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Vivalascuola. Il silenzio degli intellettuali

Creato il 20 settembre 2010 da Fabry2010

Vivalascuola. Il silenzio degli intellettuali

Anno scolastico 2010-2011. Ancora tagli al personale e ai saperi.

Mancano docenti nelle scuole e nelle università, mancano presidi, manca sicurezza, mancano fondi, mancano investimenti.

Cosa dicono gli intellettuali?

“Rispetto alla sciagurata smemoratezza dilagante nel paese, ai vuoti di memoria che contagiano pesantemente anche la sinistra, allo spirito del tempo celebrato da Berlusconi, la scuola è l’ultima frontiera: le sue strutture, i suoi docenti, i suoi libri di testo rimangono saldamente ancorati alla tradizione storica italiana” (Alberto Asor Rosa, Il grande silenzio. Intervista sugli intellettuali).

All’ordine del giorno c’è il silenzio (ascesa, declino e catastrofe dell’intellettuale)
di Alessandro Cartoni

Il sapere? Buono per la settimana enigmistica
Un collega mi racconta – oggi quasi ridendo – dello sconcerto, della cupa sorpresa che lo colse il giorno in cui un alunno, neanche tra i migliori ma per nulla timido, gli rivelò la sua (diremo la nostra…) completa superfluità. Il ragazzo dichiarò infatti senza giri di parole: “il suo sapere prof, mi scusi se mi permetto, serve solo a una cosa… a finire tutta la settimana enigmistica”. Al collega non rimase altro che deglutire e girare i tacchi in silenzio. Il ragazzo in fondo non sbagliava.

La funzione intellettuale non gode oggi di grande fama, se non vogliamo dire che è obsoleta potremo dire che il suo contenuto di verità è del tutto nascosto. Qualcosa è successo, di molto grave che coinvolge la cultura tutta e chi la rappresenta quindi, in piccolo, anche noi insegnanti. Ci siamo trasformati in dinosauri che osservano impietriti l’evento stesso della loro scomparsa. Abbiamo dalla nostra il diritto diafano che si riceve dalla cittadinanza nel paese delle ombre. Siamo come diceva Hegel, simili alle nottole di Minerva che si alzano sul far del crepuscolo, quando il mondo e la storia sono già fatti, quando le cose sono già state. In fondo abbiamo scelto di non esserci, oppure, se si vuole, la storia ci ha espunto, come il corpo sano che si libera del parassita.

Quali dinosauri non ci rimarrebbe dunque che il vuoto rimpianto del tempo che fu, attività tipica degli organismi malati e in via di estinzione.

E tuttavia per capire che cosa è successo, come sia stata possibile una catastrofe del genere è forse utile fare il percorso à rebours, tentando di capire quali sono state le tappe e gli snodi di questo progressivo annichilimento.

E’ quello che ci invita a fare Alberto Asor Rosa in un libro provocatorio di un anno fa Il grande silenzio. Intervista sugli intellettuali. Il saggio, sotto forma di intervista alla giornalista Simonetta Fiori, si configura come un’autobiografia critica dell’autore ma anche della figura stessa dell’intellettuale attraverso il tempo: dal secolo dei Lumi e dell’ascesa fino al declino nelle dittature del Novecento e infine alla scomparsa nell’afasia e nel silenzio dell’evo berlusconiano e della civiltà montante.

Ascesi e declino degli intellettuali
C’è stato un tempo in cui gli scrittori, (Gens de lettres li definisce l’Enciclopedia) improntavano la loro azione ai tre vettori della libertà, della verità e della povertà. Qui trovava espressione, con la nascita di una figura nuova e organica all’ascesa della classe borghese, anche il bisogno di un altrove allo “stato di cose esistente”. Tale bisogno che la cultura critica ha sempre portato avanti costituisce il sale del progresso e della civiltà e per un certo periodo ha trovato, ci spiega Asor Rosa, cittadinanza nella cosiddetta “promessa comunista”. Quella che io chiamo la promessa comunista ci apriva un orizzonte di cambiamento, la liberaldemocrazia no.

Sono le dittature del Novecento, poco importa se di destra o di sinistra, innanzitutto ad indebolire l’autonomia della cultura e della figura intellettuale e a renderla potenzialmente superflua. Il contrasto nato sul Politecnico di Vittorini tra il fondatore e Togliatti esemplifica bene questa parabola.

