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Un racconto di Gianluca Mercadante (2)

Creato il 22 luglio 2011 da Gianpaolotorres

Un racconto di Gianluca Mercadante (2)

Come prodotti

C’era che avevo pubblicato un libro con un editore di Milano. C’era che l’editore di Milano disponeva di un ufficio marketing. C’era che i tizi dell’ufficio marketing avevano maturato certe idee. C’era che tali idee riguardavano la loro rivoluzionaria et innovativa concezione dell’ambito promozionale inerente all’uscita di un titolo nuovo.
C’era che quel titolo nuovo fosse proprio il mio.

Ricevo la chiamata dall’ufficio stampa, tassello assai fondamentale, oserei dire: senza l’appoggio di un ufficio stampa, è come non aver affatto pubblicato. Perciò rispondo tranquillo e faccio finta di non avere colto, a orecchio, la nota d’imbarazzo che il tono pur professionale dell’addetta dissimula a stento.
- Sei libero sabato pomeriggio? – Mi chiede – Ci sarebbe… ehm-ehm… possibilità di presentare in anteprima il tuo libro a due settimane dall’uscita ufficiale. –
- D’accordo. – Dico – E dove sarebbe? –
Ed ecco la nota di cui sopra. È qualcosa di non trascrivibile su pentagramma, qualcosa che nasce, o meglio muore, nel punto esatto in cui hai smesso di riprendere fiato per poi parlare, ma a un passo dall’uscita le parole oppongono resistenza, rifiutano di lasciarsi pronunciare.
- Sarebbe… – Comincia l’addetta, e assapora un’ultima, brevissima boccata d’aria viziata, per stordire di anidride carbonica il resto della frase affinché, confusa, le affiori oltre le labbra.
- …Sarebbe al centro commerciale di Opera. –
- Ah. Da quando ci hanno aperto una libreria? –
Stavolta la nota diventa un gong.
- No, non è in una… insomma, siamo davanti alle scale mobili. In mezzo al passaggio. –
Adesso sono io che non respiro più.

Odio i centri commerciali. Odio le domeniche, o almeno: odio quelle fottute, stramaledette domeniche buttate lì dentro, anch’io a passeggiare, su e giù, destra e sinistra, mano nella mano, assieme a un’invasata compratrice di scarpe a uso fidanzata.
Il centro commerciale è un circo le cui principali attrazioni siamo noi.
In un libro di Aldo Nove ho letto un passaggio che ripeto come un mantra ogni qual volta metto piede in posti del genere. L’autore afferma, grosso modo, che se la maggior parte delle persone fosse davvero felice, la maggior parte dei supermercati sarebbe vuota.
Il luogo è inequivocabilmente fuori luogo. Per la presentazione di un libro, voglio dire. Mentre le scale mobili mobilitano il mio corpo verso il piano superiore, ovvero alla vera e propria galleria commerciale, inizio a capire dove di preciso si sarebbe tenuta la capitolazione della mia carriera letteraria: vedo infatti il palco. Cristosanto. Ci avrebbero fatto un figurone se avessero unito quattro casse del vino rovesciate, quelle di plastica robusta, però credo che a un ufficio marketing l’idea di presentare un autore sopra alle casse del vino faccia un po’ troppo clochard. Meglio dunque quello schifo di pedana in legno, certamente assemblata da un artigiano della domenica, e un paio di trespoli con tutta probabilità presi a prestito dal baretto accanto, anzi: senza dubbio alcuno, giacché il mio punto di vista, sulla scala, si è abbastanza rialzato da notare che, lungo la parte esterna del bancone, c’è una bella fila di trespoli identici. Si direbbe che ne manchino giusto due.
Alla faccia del passaggio, al bar non c’è nessuno, eccetto i due tizi del marketing e una terza persona, di spalle. Ero stato informato che avrei avuto un correlatore. Che sfoggiasse poi un vello d’oro di capelli biondi, è per lo meno una piacevole novità.
Un attimo prima che la scala mobile abbia terminato il triste compito d’issarmi sull’ultimo dei suoi sfuggenti scalini, uno del marketing mi nota e alza la mano in cenno di saluto. Il terzetto di finti avventori si volta all’unisono e vedo finalmente in faccia la titolare della chioma.
Avrà sì e no vent’anni e nel suo curriculum vitae devono esserci una valanga di sfilate in spiaggia (e da spiaggia), con addosso striminziti completi intimi e tanta, tanta, tanta voglia di mostrare al mondo quanto mamma l’ha fatta bella.
Cosa c’entri una fighetta simile con la presentazione di un libro, ho paura di scoprirlo.
Sono paranoico? Prevenuto? Vittima di un retaggio culturale da poltrona-letto-tivù, rigorosamente sintonizzata, quest’ultima, su “La Pupa e il Secchione”?
Non direi. Se posso testimoniare a favore di me stesso, Vostro Onore e signori della Giuria, ammetto di essere un tipo piuttosto istintivo. E nove su dieci ci azzecco.
- Lei è la presentatrice. – Fa gli onori di casa uno del marketing – Non è una bellezza? –
Stringo la mano a Miss Come Porto Mutande e Reggiseno Io Non le Porta Nessuno e mi sforzo di ricambiare come meglio posso il suo sorriso artefatto. Ho il terribile sospetto che ci sarebbe una discreta fila di maschi arrapati pronta a condividere quel palco impossibile, o qualunque altro luogo di questo povero mondo, con l’angelo biondo che ho dinnanzi. Quegli occhi color di lago, quel trucco strategicamente invisibile, quei denti definiti e bianchissimi, quelle labbra pesate al grammo e una statura non esagerata, ma messa bene in evidenza da un paio di gambe scolpite nel miglior legno da uno scultore innamorato della vita e di tutto ciò che è bello.
Sì, l’avrei volentieri invitata per un dopocena, una così. Se solo non avesse detto:
- Complimenti per il tuo libro, dev’essere bellissimo, purtroppo non l’ho ancora letto. Leggo poco, non ho mai presentato uno scrittore ma… sì, ho fatto un sacco di sfilate, sai… biancheria, quelle robe lì… ci so stare davanti alla gente, io, sei in una botte di ferro. Scusa, tutto bene? –
Perfino una simile troglodita ha capito che la pressione mi è finita all’istante sotto i piedi, ha preso le scale mobili e ha già obliterato il biglietto in stazione per tornarsene a casa. Con o senza di me.

