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Quando lo sport diventa un ricatto.

Da Acomealice @Acomealice

Quando lo sport diventa un ricatto.

 

Di Chiara Bertinetti. 

 

” Hai preso 4 in matematica? Benissimo! Domani non andrai a cavallo! ” ( vale anche per tutti gli altri sport : basket, pallavolo, pattinaggio e via dicendo… )
Ma come? Quella stessa mamma, che fino alla lezione precedente la sentivo predicare che per lei mantenere un corso di equitazione ( basket, pallavolo e come sopra )  era un sacrificio, e che quindi pretendeva impegno, applicazione e costanza, ora minaccia il figlio?
Certo, saltando la lezione di equitazione il ragazzo guadagnerà due ore in più di studio al pomeriggio, che dopo sei ore di ascolto passivo in classe, si traducono, con alte probabilità, in due ore di furtiva frequentazione di facebook sul cellulare, sotto la scrivania su cui sta platealmente aperto il libro di matematica. 
Va bene che le cose bisogna meritarsele, e questo è un principio inviolabile e intoccabile. Ma il sacrificio della disciplina sportiva ( e ci tengo a sottolineare la parola  disciplina che sta a indicare tutte le pratiche sportive ) è forse un metodo educativo che, con tutte le dovute eccezioni, può essere rivisto . Cosa viene sacrificato, in fin dei conti?
Facciamo una breve analisi : la realizzazione, che spesso nello sport, si associa al divertimento. Dunque il messaggio finale risulta essere:  il divertimento rende i ragazzi poco propensi all’impegno. La frustrazione invece sì.

Senza considerare che, volendo vedere l’altra faccia della medaglia,  l’allenatore, che ha studiato  e si è applicato per anni per trasmettere le proprie conoscenze  all’allievo, riveste nella sua disciplina lo stesso ruolo che ha il professore a scuola. Ma non un professore qualunque. Perché se è vero che per sentirsi dire che il proprio figlio ha preso un quattro in matematica, una mamma è disposta ad affrontare anche due ore di coda ai colloqui individuali, è altrettanto vero che la fila dal professore di religione è deserta, come una strada la mattina di capodanno, quando solo qualche sprovveduto si avventura ( e quasi certamente per sbaglio ) sulle statali. ” Lei è il professore di biologia? ” “ No, religione.” “ Ah, mi scusi, ho sbagliato fila. S’immagini. “Una risposta ormai collaudata.

Così, il giorno della nota dolente in matematica: ” Oggi C. non può venire perchè ha preso un brutto voto. S’immagini.” Ma come fare allora? Davvero non è possibile richiedere e pretendere impegno e applicazione a casa se non a fronte della rinuncia alla lezione di equitazione? Davvero un genitore non ha l’autorità per richiedere al figlio che, terminata l’ora di sport, si concentri nello studio ? Ora, il problema non è concedere tutto. Ma lo sport non deve essere travisato come concessione. Né tantomeno come qualcosa di eccezionale.

Proibire al ragazzo di praticare lo sport come forma di punizione significa attribuire allo sport un valore di eccezionalità.  Eccezionali possono essere il cinema, la pizzeria, le scarpe o la borsetta nuova. Qualsiasi cosa che non preveda in qualche modo costanza.
Lo sport non è necessariamente da meritare, ma da praticare. Da meritare sono i risultati sportivi. Se si arriva a proibire lo sport come forma di punizione forse si è sbagliato a proporlo sin dall’inizio. Resta sempre il cinema, il sabato pomeriggio. E cosat meno.

 


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