Non più una cultura che consoli dalle sofferenze”, si legge sul primo numero del Politecnico, “ ma una cultura che protegga dalle sofferenze e le elimini”. Esperimento destinato presto al fallimento. Le formulazioni di Vittorini, fondate sul presupposto che politica e cultura si muovessero su piani distinti e autonomi, non piacquero a Togliatti e la rivista cessò presto le pubblicazioni.

In questa dimensione di declino, se per l’intellettuale di destra il destino è segnato dal travolgimento nel regime fascista, qualcosa sopravvive per l’intellettuale radicale di sinistra che non ha abboccato alla trappola dell’organicità. Essere disorganici diventa l’unico modo per continuare a parlare e a rivendicare la propria autonomia.

Le opere più importanti prodotte dagli intellettuali nel corso di questi ultimi due ultimi secoli sono il frutto di un punto di vista autonomo, antagonistico, talvolta, ma autonomo. Autonomia la cui pratica è stata consentita storicamente solo all’interno di una società borghese. Questo non vuol dire che l’intellettuale abbia potuto essere soltanto “borghese”: vuol dire che la società borghese ha almeno consentito la formulazione e la possibilità del conflitto.

E’ in questa logica che si spiega la prospettiva di Scrittori e popolo (1962-1964) dove viene recuperata la grande lezione del romanzo borghese in senso del tutto antistoricista e antiprogressista.

Il dominio della merce contro quello delle parole
Allo stesso tempo, come dichiara l’autore, non è possibile farsi troppe illusioni, con le tirranidi novecentesche inizia il tramonto della borghesia e con lei quello dell’intellettuale.

Vi è una debole, vivida, recrudescenza col dopoguerra e l’inizio della civiltà di massa quando il partito dei colti si riappropria di alcune iniziative quali la socializzazione del benessere e dei diritti che si concretizzavano anche nella scuola media unica, nell’università di massa e nelle prospettive di un largo riscatto sociale. Il giudizio articolato su quegli anni non conduce Asor Rosa a un’abiura, come vorrebbero invece alcuni grossolani interpreti neoconservatori, ma a un’attenta presa di responsabilità.

Al dubbio della Fiori, se “quella scommessa” (vale a dire educare molti senza far scendere il livello) non sia stata per caso persa, l’autore risponde. Sì, (…) ma non giocare quella partita avrebbe significato rinunciare alla possibilità che nel nostro paese si allargassero le élites intellettuali e il mondo delle professioni.

E muove davvero un sorriso malinconico vedere oggi la figura del maestro Manzi, stereotipo condiviso dell’uomo di cultura che alfabetizza e produce parole “nazionali” valide per tutti come strumenti di riscatto e integrazione, sostituita e cancellata dalla figura dell’imprenditore rampante che colonizza paesi e culture a colpi di investimenti e commesse statali. Ancora il dominio della merce contro quello delle parole, dei diritti e dell’informazione.

Del resto nel proseguo della nostra storia ad un certo punto succede qualcosa di veramente epocale, destinato a cambiare per sempre il senso della civiltà e dei valori che la caratterizzano: intendiamo l’avvento della TV. Nei due capitoli centrali “La civiltà montante” e “L’evo berlusconiano” il vecchio professore imbraccia le armi della critica e ingaggia una lotta senza quartiere contro l’ideologia del presente, che è anche ovviamente una battaglia contro il silenzio imposto agli intellettuali e la conseguente identificazione col carnefice.

La catastrofe dell’altrove
La civiltà montante è caratterizzata da forme sempre più omogenee del vivere e del pensare correlate a un processo analogo in economia e negli assetti industriali. Tutto ciò provoca un distacco, uno iato del tutto nuovo nel binomio per secoli inscindibile costituito da “capitalismo e democrazia”. Oggi la vittoria di tale modello su scala planetaria provoca l’ingresso nella geografia sociale di enormi masse prive di caratterizzazioni specifiche, in cui l’elemento antagonistico sembra attenuarsi a vantaggio di comportamenti sempre più omogenei.

La conseguenza è che di fronte al rafforzarsi di élites economiche e finanziarie sempre più ristrette e potenti assistiamo a una marginalizzazione di quelle forze politiche e sociali capaci di pensare “l’altrove” dallo stato di cose esistenti.

