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quasi pronto

Creato il 22 marzo 2011 da Gaia

Stamattina ho trovato una copia di Internazionale con un articolo su come l’avere troppe informazioni può portare a decisioni sbagliate (riassumendo e semplificando: l’articolo intero, in inglese, è qui). Questo è molto interessante. E’ anche interessante, e l’avevo già letta, l’idea qui ribadita che un cervello produce alcune delle sue idee migliori quando è apparentemente a riposo, non è concentrato, ‘ozia’ – il tuo inconscio lavora per te, in un certo senso. Mi scuso per la pochezza tecnica della spiegazione. Posso dire, per quanto riguarda la mia esperienza, che non necessariamente impegnare il cervello in mille compiti mi ha fatto partorire le cose migliori, anzi. Alle volte i tempi morti erano più produttivi dei tempi vivi, e non sapevo mai quando mi sarebbe potuta venire una buona idea – spesso all’improvviso, quasi da sola – anche se allo stesso tempo ero io che avevo creato le condizioni perché potesse nascere.

Ho passato gli ultimi dieci mesi a scrivere un romanzo e ho visto (come nel primo, ma forse ancor di più) succedere cose molto interessanti. Alle volte, le scene sono emerse in me in uno stato quasi di trance. Se cerco di ricostruire come mi è venuta un’idea (un titolo, un nome, un’espressione, una trovata), spesso non ci riesco neanche sforzandomi. Non mi ricordo, quel momento è come avvolto nella nebbia. Oppure mi siedo davanti allo schermo e scrivo una scena a cui non avevo mai pensato se non in termini molto vaghi, e all’improvviso le parole quasi mi corrono fuori dalle dita, da sole.

Tutto questo sarebbe piuttosto banale (l’ispirazione, l’artista come tramite di chissà cosa, bla bla bla), se non fosse anche vero che c’è una parte dello stesso lavoro che è estremamente razionale: ho letto molti libri per informarmi nel dettaglio sugli argomenti di cui scrivevo, sono in grado di spiegare ogni mia scelta in termini razionali e precisi, e ho passato gran parte di questi dieci mesi a farmi domande e rispondermi su ogni piccolo particolare. E’ difficile da esprimere a parole, ma è come se io buttassi gli ingredienti (ricerca di informazioni, desiderio di dire qualcosa, ragionamenti su questioni che mi interessano, esperienze mie o altrui) in una macchina, e dall’altra parte uscisse il libro (metafore, episodi, nomi, dialoghi), e io non riuscissi a capire come funziona, eppure quella macchina sono io.

Niente è lasciato al caso, ogni parola è lì per un motivo – ma allo stesso tempo non riesco a ricostruire il mio stesso processo creativo. Mi scuso se sembra che io banalizzi il processo di scrittura. Forse un giorno capirò meglio.

Tornando al processo decisionale, da qualche giorno il libro è completato, finito. Io lo guardo, guardo le parole sullo schermo, e non le vedo. Ho esitato a lungo se mandarlo in stampa o meno, aspettavo che qualcuno mi salvasse, mi dicesse: fallo, è bello, o: non farlo, fa schifo, ma nessuno mi è venuto in aiuto. Sono due giorni, in particolare, che ciondolo in giro e cazzeggio su siti frivoli, il cervello spento, incapace di prendere una decisione. Alla fine ho deciso di mandare il file in stampa, cioè di fidarmi della persona che sono stata per gli ultimi dieci mesi – nonostante quella persona abbia fatto così tanto affidamento su processi che lei stessa non conosce o capisce del tutto-, piuttosto che fare domande a cui la persona che sono adesso non è in grado di rispondere.

Tutto questo non è che c’entri tantissimo con l’articolo di Newsweek, che comunque vi invito a leggere.


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