maniera sempre più completa. Padri che
spesso condividono con le loro compagne le notti insonni, salvo poi
dover tornare al lavoro come se nulla nella loro vita fosse cambiato.
Una
questione che ha delle gravose conseguenze sul piano occupazionale.
Se una donna per ogni figlio si astiene dal lavoro per non meno di 5
mesi, è comprensibile che si crei nei datori di lavoro, specie nelle
piccole aziende, una preventiva preferenza per gli uomini, che questo
"problema" non lo creano. E non è neanche necessario
citare i casi (molti più di quelli che si pensa) di fogli di
dimissioni fatti firmare in bianco, mobbing post-parto ecc, per
dimostrarlo. Sono sempre più numerose le donne che dopo una
gravidanza fanno fatica a rientrare al lavoro, finendo spesso con il
desistere. Oppure prevengono il problema rinunciando a fare figli:
specialmente se lavorano in un ambiente molto maschile, il timore
della concorrenza "sleale" dei colleghi maschi può indurre
molte donne a ritardare o evitare del tutto le gravidanze. Fenomeni
che, in tempi di crisi, non fanno che aggravarsi. Se si vuole
disinnescarli, è indispensabile che i soggetti delle politiche per
la tanto spesso invocata conciliazione famiglia-lavoro siano sempre
entrambi i genitori. Per esempio, oltre a una estensione
significativa del congedo obbligatorio per i padri, forti incentivi
al part-time o al telelavoro - per entrambi
i neogenitori - possono costituire un concreto strumento a sostegno
delle famiglie.
Dalle
crisi si può uscire in due modi: tornando indietro sul terreno dei
diritti faticosamente conquistati oppure compiendo un salto di
qualità in avanti, con uno slancio che, insieme con l'economia,
faccia avanzare la società anche sul terreno dei diritti. E mai come
in questo caso un avanzamento sul piano dei diritti andrebbe di pari
passo con le necessità di crescita del paese.