Ne è sintomatica testimonianza il fatto che la scuola non riesca o non voglia tematizzare il suo rapporto con la televisione e con i nuovi media. Molti, troppi progetti di alfabetizzazione informatica ma nessun segnale di approccio critico o sociologico al problema della nuova percezione della realtà. Il che equivale a combattere una corazzata con le frecce: ci si limita a vaghi appelli alla moralizzazione dei messaggi e al controllo dei telefonini a scuola, oppure, grottescamente, a sperare che la famiglia – per lo più assente – faccia quello che l’istituzione non intende fare. Alla fine l’accento, del tutto strumentale, è posto sull’uso del mezzo che, proprio perché enfatizzato, diventa fine e fagocita lo stesso oggetto culturale al quale dovrebbe invece far da tramite. Non è questa la scomparsa dei fini favore dei mezzi di cui parlava la Scuola di Francoforte nella sua critica alla ragione strumentale? Un’analisi forse profetica negli anni ‘50 e ‘60 ma che trova solo oggi il suo senso autentico.

Di questa possibile catastrofe dell’altrove Asor Rosa individua due intellettuali premonitori o sentinelle, vale a dire Pasolini e Calvino, i quali, ognuno secondo la propria sensibilità e i propri convincimenti, avevano avvertito la minaccia in atto nella civiltà dei consumi e dell’immagine.

Soprattutto su quest’ultima erano state profetiche le parole di Calvino che per primo aveva avvertito il rischio di una perdita della facoltà conoscitiva del linguaggio. Scrive infatti Calvino nelle Lezioni americane:

Alle volte mi sembra che un’epidemia pestilenziale abbia colpito l’umanità nella facoltà che più la caratterizza, cioè l’uso della parola, una peste del linguaggio che si manifesta come perdita di forza conoscitiva e di immediatezza, come automatismo che tende a livellare l’espressione nelle forme più generiche, anonime, astratte, a diluire i significati, a smussare le punte espressive, a spegnere ogni scintilla che sprizzi dallo scontro delle parole con nuove circostanze.

Sempre più clienti, sempre meno cittadini
Questa catastrofe è all’origine di quel fenomeno descritto bene da Tullio De Mauro come “analfabetismo di ritorno” che coinvolge una massa sempre più vasta di Italiani e colpisce soprattutto i giovani, in qualità di utenti della scuola. La diagnosi di Asor Rosa è inclemente:

la gente in teoria sa leggere ma non capisce ciò che legge, e di conseguenza smette di leggere, e alla fine non sa più leggere. Ed è qui che si spezza il processo “tradizione culturale scritta-mezzi di comunicazione di massa-accresciuta alfabetizzazione”, con conseguenze disastrose: l’alfabetizzazione più diffusa, invece di essere uno strumento in più diventa un ostacolo nel percorso che potrebbe ricondurre a quella tradizione intellettuale da cui era partito il processo.

Così, aiutato dalla TV il nuovo immaginario collettivo si forgia attraverso modelli seriali ripetitivi, compiutamente trasformati dall’influenza degli stereotipi televisivi.

C’è allora da chiedersi se in questa catastrofe “la vecchia cultura” non abbia ancora un compito da svolgere, quello della contraddizione che migliora la qualità complessiva del processo.

Ma nella recente “riforma” Gelmini non solo non si vede alcun recupero dei vecchi paradigmi, ma anzi con l’accorpamento delle discipline e i tagli ad alcune classi di insegnamento “umanistiche” quali storia dell’arte, diritto, lettere, filosofia, il processo di involuzione culturale appare sempre più raffinato e pervasivo.

Sappiamo tutti in fondo che il modello di base rimane quello delle tre “i”: impresa, inglese, informatica. Basterebbe chiosare sottolineando che quello che si chiede ormai sono le competenze del “cliente” e sempre meno quelle del “cittadino”.

Non a caso questa cultura di massa globalizzata dal carattere dispotico ma mite (si parla di mostro mite), appare incentrata sui consumi, l’ubiquità dei media e l’entertainment.

Gli effetti sociali di questa influenza anche se ottenuti con mezzi non coercitivi, non sono dissimili dall’appiattimento voluto dai totalitarismi novecenteschi: omogeneità di giudizio, conformismo di massa, uniformità nei consumi, tutti imposti da strategie di carattere economico e antropologico.

La democrazia totalitaria
A questa civiltà montante e planetaria che caratterizza ormai ubiquitariamente il mondo tutto, l’Italia aggiunge una sua particolare aggravvante.

L’anomalia consiste in una circostanza unica nel mondo: uno di quei padroni dell’immaginario collettivo (…) è anche dominus della cosa pubblica, detentore di grandi poteri di intervento nella politica, nell’economia e nella finanza, controllore dell’informazione televisiva pubblica e privata, proprietario di giornali e titolare del primo gruppo editoriale librario. Una condizione che neppure in Italia, il paese che ha inventato il fascismo esportandolo in Europa e nel mondo, s’è mai verificata.

