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Il capitale umano – La recensione

Creato il 11 gennaio 2014 da Drkino

Virzì porta al cinema Il capitale umano, prodotto che si inserisce in un contesto sociale ben definito ma che vuole, prima ancora di rappresentare un'Italia morente, orchestrare un dramma familiare dalla struttura labirintica…

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Brianza. Le famiglie Ossola e Bernaschi entrano in collisione a causa del fidanzamento dei figli, Serena e Massimiliano. Dino Ossola è un'immobiliarista ambizioso e maldestro, che tenta la scalata sociale affiancandosi a Carlo Bernaschi, magnate locale. Carla, la moglie di quest'ultimo, è un'ignorante borghese insoddisfatta, toccata dalle vicende del Politeama comasco, unico teatro della provincia e chiuso da lungo tempo. A far precipitare nel caos le vicende, l'incidente con omissione di soccorso che coinvolge un ciclista e il suv di Massimiliano, sul cui guidatore aleggia un velo di mistero.

Accompagnato dalle (inutile dirlo) sterili critiche coi paraocchi di chi, evidentemente, si è sentito tirato in causa, Il capitale umano è lo spaccato eterogeneo dell'Italia attuale, visto alternativamente da borghesi, popolani e adolescenti. Eppure l'opera di Virzì è estremizzazione della realtà, un concentrato di tante vicende che corrono sul filo dell'attualità, dalla corsa all'ascesa sociale all'insoddisfazione puerile di chi i soldi li ha, dall'amore adolescenziale all'emarginazione e al suicidio. Costruito con un montaggio in parallelo delle medesime vicende, vissute in quattro capitoli attraverso gli occhi di Dino, Carla e Serena, il film si sviluppa come un puzzle da ricomporre, che fa scorrere sullo schermo una gamma di potenziali colpevoli, senza però dare risposte fino alla fine. 

I personaggi di Virzì si muovono impacciati nella corsa al cambiamento, incapaci di riconoscere i propri limiti e le proprie abilità, spiazzanti per la

il capitale umano
propria vocazione all'autodistruzione: Dino è pronto a mettere in pegno la casa (intestata alla moglie) pur di ottenere un prestito dalla banca che gli consenta di entrare nel fondo fiduciario del magnate; Carla sperpera soldi (anche a fin di bene) sui quali non si pone domande e s'imbarca in una storia d'amore infedele, accorgendosi troppo tardi dell'errore. Serena è invece, paradossalmente per l'età, la personalità più lucida del racconto, ma verrà travolta e sommersa anch'essa dalle vicende. Un microcosmo antropocentrico dunque, capace di spiegare tutta l'eterogeneità di una nazione sempre meno coesa e sempre più individualista. Inutile negare le frecciatine sparse qua e là, radicate nella location del film, ma lanciate indiscriminatamente verso chiunque, dal leghista, al capitalista che è Carlo, all'omuncolo che è lo zio di Luca (amico di Serena).

A tratti stilisticamente unico, Il capitale umano unisce le forme del thriller grottesco dal sapore coeniano alla commedia italiana, che più di regalare risate strappa fuggevoli sorrisi amari. Il risultato è un'opera luminosa capace di risplendere per il suo sguardo limpido sul microcosmo brianzolo, metafora di un'Italia intera da tempo spaccata tra i capitalisti e quelli che capitalisti vorrebbero esserlo.

LUMINOSO FARO NELLA NEBBIA (PADANA)

Elia Andreotti

Regia: Paolo Virzì – Cast: Fabrizio Bentivoglio, Valeria Bruni Tedesca, Matilde Gioli, Fabrizio Gifuni – Nazione: Italia – Anno: 2014 – Durata: 109'

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