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delusione Eataly – è ora di altRi cibi

Da Lollychant @rossellaneri
brosa eataly

delusione Eataly – è ora di altRi cibi

ott 2 • Ingredienti • 50 Views • Nessun commento

L’Eataly più vicino a casa mia è quello di Conegliano ma non ci sono mai andata; ho però un amico che ci va spesso e ci compra i formaggi affinati da Marcomini e poi mi invita a cena. Qualche fine settimana fa ho passato un weekend a Torino, e ho deciso che il primo Eataly andava visitato, anche perché ormai sta nelle guide turistiche al pari del Bicerin e delle regge sabaude.

Insomma, chissà che mi aspettavo, ma mi ha deluso. Per chi non lo sapesse già è organizzato a isole: la pasta, la carne, il pesce e le verdure, e in ogni isola c’è un ristorante per mangiare i prodotti dal vivo. In realtà tutto è risulta un po’ più complicato che in qualsiasi altro supermarket: cercando i gianduiotti al reparto dolci non li ho trovati, però ci ho trovato il caffè… perché il cioccolato sta davanti alle casse, come nei supermarket di tutto il Pianeta, per fartelo mettere nel carrello senza ripensamenti.

A parte gli ipercorrettismi, di Eataly mi ha deluso il fatto che non ci ho trovato nulla che non conoscessi già. La cosa più piemontese-tipica-che-faceva-per-me era il salame di Luisèt, una macelleria artigianale con allevamento che ha una boutique dalle parti di via Po. Beh, del produttore locale più chic del circondario avevano solo un salame in offerta in un cestino; niente salsiccia, salamini, tome…  Tutto il resto è noia: caffè Vergnano, pasta di Gragnano, gazzosa Lurisia, cioccolato Caffarel e Venchi. Diciamo che più che sugli “alti cibi”, dovrebbero concentrarsi su ALTRI cibi: questi ormai li vendono anche dal droghiere sotto casa.

La cosa più insipida era il reparto verdure: insomma, mi aspettavo carciofi di Albenga, borraggine ligure, nocciole langarole e così via… e invece ci ho trovato pomodori vesuviani e fragole fuori stagione, nessun indicazione sui produttori, niente sul metodo di coltivazione. Però tutto era sistemato in belle ceste di vimini, su carrettini che riassumono l’immaginario bucolico del mercato “sano” d’altri tempi.

Resta comunque un’idea imprenditoriale buona da esportare, un marchio che fa bene al Paese e alle tasche di qualche produttore. Capisco anche che un newyorkese o un parigino trovino Eataly il modo più comodo per accedere alla gastronomia made in Italy di una certa qualità. Per la mia spesa invece, i mercatini vanno alla  grande.

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