Da questo punto di vista l’evo berlusconiano azzera le conquiste istituzionali e civili conseguite con il Risorgimento (l’unità nazionale) e la Resistenza (democrazia e pluralismo) in un modo così pervasivo che nemmeno il fascismo aveva raggiunto. Il risultato allarmante, il novum, è un forma recente di dominio politico che ha caratteristiche mai viste prima.

Il processo attraverso cui si forma la mente collettiva è per larga parte controllato da chi detiene il potere esecutivo ossia dallo stesso inquilino di Palazzo Chigi. Ci avviamo verso una strada forma di dittatura di tipo democratico-populistico, fondata (alemeno per ora!) sul consenso ed esercitata con un astuto mix di suggestioni mediatiche, stravolgimenti istituzionali e intermediazioni affaristiche. O se sembra troppo la parola dittatura, potrei usare la formula di “democrazia totalitaria”: essa conserva gli aspetti formali di rappresentanza ma appare sempre più difficile rintracciarvi gli strumenti per modificare gli attuali assetti di potere.

Questo nuovismo in ogni caso non ha trovato baluardi istituzionali e ideologici forti, ha invece potuto contare su un’ acquiescenza e una subalternità colpevole da parte della sinistra del tutto dimentica di se stessa. Del resto non si potrebbe fare la storia del berlusconismo senza fare simultaneamente anche la storia del depauperamento progressivo delle ragioni e della identità della sinistra italiana.

Il liberalismo di cui (Berlusconi) si fregia è soltanto l’ideologia-fotografia del presente che rappresenta ciò che egli pensa sia legittimo in quel momento. Ecco: a questa ideologia onnivora del presente anche la sinistra si è mostrata acquiescente, arrivando a negare le proprie radici storiche e rifiutando un riflessione sul passato e sulle culture politiche da esprimere oggi.

E poiché non c’è più letteralmente storia (basti solo pensare al falso dibattito sul neorevisionismo), ma solo presente, il premier “riedifica” l’Italia tutta, quella geo-fisica, umana e immaginaria a sua immagine e somiglianza.

Aggiungo che nella sua totale mancanza di coscienza critica e storica Berlusconi vede l’Italia come un cera da manipolare e totalmente reimpostare. Cos’altro sono le misure proposte recentemente per l’edilizia se non un modo tra i tanti, di cambiare per una volta e per sempre, il volto, il volto anche fisico, e dunque la storia, i connotati anche identitari, il rapporto con le tradizioni di questo sventurato paese?

Isole di resistenza: scuola e università
Ma se avanzano le “tribù dei nuovi reazionari” con il rafforzarsi della civiltà montante e del nuovismo berlusconiano, allora siamo davvero condannati a soccombere a una nuova egemonia culturale che azzera la storia e ogni segno dell’altrove?

Asor Rosa non è così pessimista. Se la figura dell’intellettuale, del maitre à penser è consumata e obsoleta, se l’io intellettuale è solo un vecchio ricordo, rimangono però zone di resistenza, di pensiero diffuso capaci di aprire un altro percorso critico e soprattutto di “ricordare”.

… Dobbiamo pensare ad aree di pensiero diffuso. Spesso organizzate istituzionalmente, con funzioni pubbliche storicamente definite (…) Unità nazionale, spirito critico, modelli culturali: da Sondrio a Capo Pachino non c’è altro tessuto che possa sostituire questo. Funziona male? Funziona, io penso, a macchia di leopardo, come qualsiasi macchina istituzionale comporta. Ma complessivamente è ancora un baluardo di dimensioni difficilmente espugnabili.

Refrattarie almeno un po’ alla spaventosa mutazione genetica e sociale che pervade il Paese tutto, rimangono dunque – quali isole di resistenza – scuola e università. Bisogna ripartire da qui. E l’autore ce lo spiega con parole del tutto evidenti.

Tra gli insegnanti, più che in altri settori della vita nazionale, persiste un livello di autonomia moto alto. Rispetto alla sciagurata smemoratezza dilagante nel paese, ai vuoti di memoria che contagiano pesantemente anche la sinistra, allo spirito del tempo celebrato da Berlusconi, la scuola è l’ultima frontiera: le sue strutture, i suoi docenti, i suoi libri di testo rimangono saldamente ancorati alla tradizione storica italiana.

