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Volontariato culturale: arma contro la carenza di fondi

Creato il 05 giugno 2015 da Retrò Online Magazine @retr_online

In Italia, il volontariato nel contesto dei beni culturali è molto diffuso, tanto da aver sostituito, in molti casi, il lavoro retribuito dei professionisti

Secondo una lista stilata dall’UNESCO, l’Italia è lo stato che ha il più grande patrimonio culturale del mondo. Lascia, quindi, decisamente perplessi sapere che il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo riceva finanziamenti molto bassi. Altro non sense non trascurabile è l’organizzazione stessa di questa Istituzione, che vede una forte centralizzazione del potere amministrativo, fattore che danneggia la capillarizzazione degli interventi, soprattutto nell’ambito della tutela dei beni culturali. Come tappare, dunque, i buchi generati da questa mala gestione del nostro patrimonio culturale? Si può trovare la risposta nella buona volontà dei cittadini e di alcuni benefattori privati, sotto forma di associazioni di volontariato e di ONLUS (Associazioni Non Lucrative di Utilità Sociale).

La mancanza di finanziamenti penalizza fortemente la valorizzazione e la tutela dei nostri beni culturali. Entrambi questi campi sono indispensabili per garantire la sopravvivenza di siti archeologici e musei e un’adeguata diffusione della cultura fra i cittadini; per questo motivo sempre più spesso si ricorre allo strumento del volontariato culturale. A Torino, per esempio, in molti musei statali sono i volontari a fare il lavoro di guida museale e di controllo delle sale. In un contesto geografico più vasto, poi, troviamo enti come Italia Nostra e il FAI (Fondo Ambiente Italiano), che si occupano del volontariato nella preservazione e valorizzazione di beni culturali e paesaggistici che rientrano sotto la loro tutela.

La mancanza di fondi all’interno delle soprintendenze, nonché una pessima gestione della situazione e una buona dose di noncuranza, hanno completamente mandato in crisi la figura dei professionisti nel campo dell’archeologia. Oggi sono veramente pochi gli archeologi attivi in Italia fuori dall’ambiente universitario, e quei pochi che ci sono spesso sono assegnati alla gestione di scavi di emergenza e prevenzione, piuttosto che alla tutela e alla valorizzazione di ciò che il nostro paese ha già sulla propria superficie. Ciò ha portato alla nascita di numerose ONLUS e società private che si applicano in questo contesto e che provvedono, gratuitamente, a mettere pezze dove le soprintendenze e il ministero non riescono o non sono interessate ad arrivare. Così lavora il GAT (Gruppo Archeologico Torinese), che studia le colline torinesi e si interessa nel dare una mano alla soprintendenza ad analizzare i reperti abbandonati nei loro magazzini, ormai troppo pieni. Anche nel Friuli Venezia-Giulia la Società Friulana di Archeologia sta conducendo da più di vent’anni ricerche storico-archeologiche sulla regione e si occupa dello scavo di un castello che ogni giorno arricchisce di più i musei locali.

Società Friulana di Archeologia

Volontari lavorano con la Società Friulana di Archeologia ONLUS

Numerosi gli esempi come questi, in ogni regione, segnale del fatto che i cittadini si preoccupano del proprio patrimonio culturale e ci tengono a preservarlo. Tuttavia, è forse giusto che lo Stato sfrutti il lavoro volontario in questo modo? È giusto che le figure professionali specializzate nel campo dei beni culturali si riducano a lavorare gratuitamente, solo perché passione e integrità morale dicono loro di continuare? Il volontariato è una grande opportunità di aiutare la propria comunità e il proprio paese, ma lo Stato deve garantire una situazione in cui queste associazioni sono l’eccezione, non la regola.

Tags:archeologia,beni culturali,FAI,GAT,Italia Nostra,Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo,Musei,prevenzione,Società Friulana di Archeologia,tutela,Unesco,valorizzazione,volontariato

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