
Fa parte del sentire comune la consapevolezza che se un idealista si mette in testa di candidarsi alle elezioni, ben presto viene allontanato a forza di sgomitate da aspiranti candidati meno idealisti e più pragmatici di lui.
Con la scusa della real politik, e basandosi su una visione competitiva del modus operandi, gli aspiranti candidati intenzionati a fare carriera politica si accaparrano i posti migliori in cima alla lista, come le macchine da corsa che partono in pole position
In definitiva, i volponi smaliziati riescono facilmente a mettere fuori gioco le pecore ingenue.
Incredibile a dirsi, anch’io sono passato attraverso esperienze del genere. Durante i cinque anni in cui sono stato candidato con i Verdi, dal 1983 al 1989, non sono mai stato messo a capo lista e non sono mai stato eletto, nemmeno nelle votazioni di qualche riunione di condominio.
Non è di me che voglio parlare, ma siccome vedo analogie tra la mia defenestrazione dai Verdi, avvenuta nel 1989, e ciò che è successo nel giugno scorso a un esponente del Movimento 5 Stelle, quello che mi preme evidenziare sono i meccanismi che animano la cosiddetta democrazia partecipativa e, se quanto sto per raccontare ha qualche significato profondo, mettere in chiaro il fallimento della democrazia stessa come metodo di gestione della società.
Se un Pinco Pallino qualsiasi può minacciare un altro Pinco Pallino in virtù di una presunta superiorità, chiedendogli di mettersi da parte, in previsione della corsa al seggio di consigliere regionale, significa che il primo Pinco Pallino ha in mente una visione gerarchica della politica e prova ad avvalersi dei rapporti di forza per imporre se stesso a discapito di altri.
In altre parole, il signor Michelangelo Giumanini, di Tavagnacco, dopo essersi fatto eleggere come promotore del Movimento 5