La diagnosi sull’università e sulla sua perdita di peso sociale è forse più sconsolata, il punto di maggior scadimento non è ovviamente la recentissima “riforma” Gelmini ma parte da lontano dalla riforma del piedissino Luigi Belinguer che per primo parcellizzò l’insegnamento e l’apprendimento universitario togliendogli quello che è il suo l’elemento caratteristico: il respiro culturale. Il resto è tutta storia recente. Tuttavia neanche qui le cose sono del tutto perdute: “qualche ritorno alle origini, preminenza della qualità e della ricerca, centralità dell’autorevolezza, intreccio critico costante con il mondo dei saperi, non farebbero male”.

Del resto, per concludere, nonostante il futuro si annunci allarmante proprio a causa della onnipotenza e ubiquitarietà delle nuove forme di dominio e soprattutto a causa della possibile autonegazione in atto della società democratico-capitalistica nata dalla rivoluzione francese, una speranza è ancora formulabile:

Quando alle giovani generazioni, quando ai nostri giovani, puzzerà questo barbaro dominio, un nuovo corso della storia italiana, anche della nostra storia intellettuale, potrà cominciare. Nel frattempo bisogna lavorare pazientemente, e anche oscuramente, senza timori né requie, per questo nuovo inizio.

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Materiali

Sulla cultura di massa e l’entertainment. “In questa situazione, chi lavora ai mass media mette a sacco l’intera gamma della cultura presente e passata, sperando di trovare materiale adatto, che per di più non può essere usato così com’è: per diventare divertente deve essere modificato, per essere di facile consumo deve subire un processo di elaborazione. La cultura di massa nasce quando la società di massa s’impadronisce degli oggetti culturali. Il suo pericolo è la consumazione alla lettera, di questi oggetti, dal processo vitale della società, il quale, come tutti i processi biologici, incamera tutto quel che trova nel suo ciclo metabolico. Non intendo qui deplorare la diffusione di massa. Gettare sul mercato libri e riproduzioni di quadri a basso costo, così da venderne quantità ingentissime, non tocca per nulla la natura degli oggetti considerati. Ma se gli oggetti sono modificati (riscritti, riassunti, condensati, fatti kitsch con la riproduzione, o l’adattamento cinematografico), la loro natura si altera: non abbiamo più una diffusione tra le masse, ma una distruzione della cultura, compiuta per farne scaturire il divertimento. Il risultato non è neppure la disgregazione, è la rovina” (Hanna Arendt, Tra passato e futuro).

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Sul disagio della società dell’informazione. “Questo mondo non mi piace. Decisamente non lo amo. La società in cui vivo mi disgusta; la pubblicità mi nausea; l’informazione mi fa vomitare. Tutto il mio lavoro di informatico consiste nel moltiplicare i riferimenti, le verifiche, i criteri di decisione razionale. Il che non ha alcun senso. A dirla tutta è anche alquanto negativo: un inutile ingorgo per i neuroni. Questo mondo ha bisogno di tutto tranne che di informazioni supplementari” (Michel Houellebecq, Estensione del dominio della lotta).

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Sulla necessità di fondare l’educazione sulla autonomia individuale. “La società non può rendere felici i suoi membri, tutti i tentativi storici (o le promesse fatte) in questa direzione hanno generato più sofferenza che felicità. Ma la società buona può – o dovrebbe – rendere i suoi membri liberi: non solo liberi in senso negativo, cioè non obbligati a fare ciò che non vorrebbero fare, ma liberi in senso positivo, cioè in grado di usare la propria libertà per poter fare delle cose… E ciò significa in primo luogo capaci di influire sulle proprie condizioni di vita, di elaborare il significato di “bene comune” e di rendere le istituzioni della società conformi a quel significato. Se la questione della paideia è ineliminabile è perché esiste ancora il progetto democratico incompiuto di una società autonoma, composta da individui autonomi” (Zygmunt Bauman, La solitudine del cittadino globale).

