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Recensione "Future umanità" di Yves Citton

Creato il 19 dicembre 2012 da Alessandraz @RedazioneDiario
Pubblicato da Andrea V. Cari lettori,
dopo molti rinvii e impegni che mi hanno impedito di scrivere questa recensione prima, finalmente posso parlarvi di un libro che, a mio parere, è importante. Si tratta di un libro che fa riflettere, e, in qualche modo, ci porta a reinterrogarci su quale direzione vogliano imprimere al futuro dell'Europa, in un periodo di tagli che colpiscono soprattutto l'istruzione (umanistica). Proprio perché questo saggio mi è piaciuto moltissimo ho voluto dedicargli una lunga recensione. Quando un libro merita, merita!


http://www.duepuntiedizioni.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/05/PO3_cop_citton_bis.jpg Autore: Yves Citton

Traduttore e curatore: Isabella Mattazzi
Titolo: Future Umanità
Editore: duepunti
data di pubblicazione: maggio 2012
Collana: Posizioni
Pagine: 224
Prezzo: 20 euro
Trama: 
Quando parliamo di “comunicazione”, di “società dell’informazione” o di “economia della conoscenza” siamo spesso portati a credere che il sapere si riduca a un insieme di dati circoscritti, brevettabili, immediatamente spendibili nel mercato della nostra quotidianità. Di fronte a questa visione estremamente riduttiva della conoscenza, Yves Citton propone invece una radicale revisione del concetto di sapere e delle sue diverse articolazioni. Le discipline umanistiche, spesso considerate “inutili” – fanalino di coda del sistema politico-educativo contemporaneo – sono l’unico luogo in cui sembra possibile sviluppare e mettere in gioco una competenza del tutto essenziale per la nostra società contemporanea: l’interpretazione. Radicalmente differente dalla semplice attività di “lettura”, il gesto interpretativo offre infatti una condizione privilegiata di incontro e sintesi tra intuizione (estetica) e sistematicità (scientifica), tra immediata evidenza del dato testuale e autonomia critica del soggetto. Ma soprattutto, il gesto interpretativo sembra essere l’unica attività capace oggi di promuovere l’emergere di nuove credenze emancipatrici, miti utili, nuove narrazioni condivise. Di fronte all’esasperazione della disuguaglianza sociale e al baratro ecologico che ossessionano la nostra società contemporanea, future umanità non è infatti, semplicemente un brillante saggio di teoria letteraria, ma il provocatorio appello a una riconsiderazione della Cultura umanistica come il più potente strumento di salvezza per l’avvenire stesso dell’umanità.
  RECENSIONE  La Comunità Europea, nel 2000 a Lisbona, ha stabilito le proprie linee di sviluppo, ponendosi l’obiettivo di diventare la più importante “società della conoscenza” – basata sulle tecnologie dell’informazione – a livello globale entro il 2020; le istituzioni italiane giudicano con approvazione la diminuzione degli iscritti ai licei e alle facoltà umanistiche a favore dell’istruzione tecnica e scientifica, così come auspicato e richiesto dal mercato. Questa sembra una tendenza ormai consolidata e irreversibile: relegare gli studi umanistici (se si riesce a definire in modo chiaro che cosa sia il sapere “umanistico” contrapposto a una serie di discipline paraumanistiche applicate al marketing) ad un desueto e autoreferenziale relitto del passato. A un’attenta analisi, infatti, si può evidenziare che, soprattutto nell’ambito della didattica a tutti i livelli, spesso la parola “conoscenza” è sinonimo di “nozione”: l’apprendimento si dimostra acritico, senza discutere su quali presupposti concettuali si fanno le proprie affermazioni. Si pone però la necessità di una riflessione sul concetto stesso di conoscenza: se il dibattito epistemologico è stato al centro di una millenaria riflessione filosofica – che cosa e come si conosce ciò che si conosce –, oggi esso sembra essere stato spazzato via (o, almeno, messo ai margini) da una mentalità informatico-tecnocratica dominante sia a livello politico, sia a livello accademico.

Quando si traccia una direttrice programmatica di lungo periodo (e soprattutto quando si decide la destinazione dei finanziamenti) si sottintende sempre che a “conoscenza” (e a “ricerca”) vada sempre affiancato l’aggettivo “scientifica”. Non viene neppure vagliata la possibilità di “filosofica”, “estetica” o “letteraria”. Da una parte, vi è il luogo comune che le materie scientifiche garantiscano oggettività, coerenza, trasmettibilità informatica, ma, soprattutto, immediata spendibilità sul mercato, in vista di un veloce rientro del capitale investito e guadagno derivante dai brevetti; dall’altra, il “sapere umanistico” sta cercando di trovare nuovi motivi per continuare a esistere, o a sopravvivere in un mondo che le è avverso, a fronte dei continui attacchi e tagli alla ricerca, e a causa dei suoi stessi fondamenti teorici, sempre più labili data l’incidenza sempre maggiore di un esasperato iperspecialismo. Testimoni di questa ricerca di nuova identità sono i saggi – spesso pamphlet polemici o invettive – a difesa dell’umanesimo: basterà ricordare il noto saggio della filosofa americana Martha Nussbaum, Not For Profit. Why Democracy Needs the Humanities del 2010 (tr. it., il Mulino, Bologna 2011).

