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Renzi, Hollande e la crisi

Creato il 26 febbraio 2014 da Giuseppe Lombardo @giuslom
Renzi, Hollande e la crisiSu la Repubblica di lunedì è apparso un interessante editoriale firmato da Marc Lazar, un raffronto comparato fra due figure della sinistra europea apparentemente distanti sotto il profilo culturale, ma vicine nelle crisi e nelle difficoltà: Matteo Renzi e Francois Hollande. La tesi dell’analista francese è di una semplicità cristallina: la caratura personale dei due esponenti politici è diversissima, sebbene le sfide di fondo siano le medesime; analizzando come Italia e Francia affronteranno la crisi sarà allora possibile intuire quale approccio identitario si adegua maggiormente allo spirito dei tempi, quale proposta convince di più la platea europea.Il richiamo introduttivo agli “undici capi di Stato o di governo progressisti” va in questa direzione, e rivela un vizio diffuso fra gli intellettuali d’oltralpe, successivamente esportato anche in casa nostra: l’idea del “ciclo dai tratti tipici”, se possiamo ricorrere a questa bizzarra espressione, del minimo comune denominatore come chiave di volta di un’interpretazione storica. Non occorre volgere lo sguardo al passato remoto o all’anteguerra per avere contezza di questo riflesso pavloviano: basta rammentare lo stato politico del Vecchio Continente alla vigilia del conflitto jugoslavo. A lungo si discusse sull’Europa progressista che intercettava il vento clintoniano di discontinuità, a lungo si rifletté collettivamente su una realtà politica finalmente matura in grado di rispondere – prima con Blair, poi con D’Alema e Schroeder – agli input e alle istanze liberal della cittadinanza.
Mai affermazione fu più parziale: se è vero, infatti, che in un determinato frangente la percezione comune di alcuni interessi condivisi può albergare nella società europea, è altresì innegabile che una semplice lettura delle diverse esperienze di governo ha portato gli osservatori seri ad individuare le infinite discrasie intercorse fra le forze a trazione socialista. Ciò che era apparso prioritario in Germania sembrò folle nel Regno Unito, ciò che sembrò scontato a Parigi apparve un successo a Roma. Com’era ovvio che fosse, posto il background storico di ciascun paese. Non a caso Matteo Renzi, prima di essere presentato come l’ultimo tentativo di blanda emulazione del laburismo blairiano, è stato accusato da più parti, in seno al suo stesso partito, di essere un eretico di “destra”, ove non apertamente liberista.Lazar scrive che la palestra politica di Hollande nel partito che fu di Mitterrand lo convinse per tempo ad essere uomo di cuciture e non di strappi, a prediligere la via del dialogo anziché quella dello scontro. Un programma diametralmente opposto rispetto alla rottamazione di renziana memoria. Analogamente, mentre l’ex sindaco di Firenze è figlio di una generazione nuova pronta a reclamare spazio, una generazione che si affaccia con interesse alla responsabilità nazionale e così “appare a suo agio sia in tv che sui social network o nei suoi show all’americana”, Hollande – viceversa – sembra imbolsito in un modo di fare politica che spesso e volentieri legge come il trionfo della forma sulla sostanza, e non concepisce il nuovo idioma della condivisione. E qui, a mio avviso, Lazar compie un errore prospettico: si limita a proiettare sul piano politico le differenze umane fra i due, roba buona per i sociologi, senza leggere la comunanza di vedute in relazione alle problematiche della società globale.La svolta con cui Hollande ha annunciato l’inizio di una riflessione critica in seno al governo, soprattutto in merito agli indirizzi economici, rende evidente come i processi di natura finanziaria condizionino le scelte di qualunque esecutivo, chiamato a reagire in modo sostanzialmente uniforme alla fine della fiera. Si può contenere o meno la spesa pubblica, possono essere individuate talune priorità rispetto ad altre, è possibile stabilire delle linee d’indirizzo: ma non si può agire con gli strumenti del tardo Novecento, non essendoci più l’autonomia monetaria. La via della responsabilità ha finito col prevalere, il partito del vincolo di bilancio ha strategicamente mosso le pedine e fatto scacco matto. Bisogna prenderne atto e non cercare ad ogni costo delle difformità nella sinistra europea, raccogliendo semmai gli elementi di congiunzione nel tentativo di formulare una proposta autonoma e convincente sul panorama mondiale.

Renzi, Hollande e la crisi

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