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Sul depauperamento progressivo delle ragioni e della identità della sinistra italiana. “Se sono arrivato a rimpiangere i politici democristiani, penso, vuol dire che il fondo è stato toccato davvero. Povero Pasolini, che riponeva le sue speranze nei giovani comunisti! Se solo li vedesse ora, quei piccoli borghesi di sinistra che hanno tradito in tempo di pace, per salvare i loro appartamentini in centro, o le loro ville o villette in Toscana, o le loro barche a vela eccetera. Si sono addirittura inventati una guerra che non c’è mai stata, e chiedono di continuo un armistizio che, nei fatti, è già da tempo attuato; e pur sapendo benissimo tutto questo, non smettono di chiedersi: perché non riusciamo a farci capire? Perché non riusciamo a descrivere la realtà?, perché non riusciamo a scriverla, a filmarla? Precipitati, pensai, arrivati al fondo da tempo, e nel fondo c’è poco, e quel poco è il peggio” (Vitaliano Trevisan, Il ponte).

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A proposito della scomparsa dei fini a favore dei mezzi. “Altrettanto banale è diventata l’idea di felicità: per felicità oggi si intende condurre quel tipo di vita normale che il pensiero religioso serio ha tanto spesso criticato. L’idea stessa di verità è stata ridotta alla funzione di uno strumento utile al controllo della natura, e la realizzazione delle innumerevoli possibilità insite nell’uomo è considerata un lusso. Il pensiero che non serve agli interessi di un gruppo costituito o agli scopi della produzione industriale è considerato inutile o superfluo. Paradossalmente una società che lascia in ozio gran parte delle sue macchine mentre nel mondo c’è ancora tanta gente che soffre la fame, una società che dedica innumerevoli ore di lavoro a una pubblicità che sta portando il mondo verso l’idiozia e alla produzione di strumenti di distruzione, paradossalmente dicevo, una società che si permette ed è costretta a permettersi di questi lussi, ha fatto dell’utilità il suo vangelo” (Max Horkheimer, Eclisse della ragione).

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A proposito della trasformazione dei cittadini in clienti e della scomparsa della memoria. “Sono molte le città in cui i cittadini per esistere socialmente, devono trasformarsi in clienti e consumatori – e tanto peggio se si mangia senza fame e si beve senza sete. E’ per aver detto che la desocializzazione a Parma è iniziata simbolicamente con l’occupazione del monumento a Garibaldi, nell’omonima piazza, con fioriere per impedire alla gente di sedere, che il sottoscritto ha ricevuto insulti e annunci di querela: una da parte del sindaco entrante (già delfino del sindaco uscente). Fu detto che sui quei gradini si sedevano i drogati. Io mi sedevo anche con mio padre: e si sedevano anche altri signori anziani col cappello, che assicuravano e tramandavano la memoria e il tessuto connettivo di quella città. Si sedevano vecchi partigiani, anziani umanisti e insegnanti coi giornali sotto il braccio, insieme a mamme e bambini. Una volta a Parma c’era la memoria che si estingue più velocemente delle panchine. Adesso, come diceva l’anziana signora di Trieste, c’è la fobia del culo – la fobia di chi sta seduto e non fa niente, neanche comprare un aperitivo coi salatini e pistacchi” (Beppe Sebaste, Panchine).

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L’occhio del Lupo
A lezione da La Russa
I sindacati, ormai, quando non collaborano allegramente allo sfascio in corso, se la dormono – se t’imbatti in Bonanni intuisci il significato esatto del termine “letargia”. Perciò, non si sono accorti di una modifica alla manovra finanziaria nella quale l’attuale, immondo governo ha deciso che i risparmi (??) derivanti dal fondo di istituto delle scuole saranno dirottati sulle forze armate. E sì, grazie all’avveduta, coscienziosissima parsimonia degli insegnanti, le forze armate potranno finanziare corsi finalizzati alla “diffusione dei valori e della cultura della pace e della solidarietà internazionale tra le giovani generazioni”. Io se penso che rinunciando a un verso dell’intrattabile Alighieri posso favorire una lezione di La Russa (uomo di grazia iperestesica), su, che so, Danilo Dolci o Aldo Capitini, be’ dico ragazzi, sono soddisfazioni.
Bonanni, sii bravo, resta dove sei.

(Michele Lupo)

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Dalla rete

Recenti testi e discussioni in rete sull’argomento qui, qui, qui.

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La settimana scolastica
di Francesco Accattoli

Settimana nera, anzi nerissima. Settimana difficile da raccontare, umanamente e professionalmente. Un dottorando si uccide all’università, così, cruda, balza in rete una notizia deflagrante in questo momento di lotte sul precariato e sull’impoverimento dell’istruzione pubblica.

