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Ricordiamo anche i preti uccisi nelle foibe

Creato il 10 febbraio 2014 da Uccronline

FoibeLe foibe sono state uno degli avvenimenti più drammatici avvenuti nel secondo dopoguerra, non solo per le atrocità accadute in quel periodo, ma anche per il clima di silenzio con cui per decenni è stato fatto passare questo evento. In questa tragedia fu parzialmente colpita anche la Chiesa perché gli autori dei massacri vedevano spesso nei preti dei pericoli avversari da eliminare.

La pulizia etnica degli italiani abitanti nei confini orientali avvenne principalmente in due fasi: nel 1943 in seguito al caos dovuto al cambiamento di fronte dell’Italia e a partire dal 1945 in seguito alla vittoria delle forze jugoslave. I negazionisti delle foibe attribuiscono la causa di questi massacri alla politica fascista che nel ventennio di dominio aveva fortemente penalizzato gli slavi con la sua politica nazionalista e all’invasione della Jugoslavia da parte dell’esercito italiano che aveva commesso parecchi crimini all’interno del paese. Effettivamente le foibe assunsero in alcuni casi aspetti di una feroce reazione contro la criminale politica di Mussolini, ma ciò non basta a spiegare la tragedia. Le cause sono più profonde e non si può ignorare la volontà espansionista jugoslava: le organizzazioni resistenziali slovene e croate incitavano già nel 1941 ad occupare i territori “sottratti” agli sloveni e croati durante la prima guerra mondiale come Trieste e l’Istria.

Il maresciallo Tito perciò era intenzionato ad eliminare tutti i possibili oppositori contrari all’annessione dei territori italiani alla Jugoslavia comunista e a scacciare gli italiani dalle zone della Venezia Giulia (eccezione fatta per la classe operaia disposta a battersi per l’annessione anche se in seguito finì anch’essa per emigrare in massa). Così molte persone che con il fascismo avevano poco o nulla a che fare (o che erano state persino dei fieri oppositori) vennero imprigionate o uccise. Non si conosce il numero esatto delle vittime di questa strage, ma gli storici concordano generalmente che furono circa duecentocinquantamila le persone costrette a fuggire dalle propria terra e diverse migliaia invece quelle che furono uccise (contrariamente al nome, la maggioranza delle persone non morì nelle foibe ma nelle carceri e nei campi di concentramento jugoslavi).

Per costringere alla fuga gli italiani dalle regioni che si volevano annettere come l’Istria, le autorità comuniste si accanirono contro due categorie considerate un punto di riferimento per la popolazione italiana: gli insegnanti e il clero. L’ostilità verso quest’ultimo era dovuta anche al fatto che costituiva una presenza religiosa intollerabile. Vi erano stati infatti nei primissimi tempi del dopoguerra alcuni sacerdoti croati e sloveni che si erano schierati con le autorità popolari perché, pur disprezzando il comunismo, erano favorevoli all’annessione (“gli italiani non sono capaci di risolvere la questione nazionale con spirito cristiano, perché sono per natura portati ad un’assimilazione violenta o artificiosa. Perciò hanno perso il diritto di amministrare queste terre” recitava una dichiarazione di sacerdoti croati e sloveni inviata alla Commissione alleata il 10 febbraio 1946); tuttavia questi si accorsero ben presto che le benemerenze patriottiche non sarebbero bastate a metterli al riparo dalla persecuzione.

In tutti i territori jugoslavi il dittatore Josip Broz Tito diede difatti origine ad una feroce persecuzione religiosa e questo accadde anche nei territori italiani occupati nel dopoguerra. Si ebbero così distruzioni di chiese, chiusura di scuole e associazioni cattoliche, interruzione delle funzioni religiose da parte dei miliziani popolari e si contarono tra i preti italiani e slavi numerosi martiri: nel settembre 1946 in Istria fu ucciso in circostanze oscure don Francesco Bonifacio, e nello stesso mese nel goriziano veniva assassinato il parroco di Salona d’Isonzo, don Izidor Zavadlav; nell’anno successivo toccherà a don Miroslav Bulešić ucciso durante la celebrazione della cresima e fu invece gravemente ferito monsignor Jacob Ukmar. Nell’agosto del ’47 verranno processati dei monaci benedettini nei pressi di Cittanova d’Istria accusati di una miriade di reati che andavano dal sabotaggio economico all’aver ospitato riunioni illegali dell’Azione Cattolica.

Grande scalpore suscitò all’epoca l’aggressione al vescovo di Trieste, Monsignor Antonio Santin, che era divenuto il principale punto di riferimento per tutte le forze, non solo cattoliche, ostili alla dominazione jugoslava e al comunismo: nel 1947 a Capodistria il vescovo venne assalito da una folla inferocita davanti allo sguardo indifferente delle guardie popolari che intervennero solamente quando fu chiaro che il prelato rischiava la vita (la sua morte avrebbe avuto ricadute internazionali molto sgradevoli per Belgrado). Non meno grave fu quello che accadde all’amministratore apostolico di Gorizia e Parenzo-Pola, Franc Močnik, costretto a suon di percosse a correre sino al confine. A partire dagli anni ’50 inoltre le autorità comuniste cercarono di separare la diocesi di Capodistria da quella di Trieste per attuare il loro disegno di separazione totale fra le due zone obbligando i sacerdoti a scegliere tra rifiutarsi di obbedire al proprio vescovo o emigrare dai territori passati all’amministrazione jugoslava (a tal proposito venne assalito nel ’51 monsignor Giorgio Bruni, parroco di Capodistria, mentre si recava a impartire la cresima nel villaggio di Carcasse) e ciò portò in larga misura all’eliminazione del clero italiano (cfr. R. Pupo, Il lungo esodo, Milano, 2005 pp. 168-171).

Fortunatamente, le autorità italiane hanno cercato di riparare al vergognoso silenzio che è stato a lungo tramandato sulle foibe al punto da indire per il 10 febbraio il “Giorno del Ricordo” in memoria delle vittime di questa strage. Tuttavia, sono ancora oggi frequenti gruppi di estremisti che continuano a negare questa tragedia dipingendo le foibe come “tombe di criminali di guerra” quando in realtà vi furono invece gettati molti innocenti e anche dei martiri.

Mattia Ferrari


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