Iniziamo. Il piano è: ripetere il format sette, otto volte, nel corso del pomeriggio. Il format è molto semplice, deve ricordare una sorta di messaggio pubblicitario televisivo. Una cazzo di televendita, in buona sostanza. La tipa spara qualche puttanata sul mio conto, e a proposito di un libro che non ha neppure sfogliato (vuoi mica sia meglio del catalogo di Intimissimi, no?), io attacco a leggere un estratto e lei ride, ma solo, mi raccomando!, laddove percepisca che il testo necessiti di un ulteriore contributo (o)scenico perché la gente possa sentirsene coinvolta.
Funzionale, non credete? Allora per quale motivo alla terza replica non s’è fermato nessuno?
Alla quarta, idem.
La gente passa, sì, ma a distanza di sicurezza. Fissa le gambe di Miss Non Leggo Manco Morta i Libri Che Presento al Supermercato, squadra il qui presente come se fossi un dentifricio, o una confezione di cotone idrofilo, o ancora una pattumiera che sarebbe tanto comoda in veranda, e se ne va.
Questo sono. Un prodotto.
Quanta pietà mi fanno, i prodotti. Quanti sguardi annoiati, quanti vuoti a rendere si vedono passare davanti, giorno dopo giorno, i prodotti. Quanto li capisco, i prodotti.
Un prodotto, oui, c’est moi. Messo in mostra, affiancato da una cubista e contenuto in una precisa tempistica, risucchiato nelle voragini di una logica impossibile da condividere, ma necessaria da accettare, se vuoi vendere qualche copia della tua merce, di cui ti credevi padrone, che hai scritto cercando di convincere te stesso del fatto che il mondo ne avrebbe avuto bisogno. Altroché se ne avrebbe avuto bisogno.
Beh, eccolo qui il mondo, in una sua selezione innaturale, forse, scremato in base al potere d’acquisto individuale, accomunato da una curiosità che è sensato definire seriale.
Ed ecco pure il mio libro, ovvero: due anni o tre del mio lavoro – e del mio tempo – riassunti in 120 pagine a 12 Euro.
Se la matematica non è un’opinione, un’opinione può diventare un libro. E un libro, per poter esistere, deve diventare un prodotto.
Questo è.

C’era che avevo pubblicato un libro con un editore di Milano. C’era che l’editore di Milano disponeva di un ufficio marketing. C’era che i tizi dell’ufficio marketing avevano maturato certe idee. C’era che tali idee riguardavano la loro rivoluzionaria et innovativa concezione dell’ambito promozionale inerente all’uscita di un titolo nuovo.
C’era che quel titolo nuovo fosse proprio il mio. E c’era che a circa meta della quinta replica ho mollato il mio cazzo di titolo nuovo in mano a Miss Vorrei Tanto Andare in Televisione e Diventare Strafamosissima e Guadagnare un Mucchio di Bei Soldi allo Scopo Ultimo di Entrare in un Negozio di Intimo e Comprarmelo Tutto Quanto. C’era che a quel punto della corsa sono sceso dallo scaffale e ho ripreso a vivere di vita propria.
Magari con un po’ di strascichi emotivi, con delle alterazioni cognitive.
Tant’è che in treno, una volta seduto, mi sentivo insolitamente scomodo.
Come avessi avuto un codice a barre appena tatuato sulle chiappe.

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Filed under: Arte-estro-genio-sport

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