Come si fa a continuare a raccontare quando un ventisettenne preferisce togliersi la vita al grido “non c’è più futuro per me”, un grido che si unisce a quello di tanti altri ricercatori che con la nuova riforma dell’università si troveranno a casa, a quello di coloro che dopo dieci, forse quindici anni di precariato sono stati fatti fuori senza più possibilità di rientrare? Con queste parole un collega ricercatore commenta la notizia “Molti di noi ci si dedicano più che al 100%. Quando poi tutto questo 100% ti manca, è logico che vai in crisi”. E’ una dichiarazione di resistenza contro una politica scellerata e disumana, che toglie i fondi alla ricerca e parla di futuro per il Paese.

E così capita pure che i ricercatori dell’università di Bologna si trovino costretti ad incrociare le braccia e ad entrare in sciopero, contro la prassi oramai consolidata che li vede dietro la cattedra a fare lezione al posto dei professori ordinari, togliendoli dalla ricerca e dallo studio. E il senato accademico, di tutta risposta, preannunci il rimpiazzo dei ricercatori dissidenti con docenti a contratto. Come a dire che di gente che faccia lo stesso mestiere se ne possa trovare ovunque. Una decisione quanto mai inopportuna in un momento storico, nel quale la politica tenta di coscientemente delegittimare la conoscenza e il sapere e l’opinione pubblica a volte stenta a riconoscere il confine tra legittimità o meno delle proteste. Per fortuna il magnifico rettore dell’Alma Mater di Bologna Ivano Dionigi è ritornato sui suoi passi e sulle decisioni prese dal Senato Accademico con una lettera inviata ai ricercatori dell’ateneo bolognese con cui si dichiara disponibile a scelte condivise. Una vittoria del mondo della ricerca che ha rianimato l’agenda della Rete 29 Aprile che, in occasione dell’Assemblea Nazionale, si è detta pronta a chiedere la sospensione dell’anno accademico qualora non vegano prese in considerazioni importanti modifiche alla riforma dell’università voluta dal Ministero di via Trastevere, una su tutte finanziamenti adeguati per didattica e ricerca.

Sulla questione della gestione delle risorse per la scuola e gli atenei è intervenuto anche il Presidente della Repubblica, subito pronto a riportare alle menti degli Italiani il senso etico nella missione dell’istruzione pubblica. Al Giffoni Film Festival, Napolitano ha sottolineato come non bisogna fare cassa sulle spalle della scuola, “occorre fare scelte, non si può tagliare in modo indifferenziato”, e poi ancora “Servono più risorse per la scuola ma anche più qualità in termini di attività formative e impegno a produrre buoni risultati, e questo dipende dagli insegnanti da un lato e dagli studenti dall’altro”. Chiosa il Capo di Stato con un pensiero morbido ma risoluto “bisogna investire di più nella cultura. L’ho detto più volte, non posso prescrivere al governo come e quanto deve investire.” Come a dire: non ve lo devo suggerire io come e quanto, ma così non va affatto bene, bisogna investire nella scuola e punto.

E dire che la Gelmini s’era lanciata in una dichiarazione roboante qualche settimana prima, definendo come “epocale” la riforma che porta il suo nome, aggiungendo poi un “l’Italia torna a sperare”, sorta di ossimoro epico e quanto mai stridente con i fatti di cronaca delle ultime settimane: scioperi, manifestazioni, presidi, promossi dalla CGIL e dalle organizzazioni dei docenti e dei precari della scuola (vedi FLC-CGIL, ReteScuole, Cobas, Coordinamento Precari Scuola), per le prossime settimane, iniziative per altro che non sono mai cessate nelle piazze di tutta Italia.

Pare che comincino anche i genitori ad accorgersi che qualcosa manca a questa scuola: insegnanti in meno e compagni di classe in più, ma non solo, anche l’arredo, la strumentazione di base, le suppellettili scolastiche. Se la notizia della mancanza della carta igienica per alcuni poteva assumere i contorni di una favola metropolitana, di una italica esagerazione, la constatazione della mancanza dei banchi e delle sedie, delle strutture e delle sedi, non può rimanere taciuta né incappare nel rischio di una mitizzazione. Siamo alle pezze, è questo un messaggio nitido, concreto, definitivo.

D’altro canto, anche ai dirigenti scolastici tocca una fetta della buonissima “riforma” Gelmini, indaffarati come sono a districarsi da tra genitori allarmati e sedi di lavoro sempre più distanti l’una dall’altra. Salvo Intravaia e Corrado Zunino di Repubblica.it li definiscono “presidi part-time”, dirigenti scolastici che si sobbarcano l’amministrazioni di quattro, cinque, persino sette istituti, come Francesco La Teana, preside dell’Istituto Schiapparelli Gramsci di Milano: oltre alla ragioneria (che già conta due sedi staccate distanti da quella centrale), da quest’anno grazie alla Riforma, al d.s. è toccato anche un istituto a Pioltello, nell’hinterland milanese, composto da materna, elementare e due medie.

