Magazine Diario personale

Gianni C.

Da Carlo Tosetti @TosettiCarlo
Gianni C.
[fonte]
Conobbi Gianni C., perché abitava nello stesso condominio del mio amico Daniele. Viaggiavamo intorno  alla metà degli anni ottanta; io adolescente, mentre lui contava già almeno il doppio dei miei anni. Viveva con la vecchia madre, una donnina rinsecchita dalle traversie, tutta spigoli e nervi, la quale – se non erro – gli è sopravvissuta. Gianni non era certo un bel vedere; non lo si dimenticava.  Allampanato, con uno sguardo fisso, vitreo e folle, girava quasi tutto l’anno in maniche corte, col pacchetto di MS arrotolato nella manica sinistra. Portava capelli corti, dalla consistenza del pagliericcio ed il viso scavato era tagliato da ispidi baffetti castani. Talvolta mostrava noncurante le braccia straziate nel tentativo di cancellare degli orribili tatuaggi, operazione che eseguiva con tecniche brutalmente medioevali. Un giorno gli consigliai di usare la pietra focaia; mi pentii subito della sortita, ma, grazie al cielo, Gianni C. non mi stava ascoltando, perché non ascoltava mai. “C.” sta per cioccolato, ma non conosco il motivo di questo soprannome. Un mio parente, suo coetaneo, mi raccontò che Gianni si era frullato il cervello con vari bad trip, durante l’epopea della psichedelia nostrana. Gianni C. mi attendeva spesso in stazione, verso le 13.00. Allora io tornavo da scuola ed i miei compagni sgranavano gli occhi; a quell’ora la banchina era vuota e lui appariva come l’angelo della morte col walkman, in pieno deserto. Pur da fermo, era in movimento. Piegava leggermente le gambe, alternandole, producendosi in un dondolio costante, che, se osservato troppo, mi scatenava un lieve capogiro. Quando scendevo dal treno (con una certa vergogna) mi salutava e mi accompagnava verso casa. In dieci minuti mi scroccava 3 o 4 sigarette, più altrettante per un enigmatico “dopo”; mi invitava a prendere un aperitivo, che non pagava mai. Ricordo che un giorno si presentò di buon umore, quasi solare; mi obbligò, amorevolmente, a fumare qualche sua sigaretta e mi pagò un Crodino. In genere, a metà tragitto, lui deviava per il centro del paese, lasciandomi proseguire da solo, ma talvolta mi domandava delle musicassette in prestito, allora si spingeva fino a casa mia, suscitando enorme timore in mia nonna, preoccupata per le mie sorprendenti frequentazioni. Mi attendeva di fuori, non entrava. Gli portavo delle musicassette (conscio di doverle salutare per sempre) e lui se andava; una volta gli diedi anche una bottiglia di Merlot. Malgrado il suo aspetto non fosse da cortigiano, Gianni C. era innocuo. I suoi sensi avevano l’unica funzione d’introiettare il mondo, chissà con quali sfumature; viveva un palese isolamento, ragion per cui eventuali accessi d’ira si manifestavano in gesti autolesionisti. Un mio conoscente, che lo seguì durante il servizio civile, mi confessò d’un suo tentativo d’evirazione, con delle forbici. Ebbene, Gianni C. aveva dei guizzi profetici e non c’è da meravigliarsi. Qualunque fosse la sua personale logica, Gianni dialogava con sé stesso, ininterrottamente. Sono certo: pur col suo peculiare sguardo, Gianni aveva scostato i molti veli che -  in noi – celano il mistero e, forse, s’era avvicinato più di molti grandi pensatori alla scaturigine della realtà tutta, che sonnecchia in noi. Quella fonte è Dio, altro che il dispotico tri-fronte dei monoteisti. Penso che Gianni, nel suo sfibrante dialogarsi, scalò la tetraktys. Rammento un suo poema apocalittico, registrato su musicassetta, che recitava: “Nave che in mar pericola, monti che cascan rotti, negozi a tutta perdita, truffe e fallimenti, saran per l’uman genere anni de tormenti”. Ricordo una sua profezia, purtroppo compresa dopo vent’anni: gli prestai le cuffie del mio impianto stereo, che, nel rispetto delle meccaniche universali, non mi restituì più. Quando le reclamai, di fronte al mio disappunto, egli mi disse:  “Cosa te ne fai? Sono globali…”. “In che senso?”, gli domandai confuso. Come? Sono globali, non capisci?”, insistette. Io non insistetti e non capii. Quando ripenso a quel dialogo, ora, molti anni dopo, mi rendo conto che l'accezione moderna di “globale” e “globalizzazione”, che calzava a pennello per quell’oggetto, era custodita in qualche tabernacolo accademico, in attesa che i tempi fossero maturi per comprenderla. Gianni C. ora riposa in pace; sulla lapide c'è una fotografia giovanile, ma io non l'ho ancora vista. Un bel ragazzo, si dice.
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