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Susan Dabbous e la misteriosa prigionia dei giornalisti in Siria

Creato il 19 aprile 2013 da Mcc43 @mcc43_

Amedeo Ricucci è laconico “Non ci sono le condizioni di sicurezza per tornare in Siria” , ma ci aveva assicurato di essere stato trattato con i guanti. Non c’era da dubitare che l’incolumità fosse per principio a rischio, poiché, preceduti da euforici annunci via Facebook della missione giornalistica, la loro vita era diventata per le bande criminali infiltratesi nella rivolta siriana un capitale da far fruttare.

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Susan Dabbous, il volto femminile della spedizione giornalistica,  è più espressiva delle emozioni di quei giorni drammatici e più limpida circa le circostanze concrete, ma non nell’immediatezza della sua liberazione.
Nell’intervista video del 14 aprile il suo racconto è disteso, sorridente, ringrazia la Farnesina, ricorda il rapporto complice con una donna degli jihadisti: la preghiera islamica condivisa e  il cucinare insieme, ma l’intervista si conclude con la domanda “Ti senti al sicuro adesso?” “No, non mi sento proprio, è come se stessi ancora in una sorta di astrazione da me”.
Il coraggio con cui si affrontano le situazioni di pericolo ha un prezzo che si paga poi con il lento riaffiorare delle emozioni bloccate e del ricordo dei fatti che assumono la loro autentica carica drammatica, come si comprende dall’intervista rilasciata a quattro giorni di distanza.

(AGENPARL) - Roma, 18 apr – “Temevo saremmo rimasti nelle loroSusan Dabbous mani per mesi, così gli ho chiesto di insegnarmi a pregare. Volevo integrarmi il più possibile. E alla fine mi hanno liberata insieme agli altri”. A raccontarlo al settimanale Il Punto è Susan Dabbous, la giornalista freelance italo-siriana rapita in Siria e liberata, insieme ai colleghi Amedeo Ricucci, Elio Colavolpe e Andrea Vignali, il 13 aprile scorso. “Ci hanno fermato alle 14 e fino alle 19 siamo rimasti nel nostro van, del quale si sono fatti dare le chiavi, guardati a vista”. Racconta Dabbous al settimanale. “Eravamo in un villaggio ormai disabitato a causa dei bombardamenti del regime. Attendevano l’arrivo del loro capo. A sera, lo sheikh è finalmente arrivato e siamo stati portati in quella che sembrava una scuola. Non c’era elettricità, la luce era quella delle candele. Verso mezzanotte il primo spostamento. Ci hanno fatto incappucciare e salire sui veicoli. All’alba siamo finalmente arrivati nel nuovo covo, freddo e già più simile a una prigione. Il clima era brutto, molto pesante, sentivo le urla di altre persone torturate”. La giornalista italo-siriana racconta, poi, di aver ricevuto un trattamento differenziato: “Già durante il trasporto ero in un veicolo diverso. Ma dal quel momento in poi, il mio destino si è completamente diviso da quello dei colleghi e mi hanno tenuto in isolamento. Loro erano tre maschi, italiani. Io una donna, sola e italo-siriana. A causa delle mie origini, della doppia nazionalità e dei tanti timbri libanesi sul mio passaporto mi hanno preso per una spia. La prima domanda del capo è stata: ‘per quale intelligence lavori’?”. “Diverse volte – ha aggiunto Dabbous - ci hanno detto che ci avrebbero liberati. Sembrava dovessero rilasciarci da un momento all’altro. Giusto il tempo di controllare le immagini girate e controllare chi fossimo, e l’equivoco si sarebbe risolto rapidamente. Il controllo, invece, si è trasformato in qualcosa di diverso, piú lungo e angosciante”.

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La conclusione di questa dis-avventura  non è solo personale.

- Riguarda  il ruolo dei media nelle zone di conflitto – un argomento per il quel rimando al post  Una leggenda del giorno d’oggi: l’obiettività dei reporter di guerra, considerando che i nostri reporter erano dichiaratamente attestati dal lato dei ribelli anti-Assad. 

Riguarda le Istituzioni del nostro paese e i segreti di stato, che lasciano intravedere trattative che liberano (Rossella Urru e tanti altri italiani tornati a casa)  e altre che si concludono tragicamente, come per l’ingegner Silvano Trevisan ucciso in Nigeria.

- Riguarda in questo caso anche i ragazzi della scuola di Bologna coinvolti da Amedeo Ricucci nell’esperimento di “giornalismo partecipativo”

Si può supporre – senza un particolare accanimento critico – che vi sia stata alla base una leggerezza organizzativa e una carenza di valutazione dei pericoli.

Uno dei posti visitati dai giornalisti italiani, Jabal Turkmen, è la località dove è stanziato il campo d’addestramento dei ceceni, una delle fazioni più estremiste all’interno della Siria, che combattono a fianco dei ribelli contro il governo siriano. I quattro giornalisti non consideravano il loro itinerario come un viaggio ad alto rischio: erano previsti collegamenti via Skype con una scuola, e quotidianamente attraversavano il confine con la Turchia, tanto che Amedeo Ricucci dalle pagine del suo blog aveva dato notizia del suo imminente ingresso in Siria.

Se un gruppo viene rapito da islamisti, non da FSA, in zona dichiarata “liberata” chi ha effettivamente “liberato” la zona e la controlla? Ovvero: c’è differenza palpabile fra FSA e jihadisti? Oppure: Jihadisti hanno scacciato FSA e sono padroni del nord della Siria? Oppure… ecc ecc I nostri giornalisti hanno aperto più questiti di quanti abbiano trovato risposta dal loro lavoro.


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