E sempre nella “riforma epocale”, quella che darebbe motivo di speranza all’Italia, dovrebbe entrare di diritto l’ammodernamento delle strutture, la messa in sicurezza dei plessi, così come nel 2009 aveva preannunciato la Protezione Civile. Eppure Giorgio Rembaldo, presidente dell’Associazione Nazionale Presidi assicura che dei 20 miliardi previsti per la ristrutturazione degli edifici scolastici, “oggi il ministero non ha speso nulla”.

Scuole da rifare, scuole da cambiare: succede anche che compaiano simboli poco gradevoli – e poco graditi agli stessi coinquilini di coalizione – in una scuola del Nord leghista, nel Polo Scolastico “Gianfranco Miglio”. A seguito delle accese polemiche di questi giorni per le oltre 700 rappresentazioni del “sole delle alpi” presenti nell’Istituto, il ministro Gelmini ha invitato l’Ufficio Scolastico Regionale ad adoperarsi per la rimozione del simbolo leghista della struttura scolastica.

E mentre l’orgoglio leghista trionfa ad Adro, nella Capitale le scuole di periferia riportano in primo piano la questione dell’integrazione e dell’istruzione ai figli degli immigrati. Nell’Istituto Comprensivo Laparelli, nel quartiere popolare di Tor Pignattara, le iscrizioni di bambini stranieri tocca il 90% e ci sono classi composte esclusivamente da alunni stranieri, tanto che il Ministero ha dovuto concedere una deroga alla normativa (che prevede un tetto di stranieri in classe pari al 30%) altrimenti l’Istituto avrebbe dovuto chiudere i battenti. Nonostante tutto i genitori vivono questa situazione con serenità, perché, a loro dire, i figli “forse saranno più integrati di noi”; da parte loro gli studenti definiscono il Laparelli “la scuola più bella del mondo”. Altro che ghetto. Lingue e culture da tutto il mondo, ed anche professioni di fede differenti, si suppone. Eppure si convive e si cresce.

Ecco perché lascio la chiusa ad un’esternazione della Gelmini assai poco lungimirante: “leggiamo la Bibbia nelle scuole”. La domanda è questa: ma non ci sono già le ore di religione, che non è storia delle religioni, ma religione cristiano-cattolica, tanto che se ne può chiedere l’esonero?

Nella dichiarazione del Ministro, trova spazio anche una disamina di tipo culturale: senza la Bibbia non si potrebbe comprendere al meglio la cultura occidentale del passato, dall’arte alla letteratura.

Forse che l’Oriente, con i suoi matematici, i suoi filosofi e scrittori non ha per nulla influito nel processo di crescita dell’Occidente? L’Alhambra di Granada o la Zisa a Palermo l’hanno costruita dei muratori del Nord Italia? Già qualche anno fa, un collega del Liceo Righi di Cesena provò a fare girare nel suo liceo un questionario – anonimo – chiedendo ai ragazzi quali attività avessero preferito all’ora di religione: tra le scelte v’era la storia delle religioni, e fu proprio questa opzione a risultare la più gettonata. Il collega – per la sua iniziativa oltraggiosa – fu sospeso dall’Ufficio scolastico. Memento.

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Appello alla MOBILITAZIONE il 29 settembre verso il NO GELMINI DAY dell’8 ottobre!

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Tutti i materiali sulla “riforma” delle Superiori qui.

Per chi se lo fosse perso: Presa diretta, La scuola fallita qui.

Guide alla scuola della Gelmini qui.

Le circolari e i decreti ministeriali sugli organici qui.

Una sintesi dei provvedimenti del Governo sulla scuola qui.

Un manuale di resistenza alla scuola della Gelmini qui.

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Dove trovare il Coordinamento Precari Scuola: qui; Movimento Scuola Precaria qui.

Il sito del Coordinamento Nazionale Docenti di Laboratorio qui.

Cosa fanno gli insegnanti: vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas, Cub.

Spazi in rete sulla scuola qui.

(Vivalascuola è curata da Francesco Accattoli, Alessandro Cartoni, Michele Lupo, Giorgio Morale, Roberto Plevano, Lucia Tosi)



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