Un giovane scrittore ha problemi a scrivere e a parlare con le donne. La sua opera prima è considerata un grande romanzo americano contemporaneo ma nonostante le pressioni del suo editore, non riesce a scrivere una parola del suo atteso secondo lavoro. Si affida quindi ai consigli del suo psicanalista, un sempre magnifico Elliott Gould e inizia così a scrivere di una ragazza immaginaria apparsagli in sogno e il personaggio, a cui dà il nome Ruby Sparks, diventa una piccola ossessione. Un mattino, Calvin si sveglia e Ruby lo aspetta in cucina per la colazione. Lui, Calvin, è Paul Dano, bravissimo, nonché futuro padre dei miei figli, lei, Ruby, è Zoe Kazan, la nipote di Elia Kazan. Aggiungeteci che di scrivere è capitato e ancora capita anche a me, e capirete che rispetto a questo film c’è da parte mia un certo coinvolgimento. Del resto i film sugli scrittori mi toccano sempre un poco, in un gradiente che va dall’esaltazione letteraria allo sconforto da confronto. Lo spunto iniziale sembra è vero, l’incontro di risaputi meccanismi narrativi, il blocco dello scrittore, la parola scritta che prende vita, il sogno che si fa realtà. Ma l’onirismo è come un capo Chanel, non passa mai di moda e poi, l’intelligenza e l’originalità di Ruby Sparks vanno ben oltre le sue premesse. Il film si trasforma presto in una bizzarra storia d’amore – sull’impossibilità e in definitiva, sull’inutilità di trovare la metà perfetta della propria mela – stranamente del tutto priva di velleità intellettuali, e con un modo davvero inusuale, ironico e graffiante, di raccontare l’intervento nel mondo di una Magia dotata di tratti quali la normalità e la consuetudine.
E quindi il giochino della finzione-che-diventa-vera, giochino che poi è un topos canonico della letteratura occidentale, da Pigmalione in giù, è declinato nelle forme della commedia sentimentale americana, nella sua variante pseudo-indie targata Sundance. In effetti, la Faris e Dayton sono quelli di Little Miss Sunshine, e quindi – se mi passate la semplificazione storica un po’ brutale – di quella variante si possono ritenere genitori putativi. Ciò che sembra in definitiva importare ai due autori, è il rapporto che lega Calvin alla sua creatura. La ragazza dei suoi sogni ricalca ovviamente tutti gli stereotipi dell’immaginario indie: capelli e collant rossi, vestiti vintage, personalità spigliata ma sensibile, artista. Davvero, mancano solo le polaroid ai concerti. Epperò, come il fratello di Calvin gli fa notare, la Ruby-personaggio è poco più di una fantasticheria, una persona di carta che non ha nulla a che fare con le donne vere. Ed è qui che l’effetto Pigmalione interviene a complicare le carte: Ruby appare per davvero, ignara della sua origine letteraria ma tuttavia ancora soggetta all’arbitrio di Calvin, che può deciderne umore e quant’altro attraverso la propria macchina da scrivere. Vintage. Ça va sans dire.Insomma, esagero se in tutto questo ci vedo una metafora su come un certo immaginario (di per se abbastanza naif) sia diventato "realtà" grazie proprio alla mediazione di quel filone cinematografico inaugurato sei anni fa da Dayton e Faris? De nobis fabula narratur, è proprio il caso di dire. Anche nel tratteggio della relazione amorosa, il film continua a ruotare intorno ai temi della proiezione sull’altro, dell’aspettativa forzosa, insomma della difficile coabitazione tra modelli ideali e persone in carne e ossa. Viene quasi (quasi) in mente Charlie Kaufman, anche se qui abbiamo a che fare con una variante più annacquata di quelle ossessioni.Resta comunque un sorprendente, piccolo film, grazioso e perfettamente impacchettato, con un impianto drammaturgico scritto benissimo (tranne forse la presa di coscienza finale di Calvin, un filo forzata) e una regia misurata ed elegante. E con ciò, chiudo questo round di aggiornamenti, e vado da Paul a chiedergli di sposarmi.
Voto: 8.5
voto redazione----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------Ang: 7.5 | Presidente: 8