Temi comuni vengono affrontati da Yves Citton, critico ginevrino poco conosciuto in Italia: ad eccezione di due brevi interventi in rivista, i suoi lavori non sono disponibili in traduzione. La casa editrice palermitana :duepunti colma una lacuna, pubblicando, con traduzione e postfazione di Isabella Mattazzi, L’avenir des humanités. Économie de la conaissance ou cultures de l’interprétation? (Éditions La Découvérte, 2010). La postfazione di Mattazzi aiuta a leggere questo saggio anche alla luce della produzione precedente di Citton, soprattutto Lire, interpréter, actualiser (Éditions Amsterdam, 2007), saggio che mi sento di invitare :duepunti a proporre in traduzione. Vengono così evidenziati leggeri cambi di rotta nella riflessione critica dell’autore, seppur in un contesto di generale coerenza. Il cambiamento più significativo riguarda il rapporto tra lettura e interpretazione: se nel 2007 Citton identificava i due momenti, nel 2010 torna a separarli, per concentrarsi sulla valenza creativa dell’interpretare propria degli studi umanistici. Letti in sequenza, i due saggi testimoniano, dunque, il percorso di un teorico che si contraddistingue per una dimensione fortemente politico-filosofica che restituisce allo studio letterario una funzione d’impegno etico.

La traduzione italiana – Future umanità. Quale avvenire per gli studi umanistici? – cerca di restituire il gioco di parole, intraducibile nella nostra lingua, contenuto in humanités, parola che indica contemporaneamente “(le) umanità” e “materie umanistiche”. Se il sottotitolo francese valorizza la polemica di natura ideologico-politica verso le nozioni di “economia della conoscenza e dell’informazione” e di “capitalismo cognitivo”, quello italiano accentua di più il suo carattere di “trattato in difesa degli studi letterari”. Certamente, come si accennava sopra, il saggio di Citton prospetta entrambe le direzioni, ma smorzare il suo carattere etico-politico (caratterizzato a volte da un tono da invettiva) pare riduttivo, anche perché l’uso (minore e maggiore) della “interpretazione creativa”, in conclusione del saggio, è utile a ridiscutere i concetti politici di destra e sinistra. Citton, legato alla rivista Moltitudes, invoca una presa di posizione da parte delle sinistre europee a diventare realmente culture che accettino «[…] il rischio delle incognite e delle incertezze, facendo scommesse su ipotesi visionarie senza limitarsi al solo orizzonte (castrante) dei saperi consolidati (sperimentali, scientifici, tecnologici)» (p. 169). In breve: le forze progressiste devono tornare ad avere uno slancio utopico, devono tornare ad immaginare un futuro possibile. Citton si pone programmaticamente sulla scia della critica alla società contemporanea di Carlo Vercellone e di Maurizio Lazzarato, e, per le sue analisi del capitalismo cognitivo, sul recupero della filosofia di Spinoza, attraverso l’interpretazione di Toni Negri, e della lezione di Bergson, riletto da Deleuze, nonché sugli studi di Bruno Latour e di André Gorz.

