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STEVEN SPIELBERG DAY: Il colore viola

Creato il 18 dicembre 2013 da Jeanjacques
STEVEN SPIELBERG DAY: Il colore viola
Il festeggiato del giorno è il golden man di Hollywood, forse uno dei registi più famosi del mondo - se non il più famoso, come dimostra la parodia messicana dei Simpson. E' legato a doppio filo con la mia infanzia perché, quando a sei anni i miei genitori mi regalarono la cassetta di Jurassic Park, si accese la scintilla in grado di appassionarmi alla settima arte. Da lì in poi è seguito un fanatismo verso i suoi confronti a dir poco maniacale, fino a che pure io non dovetti ammettere che si stava sputtanando l'animo a suon di monnezze. Ma nonostante il drastico ridimensionamento, ancor'oggi ammetto che il suo contributo al cinema è stato essenziale, e che rimane ugualmente un grande tecnico capace di fare delle sequenze di pura lezione. Insomma, nonostante alcune scelte infelici e un certo buonismo di base che non lo fa digerire ai più, non si può negare che non abbia lasciato una sua impronta nella Storia. E poco male se c'è gente come DennyB che ama sputtanarlo a priori, ma si sa, quel povero ermafrodito ama leggere i romanzi di Moccia, quindi che si vuole pretendere. Ma bando alle ciance e andiamo ad analizzare il film, uno dei suoi più sconosciuti e bistrattati, ma a mio parere uno di quelli meglio riusciti.
Celie è una ragazza afroamericana del Sud che viene continuamente molestata dal padre, tanto da partorire due bambini che le verranno strappati subito dopo il parto. L'unica spalla su cui piangere è quella della sorella Nettie, ma quando sua padre la affiderà alle manesche e violente cure del signor Johnson sarà costretta a separarsi da lei. La sua vita sembra così costellata di soprusi e ingiustizie, ma incontrerà molte persone disposte ad aiutarla.

Ci sono due fattori molto positivi su questo film che vanno annotati: parla di temi sociali impegnati e molto forti, e non è diretto da Spike Lee. Scusate, ma sentire Spike Lee che parla dei neri mi fa venire un'incredibile voglia di votare Lega, partito dal quale tengo le distanze. Quindi, nonostante le riserve, ero abbastanza tranquillo quando Spilby aveva annunciato il suo rifacimento di Old boy [anche perché lui, intelligentemente, voleva lasciare il film di Wook da parte per concentrarsi su una trasposizione più fedele del manga], tranquillità che si è trasformata in incazzatura bestiale quando Lee ha preso le redini del progetto. Ma lasciando da parte quel maledetto negro di Spike Lee, concentriamoci su questo film. Che è un bel film, anzi, un film bellissimo. Pregno di quel sentimentalismo romantico che è inevitabile in ogni film di Spilberg e dell'inevitabile lezioncina finale, ma che però qui è filtrata con innata grazia e sensibilità. E voi sapete bene quanto odi le lezioncine, così se pure io riesco a farle passare vorrà pur dire qualcosa. Questo film infatti è la summa di quanto di più odioso possa esserci in un film di Spielberg, eppure tutto sembra fatto con una durezza che raramente il suo cinema avrà mai da questo punto in poi. Tutto verte su una protagonista apparentemente fragile e schiacciata dalla vita, schiacciata in una maniera decisamente crudele e che fa davvero sanguinare il cuore. Non è mai esplicitato con scene o situazioni particolarmente crude [anche se tutto inizia col parto incestuoso di Celie, che non sono mica pizza e fichi] eppure quello dell'incesto col padre è un particolare che non lascia decisamente indifferenti, così come non smette di scuotere il passare dalla padella alla brace della nostra eroina. Un particolare che mi è piaciuto molto infatti è stato quello di non vittimizzare i neri in toto, anzi, si dimostra che pure fra loro c'erano gli stronzi, cosa che a mio parere fa apparire tutto il film meno retorico e ipocrita. Però i bianchi sono i veri antagonisti del film [anche se qui è sbagliato parlare di buoni o cattivi], perché è innegabile dire che la storia è andata diversamente. Quello che però colpisce è il dramma interiore sviluppato da Celie, e scalda il cuore l'assistere a come riesce a tirarsi su grazie all'aiuto dei suoi amici, fino a coronare quel sogno finale che aveva atteso così a lungo. Tanti piccoli incontri, tante vere amicizia, ognuna delle quali segnate da una storia personale che alla fine porta a un nuovo stadio di vincenti tutti coloro che prenderanno parte al gioco. Perché noi non siam nessuno senza le persone che incontriamo, e lo stesso vale per loro. Per quanto ci si convinca del contrario, alla fine sono gli incontri che facciamo nella vita a farci diventare il prodotto finale che siamo. Regsono il tutto degli attori straordinari, come una fantastica Whoopi Goldberg [ma che fine ha fatto?] e un Danny Glover cattivo come non mai. Poi mi si dice che ci sia anche Oprah Winfrey, e che è addirittura convincente. Da segnalare inoltre le meravigliose musiche del musicista ed attivista sociale Quincy Jones, che qui sostituisce il sempiterni collega John Williams, senza farne sentire assolutamente la mancanza. E Spielbergo? Accompagna tutto col suo talento registico, senza essere mai didascalico e regalando sequenze di straordinaria bellezza e delicatezza, che surclassano una sceneggiatura che forse in mano d'altri sarebbe risultata davvero troppo zuccherosa.

Non capisco perché questo sia uno dei suoi film meno noti, ma mi sembra uno di quelli da recuperare in tempo per il suo compleanno. Perché, per quanto lo si possa [comprensibilmente] odiare, Spilby ha lasciato il suo segno indelebile nella settima arte.

Voto: 
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