La domanda posta nel titolo francese – economia della conoscenza o culture dell’interpretazione? – trova immediata risposta con la disamina della questione dell’oggettività della conoscenza scientifica. Citton definisce l’atto del conoscere «il cortocircuito dell’interpretazione», intendendo con questo che «parlando di conoscenza e di informazione, noi facciamo come se il mondo parlasse da sé» (p. 39) con una pretesa di verità incontrovertibile. L’interpretazione, al contrario, mostra la propria natura di discorso sociale, mette in mostra la propria debolezza: il significato viene costituito da una certa comunità in un certo spazio politico – in questo il debito verso la reader-response theory e la teoria della ricezione è più evidente (anche se, come sottolinea Isabella Mattazzi, Citton non ne sposa mai le punte più radicali). Le culture della conoscenza vogliono invece cancellare questo incontro-scontro di forze, nascondendo che «ogni conoscenza deriva in realtà da un atto interpretativo», siano questi saperi scientifici o umanistici. Dalla necessità di un atto di negoziazione sociale viene chiarito il perché “umanità” nel titolo sia plurale: non una sola interpretazione vera, ma molte interpretazioni più o meno possibili per discorsi sociali più che mai differenziati. È l’interpretazione il centro della riflessione di Citton, intesa come “atto creativo”. Mantenendo in considerazione le teorie della conoscenza di Spinoza e di Bergson (riletto da Deleuze), Citton sottolinea il valore fondamentale dello spazio vuoto situato tra il riconoscimento motorio di un dato, la sua scomposizione e la sua interpretazione. Il vuoto e il silenzio costituiscono lo spazio in cui le associazioni tra elementi possono procedere per salti e tentativi, sfociando anche in errori, ma arrivando a soluzioni nuove ed inattese. Risulta poi necessario ricordare come Citton, in Lire, actualiser, interpréter avesse teorizzato la pratica delle “letture attualizzanti”, in cui un testo non viene affrontato dalla prospettiva storica dell’autore, ma da quella (anacronistica) del lettore. Emergono così relazioni testuali inedite che possono illuminare elementi utili al presente e al futuro dei moderni. Citton, riferendosi sempre all’interpretazione letteraria, si pone in polemica con una ricerca scientifica che mira solamente a risultati sicuri, brevettabili e trasmissibili grazie a dispositivi elettronici, e pone in primo piano la valenza dell’errore: per ogni ricerca che porta risultati, ne esistono centinaia di fallite, che hanno messo in moto relazioni possibili ma con esiti negativi, senza le quali, tuttavia, il risultato non sarebbe mai stato raggiunto. Dunque, in modo certamente utopico (ma quale progetto politico-culturale serio non nasce in fondo da una veduta di ampio respiro?), Citton invoca un cambiamento di rotta: non più solamente una corsa al risultato, ma un rallentamento che porti alla creazione di un ambiente, anche e soprattutto accademico, in cui si realizzino le condizioni favorevoli per tentare strade nuove (inedite, forse anche apparentemente irrealistiche), al riparo da un’esposizione continua al flusso mondiale di informazioni. In tutto questo, va contemplato come fondativo il ruolo dell’errore, in quanto la dicotomia tra vero e falso non è più inattaccabile: ogni verità si pone come più o meno accettabile all’interno della comunità di riferimento.

Terreno privilegiato per la pratica dell’interpretazione sono, come già evidenziato, gli studi umanistici: in questo campo, i dati testuali vengono riconfigurati di volta in volta, di epoca in epoca, in un rapporto tra competenze del singolo critico e alle sue conoscenze di ciò che su un determinato testo è già stato detto e scritto. Non si costituisce mai qualcosa di radicalmente nuovo, ma rispondente alle necessità del presente: «sono proprio le interpretazioni comuni a costituire infatti l’infrastruttura simbolica su cui si forma ogni comunità» (p. 65). Le culture dell’interpretazione, basandosi sull’intuizione (anche se il ricorso a questo termine può apparire a volte troppo ambiguo e generico nel contrapporre “materie umanistiche” a “materie scientifiche”), possono aiutare a riconfigurare e a immaginare la strada verso il futuro dell’umanità stessa, in una prospettiva di consapevolezza critica. Come? Grazie alla funzione che l’umanesimo si è sempre posto: decostruire le ideologie, i cliché, il «brusio della lingua», in un continuo interscambio tra individuo e comunità interpretativa. Ne consegue che «la “creazione artistica” rappresenta, nella sua forma più pura, quella situazione in cui si cerca senza sapere che cosa si sta cercando, e in cui si tenta di interpretare in modo inventivo una realtà già data […] rispetto alla quale i significati proposti dalla cultura che abbiamo ereditato sono avvertiti come insoddisfacenti» (p. 140). D’altra parte, già Aristotele sosteneva che la conoscenza è attivata dalla meraviglia, e che la meraviglia non è altro che insoddisfazione per il già noto e spinta verso nuovi orizzonti.

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Proprio la riflessione sulla necessità di confronto tra il singolo e il collettivo permette a Citton, sulla scia degli studi di Carlo Vercellone, una critica al concetto di “capitalismo cognitivo”, visto come un ossimoro concettuale. La conoscenza, infatti, richiede un contesto sociale in cui le idee circolino con la più ampia libertà, in una dimensione di emancipazione intellettuale. Il capitalismo, invece, mira al monopolio (e dunque al controllo e all’appropriazione) delle idee migliori in vista di un profitto, caratteristiche queste che pongono un freno a ogni aspirazione alla libertà del sapere. È così l’interpretazione a permettere alla ricchezza di idee critiche, fondate sul valore sociale della conoscenza, di perpetuarsi nel tempo, mutare e migliorare. Attraverso lo scambio di opinioni, tramite un necessario e produttivo confronto tra persone, e la creazione di uno spazio vuoto deputato al silenzio e alla riflessione, gli studi umanistici possono continuare a offrire una chiave per comprendere e porre le basi per il futuro dell’umanità.
Note tecniche: 
"se" quando seguito da stesso non porta l'accento: "se stesso".
un sinonimo di scopo è "obiettivo" e non "obbiettivo".
Ancora più strano è la caduta di attenzione nella parte centrale del volume, in cui sono concentrati tutti i refusi del saggio.
So che sono osservazioni pedanti, ma sono convinto che le idee vadano accompagnate da un'attenzione ai dettagli della lingua.

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